“I mari non hanno passaporto.” Sulla costa del Mar Nero, a Trebisonda, Murat Kurum, ministro turco dell’ambiente, dell’urbanizzazione e dei cambiamenti climatici e presidente designato della COP31, riassume in cinque parole una delle sfide che attendono il vertice ONU sul clima di Antalya: inquinamento, riscaldamento delle acque e innalzamento dei mari non si fermano ai confini nazionali.

In occasione di Blue Dialogue – Oceans & Seas, Climate Change and Resilience, il 10 settembre Kurum ha raccontato a Materia Rinnovabile, unica testata giornalistica italiana a intervistarlo, le priorità della Turchia per la COP31: dalla diplomazia climatica alla transizione dai combustibili fossili, dalla finanza alla sicurezza idrica fino alla protezione degli oceani.

Per Kurum, il banco di prova sarà trasformare gli impegni in azioni. La sua ambizione? Antalya sarà una “COP dell’implementazione”, guidata da tre princìpi: “Dialogo, consenso, azione”. Perché, come spiega, “le persone ora vogliono vedere come le parole pronunciate nelle sale delle conferenze si traducono nelle loro città, nel loro lavoro, sulle loro tavole e nel loro futuro”.

Ministro Kurum, quale ruolo avrà la società civile alla COP31 e come garantirete spazi per proteste e manifestazioni pacifiche?

Siamo in contatto con le organizzazioni della società civile riconosciute nell’ambito del processo delle Nazioni Unite e ci confrontiamo costantemente con loro. Metteremo a disposizione degli spazi nella Green Zone e ascolteremo le loro richieste e osservazioni sui negoziati. Gestiremo questa presidenza a nome di 196 paesi. Saremo equi e trasparenti e tutti avranno la possibilità di esprimersi liberamente.

Gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro nella diplomazia climatica internazionale. Come può funzionare la COP31 senza uno dei suoi attori diplomatici più importanti?

Il governo degli Stati Uniti può aver fatto un passo indietro, ma siamo in contatto con aziende iscritte alle camere di commercio statunitensi, come Google, Apple e Amazon. Industriali e produttori dicono di non condividere la posizione del governo e vogliono lavorare sui temi rilevanti e rappresentare gli Stati Uniti alla COP31. Il settore privato lo vuole chiaramente e credo che lo voglia anche la società. Le posizioni possono cambiare. Dobbiamo compiere passi decisi verso risultati concreti. Le aziende e le istituzioni finanziarie statunitensi vogliono investire e diversificare le proprie fonti energetiche. Le crisi che stiamo affrontando lo dimostrano.

Mentre Washington riduce il proprio impegno, come state lavorando con la Cina in vista della COP31?

Siamo in contatto con la Cina, che è coinvolta nel processo. Mi congratulo con questo paese perché, nonostante un territorio e una popolazione così vasti, sta portando avanti una profonda trasformazione, per esempio attraverso i veicoli elettrici e gli impianti di energia rinnovabile. Sta investendo sia sul proprio territorio sia in altri paesi del mondo ed è alla ricerca di nuove opportunità di investimento.

E per quanto riguarda il coinvolgimento della Russia alla COP31?

Lo stesso vale per la Russia. Sono in contatto anche con la Russia perché, se vogliamo contrastare il cambiamento climatico, dobbiamo raggiungere un consenso. Non vedo particolari problemi rispetto al suo coinvolgimento. La Turchia ha assunto un ruolo di mediazione tra Russia e Ucraina. Per questo manterremo una posizione imparziale durante il processo della COP31.

Lei definisce la COP31 una “COP dell’implementazione”. Ma il mondo si sta avvicinando alla soglia di 1,5°C. Che cosa significa parlare di implementazione quando quell’obiettivo appare sempre più difficile da rispettare?

Il mondo si è già riscaldato di circa 1,3°C. Ma se riusciremo a mantenere il riscaldamento intorno a 1,5°C, sarà comunque un successo. È proprio per questo che la COP31 deve essere una COP dell’implementazione. Sono state prese decisioni importanti, ma ora devono trasformarsi in progetti concreti. Sì, parleremo; sì, collaboreremo, ma otterremo risultati. Senza risultati, tutto il resto rimane sospeso. Oggi il mondo ci chiede azione, attuazione e risultati. Ciò che prenderà forma qui a Trebisonda, lo porteremo alla COP31 per trasformarlo in azione globale. Tra cinque anni vogliamo poter verificare se i progetti hanno ottenuto finanziamenti, se le coste sono diventate più resilienti e se i paesi in via di sviluppo hanno avuto maggiore accesso alle risorse.

La transizione dai combustibili fossili resta uno dei temi più divisivi dei negoziati sul clima. La COP31 punterà a una roadmap più ambiziosa?

