
Questo articolo fa parte del canale tematico The Water Observer: iscriviti alla newsletter per ricevere contenuti esclusivi dal mondo dell'acqua
L’acqua è sempre più una questione di resilienza, ma trasformare questa consapevolezza in interventi concreti richiede di mettere insieme soggetti, competenze e risorse molto diverse. Il settore pubblico conosce il territorio e gestisce infrastrutture e bacini, ma fatica a trovare fondi per realizzare e, soprattutto, mantenere gli interventi; quello privato ha risorse e un interesse crescente a ridurre i rischi per capitali e filiere, ma agisce necessariamente su una scala più limitata.
Le stime basate sulle dichiarazioni delle regioni italiane indicano che tra il 2015 e il 2024 frane e alluvioni hanno causato oltre 19 miliardi di euro di danni sul territorio nazionale. L'Emilia-Romagna guida questa triste classifica, avendo registrato da sola oltre 2,5 miliardi di euro di danni (circa il 13,5% del totale nazionale).
Dati aggiornati al 2024 ci dicono che 6,8 milioni di persone risiedono in zone esposte a rischio alluvione, oltre 640.000 unità locali di impresa si trovano in aree a rischio inondazione, mentre più di 84.000 industrie e servizi sono situati in zone a pericolosità da frana elevata o molto elevata. Un evento in queste aree non causa quindi solo danni diretti ai capannoni, ma blocca anche la produzione e le catene di fornitura.
Ciò significa che mentre si fatica a spendere le risorse per la prevenzione, una percentuale compresa tra il 10% e il 13% dell'intera ossatura economica e abitativa del paese è situata in zone dove prima o poi l'acqua reclamerà il proprio spazio. Le nature-based solution possono contribuire a colmare questo divario, ma resta aperta una questione decisiva: come dimostrarne il valore economico e attirare capitali sufficienti a renderle scalabili? Ne abbiamo parlato con Alessandro Leonardi, CEO e co-founder di Etifor | Valuing Nature.
Quali sono le aree e gli interventi prioritari per la resilienza idrica in Italia ed Europa?
Oggi abbiamo mappe del rischio alluvionale, idraulico e idrogeologico molto dettagliate: sappiamo dove è elevato, medio, basso e così via. Complessivamente il 94,5% dei comuni italiani (7.463) è a rischio per frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera (secondo dati ISPRA del 2024). D'altro canto, sappiamo esattamente dove si concentrano la popolazione civile, le aree turistiche e le aree produttive. Ossia le aree in cui, nel caso accadesse un evento, il danno sarebbe maggiore da un punto di vista di vite umane o PIL. Pensiamo che oltre 640.000 unità locali di impresa (il 13,4% del tessuto produttivo italiano) si trovano in aree a rischio di inondazione. Incrociare i dati geografici di rischio con i dati di capitale o persone esposte ci aiuta a localizzare gli interventi nello spazio e a definirne la tipologia. Ovviamente, bisogna anche prevenire a monte, considerando le differenze tra montagna e pianura, perché le dinamiche idrogeologiche sono totalmente diverse. Se vogliamo difendere la pianura, bisogna incominciare dalla manutenzione e gestione delle montagne.
Partiamo dalla montagna.
Le problematiche principali riguardano frane, smottamenti, stabilità dei versanti e pulizia del reticolo idraulico e dei bacini. Quest’ultima è prioritaria: se non viene fatta, e ciò implica anche la gestione forestale delle aree riparie, si creano ingorghi che impediscono il deflusso a valle. Per quanto riguarda i bacini, fondamentale è la stabilizzazione dei versanti: come abbiamo visto in Nepal, se un versante frana in un bacino idroelettrico, ne compromette la funzionalità e genera problemi di inondazione a valle. Poi c’è il tema del territorio spugna: si possono prevedere interventi di piccola e media scala, capaci di trattenere acqua quando ce n’è troppa, rilasciandola quando ce n’è poca, rallentando così il deflusso verso il mare.
In pianura come cambiano le priorità?
Il rischio idraulico e alluvionale aumenta. In Lombardia e in Toscana, per esempio, stiamo lavorando alla costruzione e gestione di aree umide e di casse di espansione, cioè grandi aree che, durante le piene, aiutano a laminare i picchi. Il problema è che gli enti pubblici hanno fondi solo per costruirle, non per gestirle: vanno ripulite dopo ogni piena, asportando sedimenti e rifiuti, ma mancano le risorse. Spesso questi interventi hanno carattere prettamente idraulico e tralasciano gli aspetti naturalistici che sarebbero utili a raggiungere gli obiettivi di ripristino.
Quali sono le richieste più frequenti da parte delle aziende?
