Da Bruxelles - La bioeconomia europea vale già circa il 5% del PIL dell’UE, sostiene oltre 17 milioni di posti di lavoro ed è sempre più centrale per una crescita competitiva e sostenibile. In occasione del CBE JU Stakeholder Forum del 24 marzo 2026 a Bruxelles, abbiamo incontrato Nicoló Giacomuzzi-Moore, Executive Director di Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU), il partenariato pubblico-privato dell’Unione Europea che, insieme al Bio-based Industries Consortium (BIC), sostiene e rappresenta lo sviluppo industriale del settore bio-based.
Dalla prima strategia europea di quattordici anni fa, la bioeconomia ha compiuto un salto significativo: da ambito frammentato a vera e propria piattaforma industriale capace di mettere in relazione agricoltura, ricerca e industria, generando nuove filiere che trasformano scarti e biomasse in materiali avanzati. Oggi questo percorso si intreccia con un quadro politico europeo in evoluzione, orientato a semplificare le regole e a rafforzare i mercati dei prodotti bio-based. Restano però sfide decisive: superare le “valleys of death” tra ricerca e mercato e costruire strumenti finanziari in grado di trattenere gli investimenti in Europa.
A Bruxelles si parla da tempo di competitività. Eppure, il legame tra bioeconomia e biotecnologie ha radici ben più lontane. Può descriverne l’evoluzione negli ultimi anni?
La prima strategia dell’Unione Europea risale a quattordici anni fa. Al tempo esisteva un gruppo limitato di imprese, molto interessate a sviluppare tecnologie alternative a quelle basate sul petrolio e sui prodotti chimici tradizionali. In questo settore regnava un’estrema frammentazione. Gli stati membri e la Commissione hanno deciso di elaborare una strategia UE fondata su tre pilastri. Il primo è ambientale, per tecnologie verdi, che emettono meno CO₂, hanno un minore impatto sull’ambiente e possono essere strumenti per mitigare i nostri effetti sul clima. Il secondo pilastro è economico e industriale, quindi lo sviluppo di tecnologie industriali in grado di arrivare sul mercato. Il terzo pilastro è quello sociale, cioè il coinvolgimento del settore primario, i cosiddetti primary producer, che non sono soltanto contadini e agricoltori, ma anche, per esempio, pescatori o operatori dell’acquacoltura, e persone che si occupano della manutenzione e della crescita delle foreste come risorsa naturale. All’interno di questa strategia è stato creato uno strumento innovativo, che si chiama CBE Joint Undertaking. In origine era chiamato Bio-based Industries Joint Undertaking BBI JU, ma in sostanza siamo la stessa realtà: un partenariato tra il settore pubblico europeo e quello privato, nato proprio per allineare la visione strategica e creare connessioni all’interno del settore tra industria, centri di ricerca, università e settore primario, facendo crescere la bioeconomia come settore industriale trasversale. È un ambito che tocca tutto: dai materiali ai cosmetici, dalle proteine alternative ai materiali da costruzione e ai prodotti chimici.
Sappiamo che questa è la sua ricchezza, ma anche la sua difficoltà, perché non è un comparto ben definito come, ad esempio, l’automotive.
La bioeconomia è davvero un settore orizzontale, che si applica a una vasta gamma di strumenti, tecnologie e prodotti. Negli ultimi dieci anni il nostro partenariato pubblico‑privato ha finanziato oltre 1 miliardo di euro di fondi europei per 220 progetti, che spaziano dai progetti di laboratorio ai progetti pilota, quindi a quantità di prodotto, per così dire, più significative, fino alla costruzione di impianti primi nel loro genere. Tutti questi impianti sono diversi tra loro: ne abbiamo già finanziati 19 in Europa.
Qual è il ruolo di questo tipo di ecosistema di partnership nel velocizzare e catalizzare l’innovazione? Dove, invece, l’UE deve ancora recuperare terreno?
