L'idea fu verbalizzata per la prima volta a Fiji, nello stesso anno dell'accordo di Parigi, il 2015: un trattato di non proliferazione delle fonti fossili per gestire in modo coordinato il rallentamento e l'abbandono della produzione di idrocarburi. Il pensiero era modellarsi sul Trattato di non proliferazione di armi atomiche (1970) o sulla Convenzione internazionale per la proibizione di uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo (1997), per ottenere risultati simili con l'estrazione di carbone, petrolio e gas, che al momento sembra ancora inarrestabile.
La proposta è diventata una campagna internazionale della società civile cinque anni dopo la prima verbalizzazione, alla New York Climate Week del 2020. Oggi il Fossil Fuel Treaty è uno dei progetti più ambiziosi di riforma della governance climatica, la soluzione radicale e non riformista, la scarica di elettricità al multilateralismo la cui linea della vita oggi sembra decisamente piatta. Averne uno significherebbe poter andare oltre la fatica bestiale che si fa per portare le fonti fossili dentro le COP e l'implementazione dell'accordo di Parigi, dove serve il consenso di 195 paesi per ogni singola virgola. Il rovesciamento di pensiero è che sia meglio partire da un numero di paesi ridotto che piano piano come una slavina diplomatica coinvolga tutti gli altri, o almeno un numero molto significativo di altri. Al momento i numeri sono ancora troppo piccoli, solo una manciata i paesi hanno dato la propria adesione (18), tra cui solo Colombia, Cambogia e Pakistan stanno sopra la soglia del minuscolo (il resto sono nazioni insulari). Accanto a loro però ci sono organizzazioni non governative, centinaia di città e amministrazioni locali, l'OMS, decine di nazioni indigene.
È un'onda ancora piccola, non dobbiamo farci illusioni al riguardo, ma non è detto che resti piccola per sempre. Il Fossil Fuel Treaty è uno dei pilastri della conferenza di Santa Marta in Colombia sulla transizione dalle fonti fossili, convocata dal 24 al 29 aprile come antidoto e stimolo all'immobilità delle COP. Tzeporah Berman è la persona che sta provando a trasformare la pazza idea del trattato sulle fossili in una proposta in grado di creare mobilitazione su scala globale e di diventare, un giorno, realtà. È fondatrice e presidente del comitato direttivo dell’iniziativa. Parliamo su una panchina dell'INVEMAR, istituto di ricerca marina che è una delle sedi della conferenza, a margine dell'incontro tra i parlamentari.
“C'è una bella atmosfera perché questa è una comunità di pratica”, ci dice Berman. “La conversazione sul clima è stata così imbrigliata nelle cornici istituzionali esistenti da aver quasi generato un senso di vergogna, ha trasformato il discorso sulle fonti fossili in un tabù, in qualcosa di proibito. Qui a Santa Marta la sensazione che avverto di più è il sollievo collettivo, si sta creando una lingua nuova, per metterla a disposizione di chi prende le decisioni, una lingua nuova per esplorare soluzioni diverse.”
Potrebbe essere questa l'eredità della conferenza di Santa Marta: liberare finalmente l'immaginazione politica?
Una delle cose più tossiche che ci ha dato l'industria degli idrocarburi è stata rubarci la capacità di immaginare un mondo senza di essa. Dobbiamo ricordarci che non è solo una questione di tecnologia, di finanza, di policy, ma che al fondo di tutto serve un cambiamento culturale. Le aziende fossili hanno speso montagne di soldi in pubblicità e lobbying attraverso i decenni, allo scopo di terrorizzare le persone, di dare l'idea che la transizione dalle fossili avrebbe portato scarsità, avrebbe cancellato il progresso e il futuro. Di fronte abbiamo l'industria più ricca che sia mai esistita, che continuerà finché potrà fare questi enormi profitti.
E dall'altra parte cosa c'è? Cosa rende questo momento qualcosa più di un incontro tra virtuosi che sono d'accordo su tutto ma non hanno potere su nulla?
Ciò che rende questo momento diverso e unico è che il velo è stato strappato, non solo riguardo al fatto che abbiamo bisogno di azione per il clima, ma anche per il fatto che le alternative esistono, funzionano e sono più economiche delle fonti fossili, in ogni mercato e ogni paese. Quella in Iran non è certo la prima guerra del petrolio, ma è la prima che ha illuminato fragilità e vulnerabilità del sistema in un momento in cui un'alternativa esiste, ed esiste su scala. Siamo alla convergenza di una crescita tecnologica e di una nuova volontà politica.
Qual è la massa critica che serve al Trattato di non proliferazione per andare avanti e iniziare a diventare reale?
