Un nuovo rapporto della Ellen MacArthur Foundation, Missing Signal, realizzato con la Commissione per la cooperazione ambientale nordamericana, mostra dove si perde il valore dei telefoni a fine vita negli Stati Uniti, in Canada e in Messico e quali leve possono riportarlo in circolo entro il 2040.
Nella maggior parte dei casi, in Nord America, gli smartphone non finiscono subito in discarica. Dopo il primo utilizzo, tra il 50% e il 70% entra in almeno un secondo ciclo d'uso: viene passato a un familiare, riparato, ricondizionato o rivenduto. Secondo Missing Signal, però, il resto del percorso è molto meno efficiente. Il 30-50% dei dispositivi non viene recuperato in modo affidabile quando il riuso finisce, e gran parte dei materiali al loro interno si disperde.
Il rapporto stima che, in uno scenario di azioni mirate, Stati Uniti, Canada e Messico possano recuperare entro il 2040 circa 2,2 miliardi di dollari in minerali critici. Nello stesso anno arriveranno a fine vita circa 2 miliardi di telefoni negli Stati Uniti, 410 milioni in Messico e 180 milioni in Canada.
Il valore è soprattutto nei metalli. Un telefono è composto per il 40% di plastica, per il 25% di vetro e ceramica e per il 35% di metalli, e contiene circa 63 elementi. Una tonnellata di telefoni a fine vita può contenere fino a 53 kg di rame, 141 grammi di oro, 270 di argento e 3,3 kg di terre rare, per un valore di circa 20.000 dollari ai prezzi attuali. Sono materiali che servono alla rete elettrica, ai veicoli elettrici e all'elettronica avanzata, e che la regione in gran parte importa.
Il rapporto sottolinea anche il costo ambientale della produzione. Circa l'80% delle emissioni incorporate in un telefono viene generato prima che arrivi nelle mani dell'utente. Per questo, prolungarne l'uso conta più del riciclo finale.
Dove si perde il valore
La perdita, dice lo studio, comincia molto prima della discarica. "Le decisioni a monte vengono prese molto prima che i telefoni entrino in uso", e condizionano tutto il resto. I modelli di business puntano sulla prima vendita, i telefoni sono difficili da smontare e alcuni componenti sono legati al software, così da rendere complicata la riparazione indipendente. Se in passato molti modelli ricevevano due o tre anni di aggiornamenti, gli ultimi di Google e Samsung ne promettono fino a sette.
Nella fase intermedia pesa la fiducia. Gli utenti tengono i telefoni in un cassetto perché non trovano un modo semplice per restituirli e temono che i dati non vengano cancellati. Ne risultano "grandi scorte di dispositivi 'in ibernazione' che non possono essere raccolte e rimesse in circolo". Negli Stati Uniti se ne contano circa 223 milioni. Anche le imprese, secondo le interviste effettuate per il report, a volte preferiscono distruggere i dispositivi piuttosto che rivenderli, per timore di responsabilità legali e fiscali.
A valle il collo di bottiglia è industriale. Solo il 10-30% dei dispositivi entra nella raccolta formale. Secondo le stime del rapporto, appena il 4-17% del materiale recuperato arriva ai mercati interni delle materie prime, mentre l'83-96% finisce per essere smaltito o esportato. Gli impianti in grado di recuperare i metalli dalle schede elettroniche su larga scala sono pochi e concentrati soprattutto in Québec.
Il rapporto, tuttavia, raccoglie alcuni esempi positivi. La rete di chioschi automatici ecoATM conta oltre settemila punti negli Stati Uniti e in Canada e ha raccolto più di 50 milioni di dispositivi; circa il 75% viene ricondizionato o rivenduto. In Canada la rete di raccolta dell'EPRA, con più di 3.150 punti di conferimento, potrebbe essere orientata al riuso prima ancora del riciclo.
Cinque mosse per chiudere il cerchio
Il rapporto propone di intervenire su tutta la filiera, a partire dalla progettazione. Telefoni più modulari, con batterie sostituibili, aggiornamenti software garantiti più a lungo e componenti smontabili senza danni consentirebbero di tenerli in uso più a lungo e di recuperarne le parti. I governi, indica lo studio, possono imporre requisiti di riparabilità, richiamandosi al regolamento europeo sull'ecodesign, e garantire accesso agli strumenti diagnostici. Le imprese possono invece costruire modelli che guadagnano dalla riparazione e dal ricondizionamento oltre che dalla vendita.
Il secondo passo è portare i telefoni fuori dai cassetti. Servono punti di restituzione dove le persone già acquistano o cambiano il telefono, regole chiare sulla cancellazione dei dati e criteri condivisi di valutazione dello stato dei dispositivi, così che chi li rivende possa fidarsi di ciò che compra. Su questa base si innesta la tracciabilità, il terzo punto. Il rapporto propone passaporti digitali del prodotto, che accompagnano il telefono con informazioni su funzionamento, composizione e cancellazione dei dati, e procedure più snelle per spedire all'estero dispositivi funzionanti e verificati.
Gli ultimi due punti riguardano l'industria. Si dovrebbe ampliare la capacità di smontaggio, separazione e trattamento, con finanziamenti legati a risultati che preservino le parti riutilizzabili. Servirebbe poi una domanda stabile di materiali recuperati: appalti pubblici, impegni di acquisto a lungo termine e fornitori certificati R2 ed e-Stewards darebbero alle imprese la certezza necessaria per investire.
Per il rapporto il Nord America funziona già come un'economia unica per produzione e scambi di elettronica. Ciò che resta poco sviluppato, si legge, "è il flusso inverso". E i telefoni, concludono gli autori, sono "una delle opportunità più praticabili per applicare su larga scala le strategie dell'economia circolare".
Wen-Yu Weng, della Ellen MacArthur Foundation, la mette in questi termini: “Alcune delle nostre riserve più preziose si trovano già sopra il suolo. L'elettronica offre la prova di concetto di ciò che possiamo già fare oggi”, un modello per l'intera economia dei minerali critici.
In copertina: immagine Envato

