I lavori sono andati avanti fino a notte fonda. In genere non è un buon segno nei negoziati internazionali, e infatti nessuno, alla vigilia, scommetteva su una fumata bianca. Invece a Nuova Delhi, nel pieno della crisi energetica globale innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, il blocco dei BRICS (che riunisce le 11 maggiori economie emergenti del mondo) ha spiazzato gli osservatori, approvando all’unanimità una dichiarazione congiunta.

Un documento molto vasto, che spazia dalla sicurezza in Medio Oriente alla protezione delle rotte marittime, dalla transizione ecologica alla tutela dei minerali critici, fino al riposizionamento strategico del blocco all'interno delle Nazioni Unite. Trovare un compromesso tra le posizioni di Brasile, Cina, India, Russia, Sudafrica, Iran, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Indonesia, Egitto ed Etiopia sembrava difficile, specie dopo i passati vertici conclusi con un nulla di fatto.

Intorno allo stesso tavolo si sono infatti seduti alcuni dei pesi massimi dei combustibili fossili − Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, peraltro ancora coinvolti, uno contro l'altro, nella guerra intorno a Hormuz e allo stretto di Bab Al Mandeb − insieme a chi, come Cina e Brasile, sta puntando invece su elettrificazione e materie critiche. Alleati di Washington, come India o i Paesi del Golfo, e storici avversari degli Stati Uniti, come Iran, Cina e Russia.

“Il Sud del mondo si trova in prima fila nelle crisi globali, ma nell'ultima fila dei processi decisionali. Dobbiamo trasformare la piramide dei privilegi in una piattaforma di cooperazione", ha dichiarato il primo ministro indiano, Narendra Modi, in apertura dei lavori. E il monito sembra essere stato accolto: il documento finale New Delhi Declaration. Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability − 140 punti condensati in 45 pagine – conferma, almeno sulla carta, se non un fronte politico compatto, sicuramente diplomatico. Rimodellare l'ordine globale è diventata una necessità per molte delle economie dei suoi membri, mentre la crescente domanda di rappresentanza e autonomia è un'esigenza per tutto il Sud globale. Se funzionerà davvero, lo vedremo probabilmente al prossimo banco di prova: la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite in programma ad Antalya, in Turchia, a novembre.

Per una transizione giusta, ordinata ed equa

Vediamo quindi i dettagli del documento che riguardano la transizione energetica. "Riconosciamo che i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo importante nel mix energetico mondiale, in particolare per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo, e riconosciamo la necessità di promuovere transizioni energetiche giuste, ordinate, eque e inclusive.” Il paragrafo 64 della dichiarazione congiunta non lascia spazio ai dubbi: la “via” dei BRICS per la transizione energetica non fa riferimento agli obiettivi di net zero né al phase-out. I combustibili fossili, almeno per ora, non si toccano e la posizione del blocco rimane ferma: le priorità devono rimanere sviluppo economico e sicurezza energetica.

I membri dei BRICS comprendono un mix eterogeneo di paesi, accomunati da crescenti esigenze energetiche, aspirazioni all'industrializzazione e sfide per lo sviluppo. Posizioni a sostegno dell'eliminazione graduale dei combustibili fossili non possono arrivare da loro. Considerando che rappresentano insieme quasi la metà della popolazione mondiale e circa il 40% del PIL globale, se rimangono uniti, i negoziati sul clima delle prossime COP saranno inevitabilmente influenzati in maniera sempre crescente dalle posizioni dal blocco.

Tecnologia neutrale, quindi, come sinonimo di diritto allo sviluppo. Gas, petrolio e carbone convivranno con il fotovoltaico, l'idrogeno a basse emissioni, le bioenergie o il nucleare, a discrezione di ogni paese membro, delle sue esigenze e delle sue specificità. Basta stare qualche giorno nei Paesi del Golfo per capire che cosa significhi transizione da questa parte del mondo: ci si prepara all’era post-petrolio investendo sì in ricerca, tecnologie e rinnovabili, ma senza rinunciare a estrarre − e bruciare − idrocarburi fino all’ultimo barile.

Del resto i soldi per la transizione, qui, arrivano dai combustibili fossili. Tutto questo deve avvenire “in linea con i nostri obiettivi climatici e nel rispetto dell'Obiettivo di sviluppo sostenibile 7, nonché dei princìpi di neutralità tecnologica e di responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità, tenendo conto delle circostanze, delle esigenze e delle priorità nazionali”, conclude il paragrafo.

