L’Europa si è data un obiettivo ambizioso: raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Un traguardo che, nonostante una riduzione delle emissioni di gas serra di circa il 37% rispetto ai livelli del 1990, resta ancora distante. Il divario da colmare impone un cambio di passo: non solo ridurre le emissioni, ma rimuovere attivamente il carbonio già presente in atmosfera.

Come sottolinea anche il rapporto Scaling up carbon dioxide removals – Recommendations for navigating opportunities and risks in the EU, la decarbonizzazione dovrà affiancarsi allo sviluppo di tecnologie in grado di generare emissioni negative. Tra queste, la BECCS (Bioenergy with Carbon Capture and Storage) si sta affermando come una delle soluzioni più promettenti.

Come funziona la tecnologia BECCS

La BECCS è una tecnologia che combina la produzione di energia da biomassa con la cattura e lo stoccaggio del carbonio generato durante il processo, trasformando gli impianti di bioenergia in strumenti attivi di rimozione di CO₂ dall’atmosfera.

Il processo si articola in più fasi, a partire dalla produzione e raccolta della biomassa, che può provenire da scarti agricoli, residui forestali, coltivazioni dedicate e rifiuti organici industriali. La biomassa viene utilizzata in impianti termoelettrici o di cogenerazione (CHP - Combined Heat and Power), producendo elettricità e/o calore. I gas di scarico prodotti durante la combustione contengono anidride carbonica, che viene catturata attraverso diversi sistemi, spesso basati su solventi liquidi come la monoetanolammina (MEA), riducendo così le emissioni dirette nell’atmosfera.

La CO₂ catturata viene poi compressa e trasportata verso siti di stoccaggio geologico, come giacimenti sotterranei o acquiferi profondi, dove può essere conservata in sicurezza anche per secoli.

BECCS e DACCS: le differenze

Sia BECCS che DACCS (Direct Air Capture with Carbon Storage) sono tecnologie di rimozione del carbonio, ma presentano caratteristiche molto diverse. La principale riguarda il bilancio energetico: la BECCS è integrata in un processo che produce energia, sotto forma di elettricità o calore, mentre la DACCS richiede energia esterna per catturare la CO₂ dall’aria e non genera energia propria.

Inoltre, in termini di costi e implementazione, la tecnologia BECCS è più semplice da applicare, perché si può sfruttare il retrofit di impianti industriali a biomassa già esistenti, mentre la DACCS richiede infrastrutture dedicate e comporta costi più elevati.

Infine, il meccanismo di cattura è differente. La BECCS cattura la CO₂ assorbita naturalmente dalle piante durante la fotosintesi, sfruttando la fase di combustione della biomassa. La DACCS, invece, cattura la CO₂ direttamente dall’aria tramite processi chimici e sistemi di ventilazione, realizzando una rimozione completamente attiva di carbonio.

La Commissione UE considera queste tecnologie essenziali e complementari ai carbon sink naturali, come suolo e foreste, per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Non mancano però le criticità: diversi esperti e ONG temono che un’eccessiva enfasi sulla rimozione della CO₂ possa rallentare gli sforzi di riduzione delle emissioni. Inoltre, un tema complesso e ancora dibattuto è quello della sostenibilità della biomassa. La disponibilità di materie prime non è illimitata e la loro gestione solleva interrogativi legati all’uso del suolo, alla tutela della biodiversità e alla competizione con altri settori, in particolare quello alimentare.

Tecnologie BECCS: i casi di applicazione

Le tecnologie BECCS sono ancora relativamente nuove e richiedono ulteriori sperimentazioni, ma in Europa esistono già casi concreti di applicazione, oltre a numerosi progetti in fase pilota o di sviluppo avanzato.

Uno dei più rilevanti, che dimostra come la rimozione del carbonio possa essere integrata nei sistemi energetici esistenti, è quello di Stockholm Exergi, in Svezia, dove un impianto di produzione energetica da biomassa è stato affiancato da un sistema di cattura della CO₂ finanziato dall’Unione Europea attraverso l’Innovation Fund. Il progetto, in fase avanzata di sviluppo, prevede la cattura fino a 800.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno, che saranno successivamente trasportate e stoccate in formazioni geologiche nel Mare del Nord. Si tratta di uno dei primi esempi europei di BECCS su scala industriale, destinato a diventare un riferimento per il mercato emergente dei carbon removal credits e per le strategie di decarbonizzazione urbana.

Un altro caso emblematico è rappresentato dalla Drax Power Station nel Regno Unito, una delle più grandi centrali a biomassa d’Europa. Qui sono già operativi impianti pilota per la cattura della CO₂, con l’obiettivo di arrivare a rimuovere fino a otto milioni di tonnellate all’anno. Ex centrale a carbone convertita a biomassa, Drax produce circa l’11% dell’energia rinnovabile del Regno Unito e rappresenta oggi il principale sito europeo in cui la tecnologia BECCS viene testata su scala reale, integrando produzione energetica, cattura e stoccaggio della CO₂.

Parallelamente, nei paesi nordici si sta delineando un approccio più sistemico, in cui la BECCS viene integrata in filiere già esistenti – dall’industria del legno alle centrali di cogenerazione – e collegata a reti energetiche locali come il teleriscaldamento. Più che singoli impianti, si configurano così infrastrutture distribuite, capaci di combinare produzione energetica, gestione delle biomasse e stoccaggio della CO₂. In questo scenario, la sfida non è solo tecnologica, ma sistemica: garantire che lo sviluppo della bioenergia e delle tecnologie BECCS avvenga entro limiti sostenibili, massimizzando i benefici climatici senza generare nuove pressioni sugli ecosistemi.

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo

 

In copertina: foto di Janusz Walczak, Pexels