Martedì 16 giugno ENI e il Gruppo Hera hanno inaugurato il Comparto Ambientale Ravenna a Ca’ Ponticelle, l’ex sito industriale di Enichem che nel 2021, dopo decenni di attese e discussioni, è stato bonificato. Il nuovo hub è costituito da due impianti: quello di HEA - joint venture di Hera ed Eni per l'ambiente - è dedicato al pretrattamento di rifiuti pericolosi e non; l’altro risana biologicamente terreni, solitamente contaminati da idrocarburi e sostanze organiche.
L'investimento di 100 milioni di euro ha rigenerato un sito di 26 ettari, trasformandolo in un polo ambientale e industriale all'avanguardia che include tra le altre cose anche un parco fotovoltaico con una potenza di picco di 6 megawatt.
“Ciò che era un ferita per Ravenna è diventata un’opportunità di transizione ecologica e industriale”, ha detto all’inaugurazione Michele de Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna ed ex sindaco della città. “La capacità di recuperare aree dismesse, sviluppare impianti tecnologicamente avanzati e creare nuove filiere legate al recupero di materia rappresenta una leva fondamentale per la competitività futura del territorio”.
Riduzione di costi e impatto ambientale se i rifiuti industriali rimangono in Italia
L’impianto di Hea avrà una capacità di trattamento fino a 60.000 tonnellate annue di rifiuti industriali (di cui 45mila pericolosi) provenienti da una serie di attività industriali sensibili: oil & gas, chimica, edilizia e farmaceutica per citarne alcuni. Qui i rifiuti saranno stoccati, triturati, mescolati, riconfezionati per poi essere valorizzati energeticamente oppure nelle cementerie come combustibili ad alto potere calorifero.
Nei cementifici più moderni i CSS, combustibili solidi da rifiuti, stanno sostituendo gradualmente il carbone e il pet-coke, sottoprodotto della raffinazione petrolifero costoso e inquinante. I CSS vengono bruciati ma emettono meno CO₂ delle alternative fossili e chiudono il loro ciclo di vita nel segno della circolarità: riduzione dell’estrattivismo e ottimizzazione delle risorse a disposizione.
“Oggi l’export di rifiuti industriali arricchisce paesi del nord Europa che hanno infrastrutture per trattarli, ma HEA offre la possibilità alle aziende di spendere ed emettere meno ”, dice a Materia Rinnovabile Andrea Ramonda, CEO di Hera ambiente. “Esportare un rifiuto industriale in Germania può costare anche 500 euro a tonnellata, oltre all’impatto ambientale del trasporto. Costruire impianti del genere ci permette di massimizzare il recupero di materia e ridurre il ricorso alla discarica, con conseguenti efficienze operative ed economia di scala”.
I processi di Hea “prepareranno” i rifiuti industriali anche alla produzione energetica dei termovalorizzatori, al centro del dibattito europeo a causa della proposta di includere questa tecnologia all’interno del sistema europeo ETS (Emission Trading System) entro il 2028. Alla tassa ambientale si stanno opponendo le associazioni di categoria di 9 paesi membri, tra cui Italia, Francia e Spagna. Secondo le stime di Utilitalia, la Federazione che rappresenta le aziende italiane di acqua, ambiente ed energia, gli operatori dovrebbero assorbire un aumento dei costi fino a 350 milioni di euro l’anno, con il rischio che la tassa favorisca lo smaltimento in discarica. “Spero che il governo blocchi questa fesseria, che disincentiva la costruzione di importanti impianti al Sud”, commenta Ramonda. Gruppo Hera possiede 9 termovalorizzatori e per abbattere le emissioni di quello di Ferrara sta realizzando un ambizioso progetto di cattura e stoccaggio (CCS) di CO₂. Secondo le stime catturerà all’incirca 64 mila tonnellate di CO₂ all'anno, l’equivalente alle emissioni annuali di circa 37 mila automobili, che verranno trasportate e stoccate nei giacimenti di gas esauriti dell'alto Adriatico.
Il progetto da 53 milioni di euro, finanziato per poco meno della metà dall’EU Innovation Fund, consentirà ad Hera di decarbonizzare il termovalorizzatore e il consumo energetico del CCS, che sarà alimentato da calore geotermico convogliato tramite la rete di teleriscaldamento della multiutility.
Risanamento dei suoli tramite biodegradazione
Parte dei 26 ettari bonificati da Eni Rewind sono occupati da un grosso capannone dedicato all’impianto di biorecupero, capace di trattare 80.000 tonnellate di terreni contaminati da idrocarburi. Sfruttando la biodegradazione aerobica, la tecnica di depurazione biopile risana i terreni a tal punto da essere riutilizzabili per altri cantieri di bonifica.
La tecnologia nota come bioremediation non è particolarmente innovativa, ma strutture di queste dimensioni hanno la capacità di biodegradare gli idrocarburi e altri inquinanti anche per due o tre mesi ammortizzando i costi di gestione. Inoltre c’è un laboratorio chimico gestito da Labanalysis Environmental Services, partecipata da Eni Rewind, che garantirà la conformità dei processi.
“Avendo 4.000 distributori di benzina e 300 cantieri di bonifica sempre attivi, abbiamo investito su un modello in cui ogni singolo lotto viene portato all’impianto, analizzato, processato, risanato e poi riportato in diversi cantieri, applicando una circolarità flessibile”, spiega a Materia Rinnovabile Paolo Grossi, amministratore delegato di Eni Rewind. “L’impianto può rispondere a una buona parte della domanda di bioremediation almeno nel giro di 300 km. Valuteremo se realizzarne un altro al centro Sud”.
Bonifica, riqualificazione industriale ed economica circolare. Un pezzo di Ravenna riparte a luglio, all’avvio degli impianti.