No alle barriere tariffarie unilaterali

Al paragrafo 65, il documento lancia un affondo duro e mette nero su bianco l'opposizione del blocco ai protezionismi climatici dell'Occidente: "Ci opponiamo alle misure unilaterali, punitive, discriminatorie e protezionistiche che non sono in linea con il diritto internazionale, come i meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere, ed esprimiamo preoccupazione per il fatto che tali misure minino gli sforzi compiuti dai paesi, in particolare dai paesi in via di sviluppo, volti ad affrontare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici, ad aumentare la capacità di adattamento e la resilienza". L'attacco al CBAM e alle politiche green dell'Unione Europea è evidente.

I BRICS rifiutano la possibilità che la tassazione della CO₂ alle frontiere si traduca in uno strumento in grado di penalizzare le economie emergenti, condizionandone la competitività sui mercati globali. Nella visione del blocco, l'applicazione di tariffe doganali legate a criteri ambientali rischia di trasformarsi in una forma di protezionismo, finendo per ampliare la frattura economica tra Nord e Sud del mondo.

Minerali critici e catene di approvvigionamento

La difesa del modello energetico dei BRICS passa inevitabilmente anche dal controllo delle materie prime del futuro. Al paragrafo 67, dedicano un capitolo alla necessità di blindare catene di approvvigionamento di minerali critici e terre rare che siano “affidabili, responsabili, diversificate, resilienti, eque, sostenibili e giuste”.

La dichiarazione mette in chiaro il rispetto assoluto per la sovranità dei singoli stati sui propri giacimenti, promuovendo il valore aggiunto locale e opponendosi a qualsiasi tentativo di monopolio o sanzione esterna. È la risposta al monito lanciato da Narendra Modi contro la “weaponisation” (l'uso come arma geopolitica) delle risorse sono fondamentali sia per l'elettrificazione del blocco (che, trainato da Cina, India e Brasile, genera già il 51% dell'energia solare mondiale), sia per la sicurezza logistica minacciata dalle tensioni intorno allo Stretto di Hormuz.

“Questo, per certi versi, potrebbe rivelarsi un impegno più concreto per la decarbonizzazione rispetto ai tradizionali obiettivi di riduzione delle emissioni”, ha sottolineato ieri, 13 settembre, Avantika Goswami, direttrice del programma sul Cambiamento climatico del Centre for Science and Environment (CSE) di Nuova Delhi. “Chi controlla, produce e può accedere alle tecnologie pulite e ai minerali necessari per la transizione determinerà la velocità con cui i paesi potranno passare da infrastrutture basate sui combustibili fossili a infrastrutture a basse emissioni di carbonio. La Dichiarazione di Nuova Delhi dimostra che i paesi BRICS hanno ben presente questo obiettivo più ampio.”

Un contrappeso all'Occidente

La condivisione di una strategia economica e di sviluppo comune sembra prevalere, almeno per ora, sulle rivalità tra i BRICS. Nel 2020, India e Cina si sono scontrate violentemente lungo il confine conteso dell'Himalaya. Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono tuttora su fronti opposti nella guerra in Medio Oriente, con Teheran che ha lanciato più missili e droni contro Abu Dhabi che verso Israele. Ma a Nuova Delhi, per la prima volta dall'inizio del conflitto con l'Iran, il presidente Masoud Pezeshkian e il principe ereditario di Abu Dhabi, Khaled bin Mohamed bin Zayed, si sono incontrati faccia a faccia, mentre il presidente cinese Xi Jinping è arrivato in India per la prima volta dal 2019. Ed è proprio la riforma della governance globale il collante dei BRICS, la forza che tiene uniti partner così distanti.

Se sono nati soprattutto come gruppo economico, che teneva assieme i paesi emergenti con le maggiori possibilità di crescita, ora il blocco si presenta come una possibile alternativa alla governance di un Occidente guidato dagli Stati Uniti, dove la legge del più forte non prevale sulla cooperazione. Il risultato più significativo che il vertice di Nuova Delhi trasmette alle cancellerie internazionali è forse proprio questo: un mondo governato da istituzioni e regole definite unicamente dalle potenze occidentali, transizione energetica inclusa, non funziona più.

 

In copertina: Nuova Delhi, al vertice dei BRICS Vladimir Putin, Narendra Modi e Xi Jinping piantano alberi per i vent’anni di alleanza. Foto di Alexander Kazakov/Russian Presidential Press and Information Office/TASS/Sipa USA, Agenzia IPA