Probabilmente non vedrete una voce specificamente dedicata ai combustibili fossili nell’Action Agenda, ma ci sono molti temi che contribuiranno indirettamente a ridurne l’utilizzo. Uno di questi è l’elettrificazione. Abbiamo un obiettivo del 35% entro il 2035. Non è un auspicio. Non conta ciò che si vuole fare, ma ciò che si fa. Ridurre i rifiuti del 50%, portare al 15% l’utilizzo di materiali circolari e ridurre del 20% l’intensità energetica nelle aree urbane servono tutti a questo obiettivo. È già stata presa una decisione sulla transizione dai combustibili fossili e partiremo da quella, rafforzando ulteriormente l’impegno emerso dalla precedente COP. Può trattarsi di eolico, idroelettrico, solare, idrogeno o nucleare. Tutte queste fonti contribuiranno alla transizione.

In vista del Forum euro-mediterraneo sull’acqua, in programma a Roma il 29 settembre, la sicurezza idrica si impone come una questione sempre più urgente per il Mediterraneo. Quale ruolo avrà nell’agenda di attuazione che volete portare alla COP31?

Caldo estremo, siccità, alluvioni e stress idrico stanno diventando sempre più visibili nella vita quotidiana delle persone. Il cambiamento climatico ormai riguarda ogni aspetto della vita: energia, industria, città, commercio, agricoltura, acqua e sviluppo. Abbiamo bisogno di progetti che possano incontrare finanziamenti e tecnologia. Per me, la giustizia climatica si può riassumere in una frase: se condividiamo l’obiettivo, dobbiamo condividere anche i mezzi per raggiungerlo. I paesi che subiscono direttamente gli impatti climatici, pur non avendo grandi responsabilità nell’averli provocati, devono poter accedere a questi mezzi.

Gli oceani restano uno degli ambiti meno finanziati dell’azione climatica. Che cosa rappresenterebbe un successo della COP31, soprattutto per i paesi più esposti al cambiamento climatico?

L’accesso ai finanziamenti, la preparazione dei progetti e la tecnologia rappresentano delle sfide. Stiamo sviluppando un meccanismo attraverso il quale sarà possibile condividere il know-how e facilitare l’accesso ai finanziamenti, in particolare per i progetti dei piccoli stati insulari e dei paesi costieri in via di sviluppo. Nel mondo ci sono capitali, tecnologia e conoscenze, ma non sempre riescono a incontrarsi. Alla COP31 vogliamo mettere in relazione i progetti con i finanziamenti e i finanziamenti con la loro realizzazione. Daremo priorità agli stati insulari del Pacifico. Una volta un giovane di uno stato insulare mi ha detto: “Voi parlate e discutete, ma il mio paese rischia di scomparire. Finirà sott’acqua. Stanno scomparendo i nostri sogni, i nostri giovani, la nostra storia. Non avremo più una casa, non avremo più una terra su cui vivere”. È con questa consapevolezza che dobbiamo agire.

Turchia e Australia hanno ruoli di leadership distinti alla COP31. Come funzionerà questo assetto quando emergeranno divergenze politiche?

Turchia e Australia non sono copresidenti. La Turchia detiene la presidenza della COP31, mentre l’Australia presiede i negoziati. Ci confrontiamo con l’Australia, ma la decisione finale spetta alla presidenza della COP31. Stiamo lavorando in grande sintonia e condividiamo la stessa prospettiva. Se Turchia e Australia non riescono a trovare un accordo, non è realistico aspettarsi che lo facciano 196 paesi. Ci ascolteremo, dialogheremo e costruiremo il consenso.

Il 10 settembre a Trebisonda avete lanciato la Marine Litter Action Platform, un hub digitale globale nato per trasformare la cooperazione contro i rifiuti marini in azioni concrete e misurabili. Quali risultati volete ottenere?

I nostri mari possono avere nomi diversi, ma sono parti interconnesse di un unico sistema climatico e di vita. Un rifiuto gettato nel Mar Nero può riapparire nel Mediterraneo; un problema che nasce qui può raggiungere gli oceani, e ciò che accade negli oceani può tornare fino a noi. Non è soltanto una questione ambientale. Quando la plastica finisce in mare, viene ingerita dai pesci e, alla fine, arriva anche a noi. Dobbiamo cambiare il modo in cui consideriamo i rifiuti: dobbiamo trattarli come una risorsa e reintrodurli nel ciclo economico. La piattaforma servirà a rendere le azioni più visibili e misurabili, a condividere conoscenze e a valutarne l’impatto. Vogliamo che le esperienze e le soluzioni sviluppate qui vadano oltre il Mar Nero e contribuiscano a uno sforzo globale per la tutela dei nostri mari.

 

In copertina: Murat Kurum, foto di UNclimatechange via Flickr