Al tavolo per ora abbiamo diciotto paesi, ma altri, anche alla luce degli eventi geopolitici, ci hanno contattato, hanno aperto linee di dialogo, abbiamo una decina di osservatori attivi, un paio in Europa. Credo davvero che potremo avere presto nuove adesioni, abbiamo già diversi continenti rappresentati: la Colombia per l'America Latina, il Pakistan e la Cambogia per l'Asia, oltre a nazioni caraibiche e dell'Oceania. Abbiamo bisogno del supporto degli europei e dell'Africa per andare avanti.
Possiamo davvero pensare che bastino poche decine di paesi a portare un cambiamento così grande?
Il modello che stiamo provando a seguire è stato quello che ci ha dato la Convenzione sulle mine. La sua nascita ha un parallelo forte con quello che sta accadendo a Santa Marta sulle fonti fossili: anche in quel caso il dialogo è iniziato fuori dai canali ufficiali delle Nazioni Unite, su stimolo della scienza, delle organizzazioni della società civile e poi di un piccolo gruppo di paesi. Sulle mine sono partiti in trenta ambiziosi, e hanno cambiato il mondo: sono bastati trenta paesi per partire ma poi sono diventati 162. Anche quelli che non hanno mai aderito hanno iniziato a cambiare le pratiche, perché, con oltre 160 firmatari, era cambiata la percezione culturale e sociale di cosa fosse considerato accettabile, ed è successo grazie a quel trattato. È un modello diverso dalla Convenzione ONU sul clima, che ha scelto di partire con tutti i paesi tutti insieme. Questo modello alternativo prevede invece che un gruppo di paesi faccia la prima mossa, mostri agli altri quali sono i vantaggi di essere nel gruppo e li spinga a unirsi.
Come funzionerebbe concretamente questo trattato?
Ci saranno regole di voto diverse dalla Convenzione ONU sul clima, che è basata sul consenso a causa di una battaglia diplomatica condotta negli anni Novanta dell'Arabia Saudita. Nel trattato ci sarà invece un sistema di voto a maggioranza, ci saranno meccanismi di vincolo legale sul commercio e le tariffe, e conseguenze per i paesi che decidono di uscire, cosa che accordo di Parigi e Convenzione sul clima non hanno.
Gli obblighi sono chiari. Ma quali potrebbero essere i benefici per un paese che aderisce al trattato?
Canali finanziari dedicati, fondi per la giusta transizione, accordi di commercio o sulle tariffe interni al trattato, anche per la vendita residuale delle fonti fossili, con l'accesso a un mercato interno al trattato in cui i paesi che ancora producono, ma stanno diminuendo la produzione, possono vendere carbone, petrolio e gas, dando sia a produttori che consumatori la certezza di un equilibrio tra domanda e offerta.
Vede questo trattato come erede dell'accordo di Parigi o come una sua integrazione?
Dobbiamo superare l'idea che sul clima ci possa essere un solo accordo. Ci sono temi regolati da una pluralità di accordi e trattati, non è una cosa inusuale nel diritto internazionale. Io vedo il trattato sulle fonti fossili come un compagno dell'accordo di Parigi, che permette di raggiungere quello che l'accordo di Parigi non è costruito per dare, cioè una riduzione dell'offerta. Finora è come se avessimo provato a usare delle forbici con una sola lama: l'accordo di Parigi può essere efficace con la riduzione della domanda di fonti fossili, ma, senza ridurre l'offerta, la domanda continuerà a essere artificialmente alta, anche a causa dei sussidi e di come è disegnato il sistema energetico.
Qual è il rapporto tra la campagna per il trattato e la conferenza di Santa Marta?
L'idea di una serie di conferenze diplomatiche sulle fonti fossili, come questa di Santa Marta, è nata all'interno della campagna per il trattato: era una proposta nata dai nostri ricercatori e supportata dall'incontro dei ministri dei diciotto paesi che aderiscono alla richiesta. Poi, quando a Belém c'è stato lo stallo che conosciamo, la Colombia ha deciso di organizzare una conferenza di questo tipo, insieme ai Paesi Bassi: noi abbiamo fatto un passo indietro e lasciato la palla a loro, perché è importante che siano i paesi a guidare il processo. E ora l'idea del Trattato di non proliferazione è parte della conferenza di Santa Marta come parte delle soluzioni per fare il transitioning away.
Che timeline abbiamo di fronte? Quando potrebbero iniziare a muoversi davvero le cose?
Da quando il negoziato sulle mine antiuomo partì, ci vollero due anni, e in quei due anni ci fu una grande ondata di paesi che decisero di aderire perché volevano essere al tavolo, e volevano poter scrivere le regole. Dobbiamo arrivare a una massa critica, per ora da diciotto possiamo salire a venticinque, trenta in poco tempo, e da quel punto potrebbe partire un negoziato ufficiale: io credo che già entro la fine del 2027 potrebbe essere un buon momento. Le cose stanno cambiando molto velocemente.
In copertina: foto di Climate Group, via Flickr
