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L’Italia ha 11,8 milioni di ettari di bosco, pari al 39% del territorio nazionale, ma importa quantità crescenti di legno strutturale: 757.000 metri cubi di lamellare e pannelli CLT nel 2025, il massimo dal 1999, per un totale di oltre 410 milioni di euro. L’84% arriva da un solo paese, l’Austria. Un evidente paradosso, denunciato da Angelo Luigi Marchetti, presidente della Federazione filiera legno, sul Sole 24 Ore: non è un problema di disponibilità della risorsa, ma di conoscenza, pianificazione e politica industriale.
Il mercato dei crediti di carbonio forestali può essere una leva in grado di sbloccare questa situazione, rendendo economicamente più sostenibile la gestione di questi boschi? A tale proposito, dal 18 novembre 2025 l’Italia ha adottato le linee guida per l’istituzione del Registro nazionale pubblico dei crediti di carbonio volontari del settore agroforestale, affidato al CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), che ammette esplicitamente la gestione forestale sostenibile e i prodotti legnosi a lunga durata. A Bruxelles, invece, il quadro CRCF ha adottato a luglio 2026 le metodologie per imboschimento, agricoltura e torbiere, ma non ancora quelle per la gestione forestale attiva. Ne parliamo con Riccardo Fraccaro, amministratore delegato di Carbon Planet.
Partiamo dai numeri evidenziati da Angelo Luigi Marchetti: 11,8 milioni di ettari di bosco e 757.000 metri cubi di legno strutturale importato, l’84% dall'Austria. Che cosa c'entra il mercato del carbonio con questo squilibrio?
C’entra, perché è un punto di vista diverso dello stesso problema. Il legno del nostro paese non è sottoutilizzato perché di qualità inferiore: i valori di resistenza e rigidezza dell'abete italiano sono infatti pienamente comparabili con quelli dell'Europa centrale, come dimostra la ricerca condotta da Federazione filiera legno con Conlegno, MiCROTEC e Technische Universität München. È sottoutilizzato perché il bosco italiano, in larga parte, non è gestito. E un bosco non gestito non produce assortimenti, non produce reddito, non produce filiera. Il credito di carbonio si inserisce esattamente qui: è uno degli elementi che può rendere economicamente sostenibile o più redditizia la gestione di un patrimonio forestale che oggi, per il proprietario, è spesso solo un costo o un’immobilizzazione improduttiva. Il punto di partenza riguarda il sistema paese, che oggi ha un terzo del suo territorio abbandonato: una risorsa naturale, ambientale, energetica e anche turistica importante, da valorizzare.
Il mercato è abbastanza maturo per spingere la nascita di aree gestite?
Non ancora del tutto, ma siamo alle battute finali. A livello europeo il CRCF ha compiuto il passo più importante lo scorso luglio, adottando le prime metodologie di carbon farming. Restano due tasselli che riguardano direttamente il bosco italiano: la metodologia europea sulla gestione forestale attiva, e quella sullo stoccaggio del carbonio nei prodotti (il legno negli edifici) attesa entro fine anno. Sono i due pezzi che chiudono il cerchio tra bosco e filiera.
Se mancano ancora questi tasselli, perché lei sostiene che i territori debbano muoversi adesso e non aspettare fino a quando il quadro sarà completo?
Perché i tempi tecnici non coincidono con i tempi normativi. Un credito di carbonio forestale non nasce da una firma: nasce da un’analisi approfondita dell’area, che porta a un piano di gestione. Redigere un piano di questo tipo richiede tempo, anche un anno. Poi il piano va approvato e va attuato, perché solo un bosco effettivamente gestito genera crediti. Tra la decisione e il primo credito registrabile passano anni, non mesi. Chi comincerà a muoversi quando la metodologia sarà pubblicata si troverà a partire con tre o quattro anni di ritardo rispetto a chi avrà già il piano in mano. È un vantaggio competitivo che i territori possono costruirsi adesso e che non è recuperabile dopo.
Una domanda che probabilmente le faranno in tanti: quanto vale il bosco, per un proprietario?
Il valore varia moltissimo, e voglio essere chiaro sul perché: cambia da bosco a bosco, anche all’interno della stessa regione. Dipende dalla composizione specifica, dall’età dei soprassuoli, dallo stato di gestione di partenza, dall’accessibilità. Non esiste un valore per ettaro da mettere in una brochure, e diffiderei di chi lo propone: serve un'analisi dell’area, caso per caso. Ma la cosa più importante da dire è un’altra, ed è un punto su cui vedo molta confusione. Il credito di carbonio non è il guadagno. È un’entrata aggiuntiva, che si somma alla vendita del legname ricavato dalla gestione sostenibile. È quella somma che rende economicamente sostenibile o più conveniente la gestione che, con i soli ricavi del legname, in molte aree italiane non starebbe in piedi o risulterebbe poco attraente.
Quanto bosco serve perché il conto torni?