Gli uffici di sostenibilità identificano l’acqua come nuova tematica prioritaria, come è successo con il carbonio e la biodiversità. Le grandi aziende si avvicinano a standard come l’Alliance for Water Stewardship o entrano nella Water Resilience Coalition, dandosi target e metriche per misurare riduzione dei consumi, rischi, dipendenze e impatti. Il passo successivo è rendere mainstream il tema dell’acqua all’interno delle diverse business unit, dimostrando al board e alle unità produttive che un investimento in soluzioni nature-based riduce il rischio idrico e alluvionale sugli impianti o sulla filiera. Un caso concreto, che stiamo seguendo, è il distretto conciario e della moda in Toscana all’interno del bacino dell’Arno, area idrogeologicamente complessa: dalle colline di Arezzo, in caso di bombe d’acqua, confluisce tutto nella stessa valle, con un rischio idraulico molto elevato. Le aziende locali ci chiedono di dimostrare l’efficacia delle soluzioni nature-based nel ridurre il rischio sui loro siti produttivi e sulla filiera.
La gestione dell’acqua è complessa e nessun settore può fare da solo: il pubblico ha la scala del problema, ma con l’intensificarsi dei fenomeni estremi fatica a stare al passo; il privato ha le risorse ed è più agile, ma opera su scala limitata. Voi avete sviluppato il concetto di azione collettiva per integrare questi due elementi: come funziona?
Azione collettiva significa, da una parte, avviare l’engagement del settore pubblico, assicurarsi di avere la cognizione di politiche, piani e programmi e priorità; dall’altra, raccogliere l’interesse del privato, cercando di allineare le priorità, i linguaggi e gli obiettivi. Il punto di riferimento e di incontro sono linee guida e standard internazionali, come quelli della Water Resilience Coalition, che danno una solida metodologia di riferimento e le giuste garanzie al settore pubblico, per accertarsi che vengano adottati approcci rigorosi e scientifici. Si inizia infatti con una diagnosi di bacino: nel caso dell’Arno, insieme all’Università di Firenze (Dipartimento DAGRI), abbiamo analizzato la struttura idrogeologica, scomponendola in sotto-bacini e identificando rischi e dinamiche di ciascuno. Poi si costruisce una pipeline di soluzioni nature-based e inizia la concertazione istituzionale: autorità di bacino (ABDAS), regione, consorzi di bonifica, comuni, autorità idrica.
Come entra il privato?
Per l’Arno, Kering ha fatto da apripista: il gruppo, che riunisce brand del fashion francese e italiano, ha identificato questo bacino, dove è ancora localizzata una parte significativa della propria produzione, come prioritario a livello mondiale per i propri interessi economici. Da lì siamo partiti, insieme anche a Conservation International, che segue Kering nella gestione della sua strategia globale sull’acqua.
Come si stanno muovendo le aziende a livello internazionale?
La Water Resilience Coalition ha individuato cento bacini prioritari nel mondo, sulla base delle condizioni di stress idrico e della presenza di attività economiche significative, e sta aiutando le cinquanta aziende che ne fanno parte ad attivare azioni collettive nei diversi contesti. Circa 21 azioni collettive in sei paesi, senza contare l’Italia dove sono attualmente in fase di sviluppo. L’obiettivo è costruire un sistema di blended finance, grazie al quale risorse pubbliche e partner privati possano portare avanti l’azione nel tempo. In Italia abbiamo lanciato quella in Lombardia, per il bacino del Po, oltre a quella per l’Arno. In questo secondo caso, Kering e LVMH sono le due società che fanno parte della Water Resilience Coalition e che hanno finanziato l’avvio dell’azione collettiva. Altre aziende si stanno aggiungendo e finanziando i singoli progetti. L’obiettivo è di coinvolgere tutti i macro-settori che dipendono dall’acqua dell’Arno: turismo, metallurgico, agricoltura, oltre al settore della moda che fa da padrone dell’economia locale.
Come vengono monitorati e validati i risultati?
La Water Resilience Coalition mette a disposizione un portale per il monitoraggio. Etifor gestisce quelli per l’Arno e per la Lombardia: ogni attività viene inserita attraverso una maschera di raccolta dati, e in ogni bacino si possono visualizzare i finanziamenti, le aziende partecipanti e le metriche di impatto. Ogni azione produce, grazie ai dati inseriti, un output in termini di risorsa idrica, carbonio e altri indicatori ambientali. Per aiutare le aziende a impostare una strategia di waater stewarship viene impiegato il framework Positive Water Impact, mentre il Volumetric Water Benefit Accounting viene impiegato per il calcolo dei benefici idrici. La Coalition garantisce così una validazione della metodologia, ma non si tratta di una certificazione di parte terza come avviene per il carbonio: nell’ambito dell'acqua non si è ancora a quel livello.
A livello finanziario, come si valuta il rapporto tra spesa e risultato?
Questo è l’anello mancante ed è per questo che alle soluzioni nature-based non stanno arrivando grandi capitali. Il ritorno è più difficile da dimostrare prima che arrivi l’evento climatico estremo: il modello si basa sul danno evitato, sulla business continuity, sulla riduzione del rischio. A questo proposito, la Water Resilience Coalition usa il water volumetric benefit accounting, un insieme di metodologie scientifiche per misurare l’impatto di un’opera in termini di volume d’acqua infiltrato, danno evitato e altri indicatori. Riusciamo a esprimere il costo dell'opera per metro cubo di water replenishment o per danno evitato, ma far tornare i conti in un modello di business è ancora il punto critico.