Il livello di investimenti del settore privato è di tre euro di investimento privato per ogni euro di investimento pubblico; quindi, il fattore moltiplicatore di questa idea di creare un partenariato pubblico‑privato è stato notevole e ha generato un forte effetto leva. Siamo partiti con trenta aziende all’interno del partenariato, oggi sono quattrocento. È un settore in piena fioritura. L’aspetto interessante non è solo la ricerca e l’innovazione, ma il fatto che, soprattutto negli ultimi due‑tre anni, molti attori globali guardano alla bioeconomia come un’opportunità strategica. Fino a tre anni fa il Green Deal − e la bioeconomia come suo strumento − era il concetto che permeava tutte le politiche europee. Ma oggi si muovono la Cina, l’India, il Giappone, gli Stati Uniti – che, anche se Trump non lo dichiara ufficialmente, sono molto attivi – e l’America Latina è un attore molto importante. La bioeconomia sfrutta risorse locali e genera vantaggi locali e regionali rilevanti. In un mondo sempre più caotico e rapido, la bioeconomia diventa un asset strategico.
Può fare un esempio?
Oggi c’è la guerra, purtroppo, in Iran. Non solo il petrolio è bloccato, ma lo sono anche milioni di tonnellate di fertilizzanti destinati all’Europa, proprio mentre arriva la stagione della semina. Questi fertilizzanti derivano dal petrolio: l’urea, tipicamente, e altri prodotti come i pesticidi che importiamo da quei paesi, perché non vogliamo più acquistarli dalla Russia, che era il nostro principale fornitore prima della guerra in Ucraina. Ora questi prodotti sono fermi. C’è quindi un enorme problema nella preparazione delle coltivazioni per il raccolto del prossimo anno, mentre i nostri progetti stanno sviluppando fertilizzanti bio‑based che non solo offrono prestazioni equivalenti, ma non deteriorano i suoli del nostro continente, che sono già per metà compromessi. Questo esempio mostra come questi prodotti abbiano anche un valore commerciale, perché i prezzi dei fertilizzanti sono schizzati alle stelle non appena lo Stretto di Hormuz è stato bloccato.
La sfida, però, è portarli sul mercato.
Le tecnologie funzionano. La ricerca e l’innovazione hanno dimostrato, anche grazie al supporto che abbiamo fornito, che è possibile. Ora bisogna creare le condizioni per dare vita a un mercato europeo, aiutare le industrie europee a restare in Europa e a investire non solo nel primo impianto, ma nella costruzione vari impianti nel continente. L’alternativa è che lo faccia qualcun altro al di fuori dell’Europa, ed è questo il grande dilemma del momento.
A questo dilemma se ne aggiunge un altro, che è una sfida non solo strategica ma anche operativa, le cosiddette “two valleys of death”.
È vero. Se vogliamo, la prima “valle della morte”, comune a tutte le imprese innovative che sviluppano nuove tecnologie e startup, è quella tecnologica: il passaggio da un’idea che sembra funzionare in laboratorio a una scala che può diventare industriale. È qui che CBE JU interviene: abbiamo ancora due call da lanciare, per circa 300 milioni di euro complessivi; quindi, ci sono ancora molti fondi disponibili.
E per la seconda “valle”, quella che riguarda il passaggio di questi prodotti, già esistenti e funzionanti, dal livello industriale al mercato?
Qui entrano in gioco vari ostacoli. Il primo è regolamentare, a livello europeo e nazionale. Come spiegava una delle aziende che lavora con noi, nel momento in cui si dichiara alle autorità che una certa sostanza deriva da un rifiuto, la risposta è: “È un rifiuto e va trattato come tale”. In realtà, noi trasformiamo quel rifiuto in composti, in elementi chimici per produrre, ad esempio, plastiche biodegradabili. Serve dunque un livello di comprensione diverso. Esiste un livello europeo, con i regolamenti come il REACH, e ora aspettiamo anche il nuovo Biotechnology Act, che dovrebbe concentrarsi proprio sul bio‑manufacturing. Poi c’è il tema della creazione del mercato. Credo che quest’anno arriveranno proposte per permettere ai prodotti bio‑based di avere vantaggi di prezzo rispetto a quelli basati sul petrolio. Si stanno valutando misure come quote nel public procurement o la riduzione dell’IVA; la Commissione ha messo sul tavolo varie idee.