Dai 500 ai 1.000 ettari. Su una superficie inferiore non ha probabilmente senso avviare un progetto di generazione dei crediti da gestione forestale attiva: i costi, tra cui l’analisi dell’area, la verifica di parte terza da parte di enti accreditati e il monitoraggio nel tempo, non sono del tutto scalabili con la superficie, e sotto quella soglia si mangiano il beneficio. Il che significa che in Italia, dove la proprietà forestale è frammentata come nessun’altra in Europa, l’aggregazione non è un’opzione: è una condizione da valutare a priori. Per questo credo che i primi a muoversi dovrebbero essere gli enti pubblici − vedi comuni e regioni − e le proprietà collettive. Hanno superfici che superano la soglia o ci arrivano vicino, hanno già una struttura amministrativa e hanno un mandato che va oltre il ritorno finanziario immediato. Sono loro che possono fare da apripista e, aggregando, coinvolgere anche la proprietà privata che da sola non riuscirebbe a raggiungere quella massa critica. Ma serve un cambio di approccio nelle amministrazioni: bisogna iniziare a conoscere questi strumenti, sapere come costruire e attuare un piano di gestione, a chi rivolgersi, come coordinare i diversi soggetti della filiera.
Qualcosa si sta già muovendo?
In alcune aree si sono già formati consorzi tra comuni e privati, in parte spinti dai fondi PNRR per la forestazione e dai contratti di filiera del settore forestale, che hanno richiesto ai proponenti di aggregarsi e di dotarsi di una pianificazione. L’aggregazione permette non solo di raggiungere una massa critica, ma anche di creare strutture più specializzate, spesso coordinate da tecnici forestali che conoscono il territorio. È un modello che, per certi aspetti, ricorda quello delle comunità energetiche: mettere insieme più proprietà per rendere possibile un progetto che il singolo non riuscirebbe a sostenere. Va anche detto che la gestione forestale coinvolge molti attori, spesso con esigenze diverse: amministrazioni, proprietà private, usi civici, cittadini e filiera del legno. Il coordinamento tra questi soggetti è una condizione necessaria per rendere effettivi i piani di gestione. Ci sono poi realtà imprenditoriali che stanno guardando all'acquisto di grandi superfici forestali proprio per costruire un bacino di crediti di carbonio, ma in Italia l’operazione non è semplice: le grandi proprietà sono spesso in mano a enti pubblici o domini collettivi e la proprietà privata è molto frammentata.
E chi un bosco gestito ce l’ha già? Rischia di essere penalizzato, visto che l'addizionalità si misura rispetto a una baseline?
È il nodo tecnico più delicato e la risposta onesta è che non c’è una risposta unica né definitiva. Anche chi ha boschi già gestiti può intraprendere percorsi di contabilizzazione, ma i casi vanno visti uno a uno: sono progetti necessariamente sartoriali. In base alle linee guida nazionali è necessario verificare cosa prescrivono le norme locali in tema di prelievo massimo consentito e dimostrare che gli interventi previsti comportino dei prelievi inferiori rispetto al potenziale. È su questa differenza che si misura il carbonio addizionale sequestrato. In alcuni casi il margine c’è ed è significativo, in altri no. Sarà inoltre necessario verificare nei prossimi mesi se l’approccio della Commissione confermerà il modello indicato dal governo italiano o meno, modificando il sistema di calcolo. Chi promette che qualsiasi bosco possa generare crediti sta facendo un danno al settore, perché prepara delusioni che poi ricadono sulla credibilità dell'intero mercato.
Al di là del credito, che cosa cambia per un territorio?
Cambia la gestione del rischio, e dopo la tempesta Vaia, in Italia questo non è più un argomento astratto. La pianificazione di lungo periodo − vent’anni è la durata minima richiesta dal Registro nazionale − obbliga a ragionare su ciò che oggi mette in pericolo i nostri boschi: la fragilità delle monocolture di fronte ai patogeni, gli incendi, la siccità. Un piano di gestione ben fatto diversifica, e diversificando riduce l’esposizione. Poi c’è l’indotto: benefici ecosistemici, occupazione qualificata sul territorio, e un effetto che si comincia a vedere adesso: con ondate di calore sempre più frequenti e sempre più intense, il bosco gestito e accessibile diventa una destinazione turistica. Sono benefici che non ricadono solo sul proprietario, ma sull’area. Non è una questione importante per i singoli proprietari, ma per il sistema paese.
Un proprietario o un sindaco che la legge oggi, a chi si può rivolgere?
Quando la metodologia europea sarà completa, sarà la Commissione a indicare i soggetti abilitati ad applicare la metodologia, i cosiddetti certification scheme, che si stanno costituendo attraverso un percorso aziendale specifico e i soggetti terzi autorizzati a certificare. Ma quello viene dopo. La fase che si può e si deve affrontare adesso è a monte: la pre-analisi dell’area, la pre-fattibilità economica, l’accompagnamento nella costruzione del percorso. Qui il consiglio è di rivolgersi a chi ha competenze verificabili e, soprattutto, a chi sa lavorare in sinergia con i tecnici forestali locali e con la filiera del legno. I tecnici territoriali sono il perno di questo sviluppo: non servono solo competenze sui crediti di carbonio, serve chi fa squadra con il territorio. E serve la filiera: senza qualcuno che compra e trasforma l’assortimento, il cerchio non si chiude e il credito da solo non basta. Perché il carbon credit è solo l'ultimo anello: prima ci sono pianificazione, gestione, controllo, valorizzazione del legname e coordinamento tra proprietari e amministrazioni.
In copertina: Riccardo Fraccaro
