Il diritto alla riparazione entra nella legislazione italiana. Dal 22 ottobre 2026, è infatti in vigore il decreto legislativo n. 176 del 25 settembre, che recepisce la direttiva europea 2024/1799 e introduce nuove disposizioni per favorire la riparazione dei beni di consumo rispetto alla loro sostituzione.

Il provvedimento arriva con quasi tre mesi di ritardo rispetto alla scadenza europea del 31 luglio e punta a prolungare la vita utile dei prodotti, ridurre la produzione di rifiuti e sostenere un mercato della riparazione più accessibile e competitivo. Le nuove tutele, però, non si applicano indistintamente a tutti i beni e non comportano la gratuità degli interventi fuori garanzia.

Quali prodotti rientrano nel diritto alla riparazione

Uno degli aspetti centrali della normativa riguarda il campo di applicazione. L'obbligo di riparazione a carico dei produttori interessa soltanto le categorie di beni per le quali la legislazione europea ha già stabilito specifici requisiti di riparabilità. Tra queste figurano lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, asciugatrici, aspirapolvere, televisori e altri display elettronici come smartphone, tablet e alcune apparecchiature informatiche. L'elenco comprende anche determinate tipologie di prodotti per il riscaldamento domestico e dispositivi che incorporano batterie destinate ai mezzi di trasporto leggeri.

Il perimetro potrà ampliarsi progressivamente con l'introduzione di ulteriori requisiti europei. Per i beni interessati, i fabbricanti saranno tenuti a garantire la possibilità di riparazione anche dopo la scadenza della garanzia legale, direttamente oppure attraverso operatori specializzati, salvo nei casi in cui l'intervento sia impossibile da effettuare.

Il decreto interviene anche sulle condizioni che possono rendere una riparazione tecnicamente possibile ma economicamente poco conveniente. I produttori dovranno mettere a disposizione ricambi, strumenti e informazioni tecniche secondo i requisiti applicabili alle diverse categorie, senza escludere i riparatori indipendenti. I pezzi di ricambio dovranno essere offerti a costi ragionevoli e non potranno essere introdotte restrizioni hardware o software ingiustificate per ostacolare gli interventi.

Le disposizioni contrastano inoltre le pratiche che limitano l'utilizzo di componenti compatibili, usati o realizzati attraverso stampa 3D, nel rispetto delle norme di sicurezza e della proprietà intellettuale. Un produttore non potrà rifiutare la riparazione soltanto perché il bene è già stato sottoposto a un intervento da parte di un tecnico indipendente.

Garanzia estesa di un anno, ma riparazioni non sempre gratuite

Un'altra novità riguarda la garanzia legale. Quando un consumatore sceglie la riparazione per un difetto di conformità coperto dalla garanzia, il periodo di responsabilità del venditore viene prolungato di dodici mesi, una sola volta. La disposizione può quindi portare da due a tre anni la durata ordinaria della tutela per un prodotto nuovo. Non si tratta, però, di una nuova garanzia biennale che decorre dall'intervento: l'estensione riguarda il periodo di responsabilità del venditore ed è prevista soltanto quando la riparazione viene effettuata per ripristinare la conformità del bene.

La misura punta a rendere la riparazione più interessante rispetto alla sostituzione, mantenendo la gratuità degli interventi per i difetti coperti dalla garanzia legale. Diverso è il caso dei prodotti fuori garanzia: per le categorie soggette agli specifici requisiti europei di riparabilità, il fabbricante è tenuto a effettuare la riparazione, salvo che sia impossibile, gratuitamente oppure a un prezzo ragionevole. Il diritto a ottenere l'intervento, dunque, non coincide necessariamente con il diritto a non sostenerne i costi.

La normativa introduce anche strumenti per rendere più trasparente il mercato. I riparatori potranno utilizzare un modulo europeo standardizzato per comunicare prezzi, tempi e condizioni dell'intervento, mentre una piattaforma europea, la cui operatività è prevista nel 2027, faciliterà l'incontro tra consumatori, riparatori e operatori del ricondizionamento.

Economia circolare: la sfida è rendere conveniente la riparazione

L'impatto ambientale della sostituzione prematura dei prodotti è tutt'altro che marginale. Secondo i dati richiamati dal Consiglio dell'Unione Europea, ogni anno lo smaltimento di beni ancora riparabili genera circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti, 261 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra e un consumo di 30 milioni di tonnellate di risorse. Numeri che spiegano perché prolungare la vita utile dei prodotti sia diventato uno degli obiettivi delle politiche europee per l'economia circolare.

Le nuove disposizioni intervengono su alcuni degli ostacoli che hanno finora limitato il mercato della riparazione, dalla disponibilità dei ricambi alle restrizioni tecniche imposte dai produttori. Resta però da capire quanto queste misure riusciranno a modificare le scelte dei consumatori. La direttiva europea prevede che gli stati membri adottino almeno una misura per promuovere la riparazione, attraverso strumenti che possono comprendere incentivi economici, agevolazioni fiscali o iniziative informative. Il decreto italiano non introduce voucher o contributi specifici per chi sceglie di riparare, lasciando aperta la questione della competitività economica rispetto all'acquisto di un prodotto nuovo.

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