Passeggiando tra le viuzze e i ponti di Venezia, non si può non pensare al rapporto antico che questa città ha con l'acqua. È proprio qui, in uno dei luoghi che più di ogni altro incarna la vulnerabilità climatica del nostro tempo, che si è conclusa ieri, lunedì 8 giugno, la seconda edizione della Venice Climate Week, sei giorni di panel, dialoghi e performance che hanno trasformato la città lagunare in un laboratorio internazionale sul clima e sulle risorse idriche. 

Il tema scelto, Planet Aqua, Planet Peace, richiama l’attenzione sul ruolo centrale dell’acqua, invitando a considerarla non come una risorsa da sfruttare indiscriminatamente, ma come una fonte di vita da riportare al centro delle politiche e delle società contemporanee. L’acqua non viene più interpretata soltanto come simbolo delle crisi ambientali e climatiche, ma come un’infrastruttura strategica del Ventunesimo secolo: un elemento attraverso cui ripensare i modelli urbani, i sistemi economici e la resilienza del pianeta di fronte alle sfide future.

“Per secoli, i veneziani hanno capito qualcosa che il mondo moderno sta riscoprendo solo ora. L'acqua non è mai semplicemente uno sfondo alla civiltà umana: al contrario, plasma la prosperità, la sicurezza, la salute, il commercio, le vie migratorie e la pace. Alimenta la nostra società, muove le nostre industrie, fa crescere il nostro cibo e nutre i nostri ecosistemi”, ha detto durante l'ultima giornata Jessika Roswall, commissaria europea per l'ambiente, la resilienza idrica e l'economia circolare, citando anche le parole di Leonardo da Vinci che dedicò parte dei suoi studi agli infiniti moti dell'acqua e alle interazioni che intreccia con gli altri elementi della natura.

I diritti della natura in un pianeta blu

L’edizione di quest’anno, curata da Riccardo Luna, Sara Roversi e Cristiano Seganfreddo, ha visto oltre cento speaker alternarsi in diverse sedi distribuite in città. Dagli imponenti edifici della Procuratie di Piazza San Marco all'Ocean Space di Campo San Lorenzo, fino all'Isola di San Servolo e all'Università IUAV, in un format che ha mescolato scienza, arte, ambiente e innovazione.

La giornata inaugurale del 3 giugno si è aperta con il flash mob Married to the Lagoon nella piazza principale della città, una performance della Fondazione Pistoletto Cittadellarte insieme all’artista Meg Avon, pensata per riaffermare il legame tra Venezia e la sua laguna. Nel corso dell'azione performativa, l'artista ha recitato un testo che invitava a considerare la laguna non come una semplice risorsa o infrastruttura, ma come un'entità dotata di diritti propri: “Rendiamo omaggio alla laguna come una persona, non come un oggetto o infrastruttura. Ne riconosciamo il diritto di coevolversi insieme a tutti i suoi abitanti, umani e non umani, di adattarsi, cambiare e crescere secondo le proprie necessità, senza essere subordinata a quelle dell'uomo”.

Subito dopo, durante la sessione inaugurale, l’economista Jeremy Rifkin ha rilanciato il paradigma di Planet Aqua, sottolineando la necessità di un cambio di prospettiva nel rapporto tra uomo e ambiente: “L’idea che sia l’acqua a doversi adattare a noi è finita. Siamo noi che dobbiamo adattarci all’acqua”. La settimana ha incluso sessioni dedicate al rischio climatico e idrico nella nostra penisola, al valore della blue economy, alla decarbonizzazione del settore marittimo e alla necessità di ripensare le filiere industriali legate all’oceano. Al centro del dibattito anche il concetto di bancarotta idrica, il ruolo della disinformazione climatica nel contesto attuale e le prospettive per Venezia alla fine di questo secolo.

Durante uno degli incontri, la celebre oceanografa statunitense Sylvia Earle ha ricordato il ruolo centrale dell’oceano per la sopravvivenza del pianeta: “Il blu del pianeta è ciò che rende possibile la nostra esistenza. Alcuni sognano di andare sul pianeta rosso. Io dico: buona fortuna. Stiamo rendendo la Terra sempre più simile a quel pianeta rosso, mentre cerchiamo di rendere il pianeta rosso simile alla Terra”.