E per quanto riguarda la finanza?
Oggi il mondo finanziario, soprattutto quello privato, vede questo settore come ancora rischioso, non tanto dal punto di vista tecnologico, quanto per la fase di ingresso sul mercato. Le banche vogliono progetti che presentano pochi rischi in grado di restituire un prestito e coprire le garanzie.
Non solo i fondi di investimento, quindi, ma proprio le banche.
Anche i fondi di investimento, certo: ce ne sono alcuni più aggressivi, disposti a prendersi maggiori rischi. Ma, parliamoci chiaro, per me l’attore più importante nel settore finanziario europeo, su questa priorità, è la Banca europea per gli investimenti, che era presente al nostro Forum. Stiamo collaborando per creare un volano di investimenti che permetta di arrivare alla scala industriale. Le bioraffinerie che di norma finanziamo costano tra i 100 e i 150 milioni di euro ciascuna, e noi copriamo circa il 10% di quel fabbisogno; una quota minima per costruire un impianto industriale di scala e raggiungere un prezzo competitivo basato sui volumi, con tutti i vantaggi che ne derivano.
Nel vostro nuovo work programme per il 2026 prevedete di investire 170 milioni in 13 progetti. Mi chiedo innanzitutto quali siano le priorità che stanno dietro queste call e, in particolare, in quali aree vi aspettate il maggiore impatto, anche se ho visto una distribuzione piuttosto equilibrata fra i vari settori.
Cerchiamo di definire le priorità dei temi di ricerca insieme alla Commissione Europea e all’industria. Le aree sono diverse, potrei citarne molte, ma l’obiettivo delle ultime due call di CBE è puntare sulle tecnologie che si stanno avvicinando al mercato: nel settore chimico, dei materiali, della cosmetica – che ha enormi potenzialità in questo ambito – e, per l’anno prossimo, anche nei settori tessile e alimentare, dove abbiamo ricevuto un numero elevatissimo di proposte per progetti dimostrativi. C’è quindi una forte domanda di finanziamento.
Può darci un ordine di grandezza?
L’anno scorso avevamo una call da circa 160 milioni di euro, più o meno come quella di quest’anno, e la richiesta complessiva di fondi è stata di 1,4 miliardi, quasi dieci volte tanto. Vorremmo avere più risorse. Da un lato è negativo, ma dall’altro dimostra che il settore sta davvero emergendo e che c’è una forte volontà di investire in Europa in un ambito che può diventare strategico. Infine, un altro aspetto che vorrei sottolineare è la diversificazione delle aziende associate al Bio‑based Industries Consortium. L’85% sono PMI, dove spesso nasce l’innovazione, e il restante 15% sono grandi aziende. Sempre più spesso vediamo queste grandi imprese collaborare con le PMI. In Italia possiamo citare Novamont; in Germania BASF, la più grande azienda chimica europea; ci sono gruppi come Metsä in Scandinavia, grandissimi investitori; in Francia L’Oréal e Michelin. Alcune di queste grandi aziende, inizialmente un po’ timide nei confronti del bio‑based, ora stanno entrando con decisione. Nonostante in UE del Green Deal si parli forse un po’ meno rispetto a qualche anno fa, le imprese vedono nella bioeconomia una via verso la sostenibilità e la resilienza dell’economia UE, e continuano a investire in queste tecnologie guardando al futuro.
In copertina: Nicoló Giacomuzzi-Moore
