Il cambiamento climatico ha tanti volti: quello di eventi estremi con un impatto dirompente, come la recente inondazione in Nepal, e quello di disastri più lenti ma non meno impattanti, come l’inesorabile fusione dei ghiacciai alpini, tra cui quello dei Forni, il secondo più grande d’Italia. Due esempi che hanno molto in comune, dato che la causa dell’alluvione nepalese è il collasso di una parte del ghiacciaio Langtang Lirung, e che lo stato di salute dei grandi ghiacci sull’arco alpino è messo a dura prova proprio dalle piogge intense, sempre più frequenti anche sopra i 3000 metri di quota.
È esattamente nelle aree dove si trova il ghiacciaio dei Forni che alla fine di agosto 2026 diverse piogge torrenziali hanno colpito le Orobie Valtellinesi e i territori limitrofi, con 200 mm di acqua caduti in soli due giorni, e la Valfurva con 60 mm in sole ventiquattro ore. Queste violente precipitazioni sono responsabili della parziale esondazione del torrente Frodolfo e dei danni a un tratto del sentiero che dal rifugio Forni porta al ghiacciaio. A constatare l’impatto di questo evento estremo c’era anche la carovana dei ghiacciai di Legambiente, alla sua terza tappa, durante l’escursione in quota insieme al Servizio glaciologico lombardo, l’Università Statale di Milano e il Parco nazionale dello Stelvio.
Come impatta il clima sul ghiacciaio dei Forni
Dall’inizio del secolo a oggi, il secondo ghiacciaio più esteso d’Italia è arretrato di ben 3 km. Inoltre, nelle giornate più calde, arriva a perdere 10 cm di spessore in un giorno. Preoccupa il ritmo della fusione, termine maggiormente corretto rispetto a quello di uso più comune di “scioglimento” per descrivere ciò che sta accadendo ai ghiacciai: la fusione, infatti, indica più precisamente il cambiamento di stato fisico da solido a liquido dovuto al calore.
Per quanto riguarda i Forni, l’allarme è particolarmente urgente anche a causa dell’aumento della copertura detritica e alla disgregazione della fronte del ghiacciaio, ovvero la sua parte terminale situata alla quota più bassa verso valle. Secondo i dati dell’Università di Milano, dal 2014 al 2022 la fronte del ghiacciaio si è infatti ritirata di oltre 400 metri, mentre la perdita di spessore è stata di 70 metri in alcuni punti, pari all’altezza di un palazzo di venti piani. Emblema della sofferenza del ghiacciaio dei Forni è la sua lingua inferiore, tagliata da rocce che fino a qualche anno fa erano ricoperte di ghiaccio.
L’arretramento dei ghiacciai peggiora anche a causa degli eventi meteo estremi, come spiegano i nuovi dati diffusi mercoledì 26 agosto 2026 a Sondrio, in Valtellina, dove si è tenuta una conferenza stampa sul tema. Secondo l’Osservatorio città clima di Legambiente, infatti, dal 1° gennaio al 23 agosto 2026, sono ben 72 gli eventi meteo estremi che hanno colpito le regioni dell’arco alpino. La Lombardia, con 23 eventi estremi, è la regione più colpita, seguita dal Veneto (21) e dal Piemonte (13).
Danni da vento, allagamenti da piogge intense, siccità e temperature record sono i fenomeni estremi più ricorrenti in questi primi otto mesi del 2026. Oltre a ciò, in questa occasione Legambiente ha presentato il bilancio sullo stato di salute del ghiacciaio dei Forni, ha proiettato un approfondimento video relativo a questa tappa e ha premiato il vincitore del concorso fotografico Snap in Nature promosso dal progetto LIFE Nat Connect 2030.