Troppa acqua o troppo poca?

Il 5 giugno Italy for Climate, il centro studi della Fondazione per lo sviluppo sostenibile impegnato ad accelerare la transizione dell’Italia verso la neutralità climatica, ha presentato il nuovo rapporto Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia, un’analisi del legame tra crisi climatica e crisi idrica nel nostro paese. Dai dati emerge l’immagine di un’Italia divisa tra troppa acqua e troppo poca, tra alluvioni, bombe d’acqua e siccità sempre più frequenti.

“La prima priorità per adattarsi a una nuova condizione climatica, che già oggi sta riducendo la disponibilità della risorsa idrica e impattando in modo più marcato le regioni del centro-sud, è quella di mettere in campo tutte le misure possibili per ridurre il nostro fabbisogno d’acqua,” racconta a Materia Rinnovabile Andrea Barbabella, coordinatore di Italy for Climate. “Con 2.260 metri cubi all’anno per abitante abbiamo una disponibilità pro capite che è la metà di quella media europea e ci posiziona al 19° posto nell’UE27. Questo è già un ottimo motivo per trattare la risorsa più vitale al mondo come una risorsa scarsa.”

L’Italia risulta infatti il paese europeo con i maggiori prelievi idrici, pari a 36 miliardi di m³ nel 2023, destinati soprattutto al comparto agricolo. “Siamo secondi solo alla Spagna”, aggiunge Barbabella. “Un dato in parte spiegabile data la nostra collocazione geografica e la necessità di irrigare, decisamente inferiore nei paesi del centro-nord Europa. Eppure, possiamo sicuramente fare meglio e mettere la produzione alimentare più al riparo da situazioni di scarsità. Secondo l’ultimo censimento − che risale al 2010, da cui un altro problema di scarsità e aggiornamento dei dati quantitativi sull’acqua− i sistemi di irrigazione ad alta efficienza a livello nazionale rappresentavano appena il 12%. Un dato che sale oltre il 70% in una regione critica come la Sicilia, segno che il cambiamento è possibile.”

Seguono i prelievi per uso civile, aggravati dalle perdite della rete di distribuzione, che raggiungono ormai il 42%, in forte crescita rispetto al 32% del 2008. Uno spreco crescente che persiste nonostante l’Italia disponga di una disponibilità pro capite pari a circa la metà della media europea, in calo del 20% rispetto a un secolo fa a causa della crisi climatica. “Abbiamo anche un problema lato consumi: con oltre 200 litri al giorno per persona siamo il paese con i consumi al rubinetto più alti in Europa”, continua Barbabella. “Anche in questo caso dobbiamo promuovere tecnologie per il risparmio idrico, comportamenti virtuosi e un utilizzo appropriato dell’acqua potabile, che forse usiamo in attività che potremmo evitare.”

Come riporta il rapporto, gli eventi estremi sono quasi triplicati negli ultimi sei anni e, nell’arco degli ultimi quarantacinque, questi fenomeni hanno generato danni stimati in circa 145 miliardi di euro, con il 25% dei costi concentrato negli ultimi quattro anni di analisi, tra il 2021 e il 2024. Venezia, inoltre, ha chiuso il 2024 con oltre duecento episodi di alta marea superiori agli 80 centimetri.

“L’innalzamento dei mari si affronta in primo luogo staccando la spina alla crisi climatica, ossia tagliando drasticamente e rapidamente le emissioni di gas serra”, conclude Barbabella. “In ogni caso il livello del mare continuerà a salire per decenni anche con la spina staccata. Venezia è un simbolo di questa sfida e l’aumento esponenziale dei fenomeni di acqua alta ne sono una testimonianza. Il MOSE costituisce una parte della risposta e, secondo i dati del MIT, dal 2020 a oggi ha consentito di evitare oltre cento eventi di acqua alta e danni stimati per circa 2,5 miliardi di euro. Se il Mediterraneo continuerà a salire per l’aumento delle temperature e lo scioglimento dei ghiacciai, bisognerà lavorare su più fronti, come quello della subsidenza che porta le città a ‘sprofondare lentamente”. Che sia troppa o troppo poca, l’acqua finisce per raccontare sempre la stessa crisi.

 

In copertina: foto di Ludovico Lovisetto, Unsplash