
Questo articolo fa parte dello speciale "beauty e cosmesi": scoprilo qui
Il tappo di legno verniciato con la vite in alluminio − non certificato FSC, non separabile a fine vita, ingestibile per il riciclo − presentato come l’innovazione green di una linea cosmetica premium. Inizia con un esempio implacabile l’intervista a Michele Merola sulla complessa transizione verso la sostenibilità del settore della cosmetica. “L’equazione ‘legno, dunque naturale, quindi green’ incarna perfettamente come buone intenzioni, senza conoscenza, si traducono in greenwashing.”
Merola è referente del tavolo Management dell’Osservatorio green economy (GEO) dell’Università Bocconi e responsabile dell'Unità Sostenibilità/ESG di Ergo s.r.l (ora parte di Tecno Group), spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, specializzato in gestione ambientale. Da anni affianca Cosmetica Italia, l’associazione di categoria che rappresenta un settore da 13 miliardi di euro di fatturato, nel costruire metodologie e strumenti per portare la sostenibilità reale nelle aziende: grandi, medie, piccole.
Da dove parte la sostenibilità in cosmetica?
Il settore lavora su tre assi: prodotto, packaging e processi produttivi. Sul prodotto, tutto è partito dal filone naturale e biologico, che però non coincide con sostenibile. È una distinzione su cui abbiamo lavorato molto, e che non è ancora scontata nemmeno per i consumatori. “100% naturale” come claim può nascondere ingredienti estratti in modo impattante per la biodiversità. Sul fronte delle formule si va verso la semplificazione: meno ingredienti, clean beauty, attenzione alle sostanze che danneggiano i coralli nelle creme solari, riduzione dell’olio di palma da aree a rischio deforestazione. La ricerca va in quella direzione, anche se resta molto da fare.
Il packaging sembra l’area di investimento principale: è così?
È l’area dove l’evoluzione è stata più visibile. Quando otto anni fa abbiamo iniziato a lavorare con Cosmetica Italia sulla transizione del settore, andammo ai padiglioni di Cosmopack a Cosmoprof chiedendo se qualcuno avesse un packaging riciclato o bio-based: solo due aziende risposero, ed erano entrambe plastiche bio-based dal Brasile. Oggi sei sommerso di offerta di pack sostenibile. I tre filoni principali sono: dematerializzazione (eliminare il packaging secondario superfluo, alleggerire, semplificare), mono-materiale (più facile da riciclare a fine vita), e contenuto riciclato, con linee intere che arrivano al 70-80% di riciclato. Restano, però, differenze enormi tra i segmenti. Lo shampoo di massa può essere un flacone mono-materiale 100% riciclato facilmente. Meno nel make-up e nella profumeria di lusso. E il mercato arabo vuole il lusso sfacciato, quindi l’estetica prevale.
Il passaggio dalla plastica ad altri materiali è sempre un miglioramento?
Non necessariamente, ed è uno dei rischi più seri del momento. Sostituire la plastica con l’alluminio o con il vetro non è detto che riduca l’impatto: dipende dal ciclo di vita completo. Il vetro pesa enormemente di più, quindi i costi di trasporto e le emissioni correlate aumentano significativamente. L’alluminio ha caratteristiche interessanti in termini di riciclabilità, ma anche lì bisogna guardare tutto il ciclo. Racconto sempre il caso del vasetto di crema con il tappo in legno: sembrava più green perché “naturale”, ma quel legno era verniciato, aveva la vite in alluminio, non era certificato FSC e a fine vita era ingestibile. Avevano sostituito una plastica mono-materiale riciclabile con un rifiuto non riciclabile. La raccomandazione metodologica che diamo sempre è una sola: approccio scientifico, Life Cycle Assessment, prima di cambiare materiale. Non inseguire il demonio del momento.
E l’acqua?
L’acqua è il tema centrale, e resta il più sottovalutato dai consumatori. È il 70-80% del prodotto cosmetico medio, e viene usata massicciamente anche nei processi produttivi: per scaldare le emulsioni, per la pulizia degli impianti. Le aziende più avanzate hanno già chiuso i cicli idrici, cioè recuperano e ritrattano l’acqua invece di scaricarla. Un’azienda che dichiara la propria impronta idrica e quella carbonica fa qualcosa di concretamente più utile di una che mette il bollino “eco-friendly”. Ma è proprio questo approccio scientifico andrebbe rafforzato.
Il greenwashing resta un problema strutturale nel settore?
È uno dei settori dove il bollino autoprodotto “amico dell’ambiente” è ancora molto diffuso. Ci sono certificazioni serie − l’Ecolabel UE con la margherita, le certificazioni biologiche sulle materie prime − e ci sono i coniglietti e le foglioline che non garantiscono niente. La certificazione Ecolabel EU, applicabile fino a tre anni fa solo ai prodotti a risciacquo, ora vale per tutta la cosmetica, ma non sta prendendo piede come dovrebbe. Certificarsi costa e richiede metodologia. Per questo il lavoro di accompagnamento con Cosmetica Italia ha senso: settanta-ottanta imprese accompagnate direttamente, dalla micro alla media-grande, per costruire quelle competenze dall’interno.
Le piccole imprese possono essere sostenibili quanto le grandi?
In certi sensi di più. Le grandi hanno più risorse, ma anche maggiore rigidità strutturale. Una piccola impresa che capisce il vantaggio economico di chiudere il ciclo idrico può intervenire sull’impianto in tempi molto più brevi. E spesso ha un radicamento territoriale e sociale che le grandi non hanno: imprese che già lavorano con il carcere, con le comunità locali, con Libera. La sostenibilità sociale non è un accessorio: è parte dello stesso sistema di valore.
In copertina: Michele Merola
