Uno stabilimento sulla costa conosce nei minimi dettagli l’acqua che esce dai suoi impianti: volumi, parametri, autorizzazioni, controlli. Del mare che la riceve, invece, ha pochissime informazioni. È il punto esatto in cui oggi si ferma la responsabilità di un’azienda sull’acqua: all’uscita del proprio stabilimento, non al mare.

La COP17 di Yerevan, prima verifica globale degli impegni presi con l’accordo di Kunming-Montreal del 2022, è stata preceduta da un rapporto ONU secondo cui nessuno dei 23 obiettivi mostra ancora un quadro pienamente positivo. Due riguardano da vicino le imprese e l’acqua. Il settimo chiede di ridurre l’inquinamento da tutte le fonti e di dimezzare i nutrienti in eccesso dispersi nell’ambiente, come azoto e fosforo, che attraverso i fiumi arrivano al mare. Il quindicesimo chiede che le grandi aziende rendano pubblici i propri impatti sulla natura.

In Europa, intanto, due decisioni hanno mostrato quanto sia difficile tradurre quegli obiettivi in regole. Nei nuovi standard europei di rendicontazione di sostenibilità, gli ESRS pubblicati il 21 settembre, lo standard E3 non si chiama più “Acqua e risorse marine” ma soltanto “Acqua”. Il mare è stato distribuito tra altri standard e il requisito sugli effetti finanziari è stato eliminato perché, secondo l’EFRAG, mancava una metodologia matura. Poco prima, il 3 settembre, l’avvocata generale della Corte di giustizia UE Juliane Kokott aveva proposto di annullare la norma della direttiva sulle acque reflue urbane che chiede a farmaceutica e cosmetica di coprire almeno l’80% dei costi per eliminare i microinquinanti. Era il tentativo opposto, estendere la responsabilità oltre il cancello della fabbrica, sulla base di una stima della Commissione: farmaci e cosmetici sarebbero all’origine del 92% del carico tossico dei microinquinanti nelle acque reflue. Per l’avvocata generale quella stima non poggia su basi scientifiche sufficienti per attribuire a quei due settori una quota così alta dei costi. Kokott non contesta il principio che chi inquina debba pagare, ma chiede di dimostrare chi inquina e quanto. La Corte deve ancora pronunciarsi.

Due regole con obiettivi opposti inciampano nello stesso ostacolo. La responsabilità idrica di un’impresa si ferma dove si ferma la misurabilità. Non è una questione di volontà politica né di cattiva fede delle imprese, ma un limite strutturale. Gli standard internazionali di gestione responsabile dell’acqua, come quello dell’Alliance for Water Stewardship, hanno già portato le aziende più attente a ragionare su un perimetro di bacino e non solo sul sito. Manca l’ultimo tratto, quello che dal fiume arriva al mare.

E non riguarda solo la costa. Un’azienda alimentare della Pianura padana non pensa al mare, che sente lontano, eppure la sua acqua ci arriva: il Po porta in media circa 1.500 metri cubi al secondo e oltre la metà dei nutrienti che entrano nell’alto Adriatico. In un distretto conciario, invece, molte aziende scaricano nello stesso fiume, spesso attraverso un unico depuratore, e anche la più attenta non riesce a distinguere il proprio effetto da quello delle altre. In ciascun caso la catena delle prove si interrompe in un punto diverso: lo stato del mare, il percorso dell’acqua, il peso della singola impresa.

Da fuori, qualcuno ha già cominciato a guardare. Da agosto Ocean Sensitive Areas, sviluppato da GIST Impact e HUB Ocean, permette agli investitori di verificare quanto gli impianti di circa diecimila aziende siano vicini ad aree marine sensibili, senza chiedere nulla alle aziende. È uno screening, non una misura d’impatto, ma l’esposizione di un’impresa verso il mare diventa visibile prima che l’impresa abbia gli strumenti per spiegarla.

Il problema si può risolvere? Non del tutto, ma più di quanto si pensi. Vedo tre strade, e tutte partono da qualcosa che esiste già. La prima è allargare il perimetro di responsabilità, dal singolo stabilimento al bacino. Quando non si riesce ad attribuire un impatto a un sito, lo si attribuisce all’insieme di chi scarica nello stesso fiume, con costi e obiettivi condivisi. Nella Ruhr lo si fa dalla fine dell’Ottocento: le associazioni di bacino ripartiscono i costi tra comuni e industrie anche in base al carico inquinante. In Italia i depuratori consortili, come quelli del conciario toscano, vanno già in questa direzione. Il passo successivo è estendere tale logica fino al mare.

La seconda è passare dall’attribuzione al contributo. Sul clima le imprese rendicontano le emissioni della propria filiera anche se non le controllano: usano stime e dichiarano l’incertezza. Sull’acqua ci siamo fermati appena la misura è diventata incerta. Si può fare lo stesso, con stime trasparenti del contributo di un sito alle pressioni sul mare e margini d’errore espliciti. È la logica della direttiva sulle acque reflue, che va resa più solida, non abbandonata.

La terza è spostare il confine di ciò che sappiamo misurare. Monitoraggio in continuo delle acque in uscita, impronte chimiche che rivelano l’origine di una sostanza, dati satellitari sulle acque costiere: oggi è osservabile ciò che pochi anni fa non lo era. I dati pubblici europei, da WISE a EMODnet e Copernicus, esistono già. Nessuno però li mette ancora in fila, dallo stabilimento al mare.

Nel Mediterraneo questo pesa più che altrove. È un mare semichiuso, dove l’acqua si rinnova lentamente e ciò che arriva da terra resta a lungo: si stima che circa l’80% del suo inquinamento nasca proprio a terra. Ospita oltre 17.000 specie marine, tra il 20 e il 30% delle quali non vive in nessun altro mare. L’Italia è il posto giusto per cominciare. Molti suoi distretti produttivi, dalla concia all’agroalimentare, si trovano lungo fiumi come il Po e l’Arno, e nel solo bacino del Po si produce oltre il 40% del PIL nazionale. Sappiamo dove sono le imprese, sappiamo dove arriva la loro acqua, abbiamo consorzi e dati. Manca il filo che li unisce.

Le imprese che guarderanno oltre il proprio perimetro non lo faranno per obbligo, almeno all’inizio, ma perché presto saranno altri a chiederglielo: banche, investitori, assicurazioni, comunità costiere. Chi comincia per primo potrà raccontare il proprio rapporto con il mare con dati propri, invece di vederlo descritto da altri. L’accordo di Kunming-Montreal chiede che le imprese rendano conto dei propri impatti sulla natura. In Europa, sull’acqua, le imprese oggi rendono conto solo fino all’uscita dello stabilimento. L’acqua, invece, continua il suo viaggio fino al mare.

 

In copertina: Delta del Po, 22 aprile 2025 © European Unionion, contains modified Copernicus Sentinel data 2026, processed with Copernicus Browser