
La dimensione rituale e spirituale del gesto di bere è spesso ridotta, nella società contemporanea occidentale, a consumo materiale, al meglio edonistico. Eppure, la nostra storia di esseri umani è costellata di gesti simbolici profondissimi legati al bere e alle bevande. Nel cristianesimo il vino è transustanziazione del sangue di Cristo, durante la celebrazione eucaristica. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”, disse Cristo all’ultima cena, simbolo ultimo dell’alleanza cristiana.
Nell’induismo, la ricerca del collegamento con la divinità invece avviene con il soma vedico, bevanda ovunque decantata nel Ṛgveda, la raccolta dei testi sacri arii. Sebbene non chiaramente identificata dal punto di vista botanico, si presume fosse una bevanda psicoattiva a base di Amanita muscaria o funghi contenenti psilocibina o di Ephedra gerardiana, tutt’oggi usata nell’Ayurveda. In Grecia, a Eleusi, si consumava una misteriosa bevanda, nota come kykeon. Sugli effetti gli iniziati erano vincolati al silenzio, pena la morte, ma era ovvio che la bevanda avvicinasse al Mistero, dato che conteneva, secondo gli archeologi, alcaloidi ergotici, un agente psicoattivo derivato dalla Claviceps purpurea (il fungo della segale cornuta), che produce alcaloidi ergotici. Gli Egizi per celebrare gli dei – Ra in particolare, per averli salvati dalla furia di Hator – una volta all’anno si ubriacavano fino alla totale obnubilazione, bevendo birra fermentata dalle donne.
Da migliaia di anni ci dissetiamo e intossichiamo con bevande che sono molto di più di un semplice prodotto, ma parte di un rituale agglutinante, profondo, in grado di rivelare ambiti della nostra anima e psiche altrimenti difficilmente attivabili.
La differenza che passa tra il bere inconsapevole e il bere per celebrare la vita, l’amicizia, l’amore su questa terra, nunc pede libero pulsanda tellus (cioè dandosi alla pazza gioia, come diceva Orazio) è la medesima che passa tra chi consuma senza consapevolezza (del prodotto, dei suoi impatti, dell’insostenibilità della produzione) e chi cerca di bere o produrre bevande circolari, consapevoli, a impatto ridotto.
A livello economico parliamo di un settore che pesa globalmente più di 2000 miliardi di dollari (dati Mordor Intelligence). Tutt’altro che un settore secondario, con un impatto rilevante del packaging, in particolare dell’acqua minerale, dove la crescita dei consumi non sembra arrestarsi. Ma se l’acqua minerale è un prodotto superfluo ed eliminabile (l’acqua pubblica potabile e sicura è un diritto universale, non dimentichiamolo), il settore delle bevante funzionali, dei fermentati, dei succhi, delle bibite spiritose, del vino e della birra devono avere l’obiettivo di ridurre i propri impatti ambientali e sociali, ricercando una nuova qualità e una nuova alleanza con il mondo agricolo rigenerativo, biologico e biodinamico. Ragion per cui in questo numero abbiamo guardato a come grandi produttori cercano di ridurre emissioni e sprechi in ottica di circolarità, studiando come viene conteggiato e contingentato l’uso di acqua nella lavorazione, esplorato mille soluzioni di bioeconomia circolare con gli scarti e innovazioni di processo per utilizzare ogni sottoprodotto, fino a un’ampia panoramica sul packaging, cercando di capire quali imballaggi siano i più idonei e quando usarli.
Grazie, come sempre alla nostra collaborazione con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, creata dall’insostituibile Carlin Petrini, mancato quest’anno il 21 maggio. Carlin, come amava farsi chiamare da tutti, ci ricordava che “Chi semina utopia, raccoglie realtà”, celebrando il valore del cibo e del bere vero e ricordandoci che ogni sorso e ogni morso sono politica pura, contro il consumismo compulsivo di “un sistema agricolo e alimentare che deve cambiare”. Caro Carlin, speriamo che questo numero di Materia, che a te dedichiamo, possa contribuire alla riflessione sull’immenso, profondo, mondo del bere.
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In copertina: Jean Fouquet, Madonna del latte in trono con il bambino, 1450-1455