Qual è la differenza tra Water Resilience Coalition e Alliance for Water Stewardship?
La Coalition garantisce una validazione della metodologia, ma non si tratta di una certificazione di parte terza. L’Alliance for Water Stewardship è invece un vero e proprio standard di certificazione, che riguarda sia la parte industriale (riduzione dei consumi, riuso, etc.) sia le eventuali nature-based solution implementate (certificando quindi l’effetto di ricarica, etc.).
Ci sono ottiche diverse, oltre a quella del rischio di disastro, per leggere l’investimento del privato in un sistema collettivo con il pubblico?
Sì, il beverage ragiona molto in ottica di water replenishment: prelevo una certa quantità di metri cubi e creo una soluzione nature-based che va a rimpinguare la falda. Oppure lavora sulla protezione qualitativa della fonte: un rischio diverso, ma altrettanto concreto.
Il settore agricolo, invece?
Il discorso è più complesso. Gli agricoltori possono essere custodi del territorio e fornitori di soluzioni nature-based, ma il settore, almeno in Italia, non sta ancora affrontando seriamente il tema dell'adattamento. La domanda di acqua e gli orientamenti colturali restano sostanzialmente invariati. Poi dipende dai contesti: se in Toscana l’agricoltura usa solo il 10% dell'acqua del bacino, mentre il settore conciario ne usa il 50%, in Pianura Padana è l’opposto, con l’80% che va all'agricoltura. La frammentazione del settore rende difficile trovare un soggetto con cui dialogare e a cui chiedere responsabilità. Spazi, però, ce ne sono, come la conversione verso un maggiore utilizzo di colture autunno-vernine, che usano le piogge invece dell'acqua di fiume. Per esempio, il sorgo, che ha un fabbisogno irriguo molto più contenuto, è più resiliente del mais e ora si coltiva bene anche al Nord. Ma proporre di ridurre il mais o altre colture idroesigenti è molto complicato: significa cambiare le abitudini produttive di migliaia di agricoltori.
Quali sono i plus che offre Etifor?
Noi nasciamo come azienda di consulenza nel settore forestale. Da quindici anni lavoriamo con il settore pubblico (consorzi di bonifica, autorità di bacino, regioni, enti parco) e negli ultimi dieci abbiamo iniziato a lavorare con il privato. Il nostro vantaggio è riuscire a parlare la lingua di entrambi, perché le stesse parole, come “impatto” o “mitigazione”, hanno significati completamente diversi nei due mondi: la sfida è allineare questi framework. Siamo scienziati, ma anche tecnici che entrano in campo e seguono la costruzione di aree umide e l’impianto di nuove foreste. Inoltre, abbiamo la capacità di inserire strumenti finanziari innovativi di blended finance, bond e crediti, per dare sostenibilità finanziaria nel lungo periodo.
Come funzionerebbe un water bond?
Il bond è uno strumento finanziario: è il meccanismo attraverso il quale gli investitori, i gruppi finanziari e le banche mettono i soldi a disposizione. La regione, o altri enti pubblici, possono fornire garanzie per abbassarne il rischio per gli investitori, e quindi anche i tassi di interesse. Le aziende possono utilizzare i fondi raccolti attraverso il bond per implementare le nature-based solution. Annualmente, ripagano l’investimento, riducendo rischi e ottenendo impatti su clima, acqua e biodiversità. In alternativa, potrebbero finanziare direttamente l’investimento iniziale, ma in questo modo non riuscirebbero a muovere altrettanto capitale. Gli interventi sull’acqua richiedono grandi capitali, il bond permette di distribuire il costo su diversi anni. La nostra idea è mettere insieme tutti i soggetti e, in maniera sartoriale, costruire un prodotto finanziario innovativo ad hoc per l’Arno, e magari anche per la Lombardia
Quindi il tema dell'innovazione finanziaria è importante.
Per me è il secondo driver. Da una parte c'è il rischio, dall'altra c'è molto interesse per l’innovazione, sia da parte delle aziende sia da parte dei settori assicurativo e finanziario.
Cosa si aspetta dai prossimi appuntamenti internazionali, come UN Water Conference e Forum euromediterraneo?
Mi auguro che emerga un framework globale sull’acqua, paragonabile all’Accordo di Parigi per il clima e al Global Biodiversity Framework di Kunming-Montreal per la biodiversità. Darebbe ai paesi una struttura comune, con target chiari e metriche condivise, e aiuterebbe a connettere il tema dell’acqua con quello della biodiversità, invece di tenerli in silos separati. Un unico framework sulla natura sarebbe la direzione giusta.
Questo contenuto è realizzato grazie al supporto degli sponsor
In copertina: Alessandro Leonardi