Perché una carovana ai Forni
L’obiettivo della carovana, organizzata in collaborazione con CIPRA Italia e con la partnership scientifica della Fondazione glaciologica italiana, è tenere alta l’attenzione su come le montagne nell’arco alpino stiano cambiando sempre più velocemente a causa della crisi climatica. La terza tappa ha percorso il nuovo sentiero glaciologico Antonio Stoppani e Ardito Desio, inaugurato lo scorso luglio nella Valle dei Forni. Lungo 4 km, il percorso conduce gli escursionisti fino all’omonimo ghiacciaio attraverso 13 tappe informative dedicate alla storia climatica, scientifica e storica del luogo, dove a causa della fusione del ghiaccio stanno emergendo tracce degli scontri avvenuti durante la Prima guerra mondiale.
“Con questa tappa abbiamo portato in primo piano non solo la fragilità e la sofferenza del ghiacciaio dei Forni, ma il modo concreto in cui il cambiamento climatico sta trasformando le montagne e il nostro rapporto con esse”, commenta Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia. “Oggi abbiamo camminato sotto una pioggia insistente, dopo settimane di siccità e pascoli ingialliti, attraversando, tra larici, prati e nuove morene, lo spazio lasciato libero dal ghiacciaio negli ultimi 150 anni. È una delle contraddizioni sempre più evidenti delle nostre estati alpine: prima la siccità, poi precipitazioni intense, mentre il ghiacciaio continua a ritirarsi e il paesaggio cambia rapidamente. Il sentiero glaciologico Stoppani-Desio aiuta a leggere sul terreno questa trasformazione e a comprendere come frequentare la montagna oggi richieda maggiore consapevolezza, attenzione e capacità di adattamento.”
L’importanza di un sentiero glaciologico
Legambiente chiede un nuovo approccio nel frequentare la montagna, che stimoli le persone ad avere più consapevolezza dei mutamenti in atto a causa della crisi climatica. La campagna 2026 invita pertanto a prevedere più iniziative di sensibilizzazione come quella del sentiero Stoppani-Desio, frutto di una collaborazione tra Università degli Studi di Milano, Parco Nazionale dello Stelvio, Fondazione glaciologica italiana, Servizio glaciologico lombardo, Club alpino italiano (CAI) e comune di Valfurva.
Percorrere l’itinerario Stoppani-Desio permette non solo di ammirare paesaggi unici, ma anche di informarsi sul delicato e unico equilibrio tra un ghiacciaio e il clima locale e globale. Secondo Riccardo Scotti, membro del Servizio glaciologico lombardo, le tappe previste da questo sentiero “permettono di avere informazioni sulle dinamiche glaciali, per far comprendere cosa sta succedendo al ghiacciaio e perché sta succedendo. Questa consapevolezza è un tema fondamentale per lottare contro la disinformazione e il negazionismo climatico e aiuta a comprendere l’evoluzione del passaggio e ad abituare le persone all’osservazione”.
“Il ritiro dei ghiacciai alpini è già oggi una realtà che le comunità di montagna vivono concretamente, nella disponibilità d’acqua, nella sicurezza del territorio e nell’economia locale”, sottolinea Valter Maggi, presidente della Fondazione glaciologica italiana e docente dell’Università Bicocca di Milano. “Il ghiacciaio dei Forni, in Valfurva, nel Parco Nazionale dello Stelvio, ne è un esempio emblematico: negli ultimi decenni ha perso una parte significativa della sua massa ed estensione, un arretramento che si può osservare anno dopo anno e che rende ancora più urgente costruire resilienza, dando ai territori gli strumenti di conoscenza e monitoraggio per adattarsi. I sentieri glaciologici rispondono proprio a questa esigenza: non semplici percorsi escursionistici, ma vere infrastrutture di adattamento, capaci di trasformare la consapevolezza in capacità di risposta. Il sentiero del ghiacciaio dei Forni è in questo senso un modello di buona pratica: unisce monitoraggio scientifico continuo, gestione del rischio e coinvolgimento del territorio, dimostrando come un ghiacciaio in ritiro possa diventare occasione di resilienza per le comunità locali”.
In copertina: il ghiacciaio dei Forni, foto di Legambiente
