da Abu Dhabi - Partecipare a uno dei maggiori eventi dedicati all'energia del futuro, ed essere accolti dal padiglione di una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo, disorienta. Eppure ad Abu Dhabi, dove si è da poco concluso il World Future Energy Summit, principale fiera sulle rinnovabili di Medio Oriente e Africa, a dare il benvenuto ai visitatori c'è l'ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale emiratina. La stessa che, lo scorso novembre, ha approvato i suoi investimenti per il 2026-2030: una cifra faraonica, 150 miliardi di dollari, con l'obiettivo di aumentare la capacità di greggio a 5 milioni di barili al giorno già entro il 2027 (dai 4,8 di oggi). E la stessa che, in occasione della riunione di fine anno del consiglio di amministrazione, ha dichiarato la scoperta di nuovi giacimenti nel paese, soprattutto di gas naturale, per un totale di oltre 1,2 miliardi di barili di petrolio equivalente.
Al World Future Energy Summit, quello dell'ADNOC era il padiglione più imponente, insieme a quello di Masdar, in arabo “sorgente”, ovvero la Abu Dhabi Future Energy Company, filiale del fondo sovrano Mubadala, creata nel 2006 per portare avanti ricerca e investimenti su energia rinnovabile e tecnologie pulite.
Da questa parte del mondo, quella delle petromonarchie, la transizione energetica funziona esattamente così. Avviene con i soldi dell'oro nero e corre − perché sta correndo anche qui − su un binario parallelo. Anche Masdar, che ha festeggiato vent'anni, in occasione del Summit ha presentato bilancio e obiettivi: la sua capacità ha raggiunto i 65 GW, due terzi del percorso verso il traguardo di 100 GW per il 2030; nel 2025 ha investito 15 miliardi di dollari in progetti di energia rinnovabile in tutto il mondo, mentre dalla sua nascita a oggi ha impegnato 45 miliardi di dollari, con ulteriori 30-35 miliardi per realizzare la prossima fase di crescita, entro la fine del decennio, aggiungendo una media di 10 GW di nuova capacità ogni anno.
Il doppio ruolo dei petrostati
I numeri sono chiari e le parole di Sultan al Jaber, presidente di Masdar e ministro dell'industria e della tecnologia, non lasciano spazio al dubbio: “Entro il 2040 la domanda di energia dei data center è destinata a crescere di oltre il 500%”, ha detto in apertura dei lavori. “Contemporaneamente, la domanda energetica sta accelerando in ogni dimensione. I viaggi aerei raddoppieranno. Le città si espanderanno di 1,5 miliardi di persone. Soddisfare tutta questa domanda in modo responsabile, affidabile e accessibile significa confrontarsi con la realtà: oltre il 70% di questa energia continuerà a provenire da idrocarburi.” E se alcuni la considerano un vincolo, ha aggiunto, “io la vedo come un catalizzatore. Perché il progresso sostenibile non significa rallentare la crescita, ma progettare un motore migliore”.
La mente corre subito, inevitabilmente, a Belem, in Brasile, dove l'esito della COP30 dello scorso novembre è stato definito proprio dalle petromonarchie del Golfo, che ormai agiscono come veto player alle conferenze sul clima. Non solo in quanto produttori ed esportatori di gas e petrolio che vogliono ritardare il più possibile l'uscita dalle fonti fissili, ma anche come rappresentanti di tutti quei paesi che sui combustibili fossili hanno basato e basano tutt'oggi le proprie economie e che rivendicano il diritto al proprio sviluppo. Il che significa buona parte del Sud Globale, la maggioranza del mondo, oltre l'80% della popolazione mondiale.
Gli Emirati Arabi e gli altri grandi petrostati, Arabia Saudita in primis, detengono quindi un duplice potere: non solo quello di condizionare le politiche per la lotta al cambiamento climatico ma anche − grazie alle immense risorse finanziarie dell'oro nero e agli investimenti in tecnologie e progetti verdi soprattutto nel Sud del mondo − quello di orientare lo sviluppo tecnologico e di dettare i tempi della transizione.
Dall'idrogeno blu...
Il duplice ruolo delle monarchie del Golfo è evidente soprattutto nel settore dell'idrogeno low carbon. Gli Emirati Arabi hanno un obiettivo, dichiarato già alla COP26 di Glasgow: accaparrarsi il 25% del mercato globale dell'idrogeno a basse emissioni entro il 2030 (UAE Hydrogen Leadership Roadmap). E una buona parte dei panel del World Future Energy Summit di quest'anno hanno riguardato proprio l'idrogeno.
La strategia del paese – simile a quella dei vicini Arabia Saudita e Qatar, grandi produttori di gas naturale a basso costo di estrazione – procede, ancora una volta, su un doppio binario. Nel breve termine, punta principalmente sulle tecnologie di cattura e stoccaggio di CO₂ per produrre idrogeno blu, un mercato in cui la loro infrastruttura già esistente li rende immediatamente competitivi. L'obiettivo a lungo termine è sì passare all'idrogeno verde, ma dilatando il più possibile la fase di transizione, per massimizzare i proventi del gas naturale.
Ma spostiamoci nella vicina Arabia Saudita: qui è in costruzione il più grande hub al mondo per lo stoccaggio di CO₂, a Jubail, enorme città industriale sulla costa orientale del paese. Realizzato dall'Aramco, la compagnia petrolifera nazionale, è pensato come infrastruttura condivisa destinata alle diverse industrie dell'area, dal petrolchimico all'acciaio. Dall'altra, con il progetto NEOM (la futuristica città a zero emissioni di carbonio in mezzo al deserto), dovrebbe sorgere – il condizionale è d'obbligo poiché negli ultimi anni il progetto è stato ridimensionato diverse volte – un impianto di idrogeno verde da 2,2 milioni di tonnellate all’anno di ammoniaca verde, alimentato da 4GW di solare ed eolico.
"L'idrogeno a basse emissioni è ciò che noi definiamo la quinta onda”, ha sottolineato Mohammad Abdelqader El Ramahi, responsabile del settore Green Hydrogen di Masdar. “Siamo sempre stati pionieri nel campo delle energie: già alla fine degli anni Sessanta nell'esportazione transfrontaliera di petrolio e gas (la prima onda). Poi, negli anni Settanta, nella riduzione del gas flaring e nello sviluppo del gas naturale (la seconda onda). Quindi, con le energie rinnovabili attraverso la fondazione di Masdar nel 2006 (la terza onda). Seguita dall'energia nucleare per usi pacifici e per la generazione di elettricità a basse emissioni (la quarta onda). Ora crediamo che l'idrogeno a basse emissioni prenderà il sopravvento come quinta onda.”
...all'idrogeno verde
Parallelamente, come ha aggiunto El Ramah, l'idrogeno verde negli Emirati Arabi ha incredibili potenzialità di sviluppo, grazie al fotovoltaico, favorito dall'eccezionale irraggiamento solare e dalle ampie zone desertiche e pianeggianti del paese. I mega progetti sono tre (un parco solare a Dubai e due ad Abu Dhabi) e il costo dell'elettricità prodotta dal sole qui sta diventato sempre più competitivo: ha raggiunto gli 1,9 centesimi di dollaro per kWh.
Gli Emirati Arabi hanno già cominciato a stringere partnership per l'esportazione di idrogeno low carbon, specialmente con l'Europa, “perché è qui che le normative e le politiche sono maggiormente consolidate e solide”, ha precisato El Ramah. “In questo momento è necessario promuovere l'idrogeno verde e incentivarlo proprio attraverso una governance come quella dell'Unione Europea.” Riconosciuta come il primo mercato al mondo ad aver istituito un quadro normativo completo e dettagliato per l'idrogeno rinnovabile.
“L'idrogeno e i combustibili a base di idrogeno avranno un ruolo centrale nella decarbonizzazione del nostro sistema energetico”, ha controbattuto Ditte Jørgensen, direttrice generale della Direzione generale energia della Commissione europea, in un panel dedicato interamente alla collaborazione tra Europa, paesi del Golfo e Mena. “In particolare dove l'elettrificazione non è un'opzione praticabile. L'aviazione è un esempio, il trasporto marittimo è un altro, dove già vediamo un significativo passaggio ai derivati dell'idrogeno, così come nei processi industriali difficili da elettrificare. Senza idrogeno, questi settori troverebbero molto difficile decarbonizzare e rimanere competitivi a livello globale. Gli Emirati Arabi Uniti e i paesi della regione del Golfo hanno un potenziale eccezionale per la produzione di idrogeno. Si tratta di idrogeno a prezzo competitivo che può aiutare l'Europa a decarbonizzare più rapidamente e può aumentare la competitività proprio nei settori hard-to-abate.”
Ma la lezione di Abu Dhabi è chiara: l'obiettivo, da questa parte del mondo, non è uscire dai combustibili fossili il prima possibile, ma grazie a essi mantenere egemonia, profitti e influenza, anche durante la transizione. Del pianeta, e della lotta contro il tempo per combattere la crisi climatica, qui invece non ne parla nessuno.
In copertina: foto di World Future Energy Summit
