Il secondo vertice Italia-Africa, ospitato ad Addis Abeba a due anni dal lancio del Piano Mattei, avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione di una strategia definita dal governo come un “cambio di paradigma” nei rapporti con il continente africano. Nei fatti, l’appuntamento ha messo in luce una doppia dimensione: da un lato la rivendicazione politica di risultati “tangibili”, dall’altro interrogativi ancora aperti su coerenza climatica, trasparenza e impatto reale degli investimenti.

Nel suo intervento, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che con il Piano Mattei “stiamo contribuendo a rivoluzionare il modo di guardare all'Africa e conseguentemente di agire in Africa”, ribadendo l’idea di una cooperazione “da pari a pari”, priva di “tentazioni predatorie” e lontana da approcci paternalistici. Tuttavia, al di là della retorica, il vertice non ha introdotto novità sostanziali rispetto alle linee già delineate nelle relazioni annuali del Piano.

La dotazione iniziale del Piano ammonta a 5,5 miliardi di euro, provenienti da fondi della Cooperazione e dal Fondo per il clima. Il governo ha dichiarato di aver mobilitato “miliardi di euro in risorse private e pubbliche” su scala africana, concentrandosi su energia, sicurezza alimentare, infrastrutture fisiche e collaborazioni sanitarie. Ma la quantificazione puntuale degli investimenti effettivamente erogati, la ripartizione per paese e i criteri di selezione dei progetti restano elementi poco dettagliati nel dibattito pubblico.

Energia e clima, tra neutralità tecnologica e ambiguità

Il capitolo energetico è centrale nella narrazione governativa. Meloni ha richiamato lo sviluppo di rinnovabili e biocarburanti, insistendo sul principio di neutralità tecnologica per garantire una transizione “sostenibile ma anche compatibile con i nostri sistemi economici e produttivi”. Il Piano coinvolge attualmente 14 paesi africani e punta a integrarsi con il Global Gateway europeo.

Eppure, proprio sul terreno della transizione ecologica emergono le maggiori criticità. Una parte degli analisti sottolinea che la strategia non definisce con chiarezza una traiettoria di decarbonizzazione coerente con gli obiettivi climatici internazionali. In un contesto in cui la rilevanza geopolitica si gioca sulla competitività nelle tecnologie pulite, l’assenza di target quantitativi su capacità rinnovabile installata, riduzione delle emissioni o investimenti in filiere verdi rischia di indebolire la portata trasformativa del Piano.

L’annuncio di nuove clausole rappresenta un elemento innovativo ma ancora da verificare nella sua applicazione concreta. “Aggiungiamo clausole di sospensione debito per le nazioni colpite da eventi climatici estremi”, ha dichiarato Meloni, introducendo un meccanismo potenzialmente rilevante per paesi altamente vulnerabili agli shock climatici. Tuttavia, restano da chiarire le condizioni di attivazione, la durata delle sospensioni e l’effettiva incidenza sul debito complessivo.

Istruzione e sviluppo, tra ambizioni e trasparenza

Accanto all’energia, il governo ha posto l’accento sul capitale umano. È stata rilanciata la campagna, promossa con la Nigeria e in partenariato con la Global Partnership for Education, “per raccogliere 5 miliardi di dollari e migliorare la qualità dell'istruzione per 750 milioni di bambini in oltre 91 nazioni”. Un obiettivo ambizioso, che però richiede una governance multilivello complessa e meccanismi di monitoraggio robusti per evitare dispersioni o sovrapposizioni con programmi già esistenti.

Una delle finalità politiche del vertice era anche quella di raccogliere riscontri dai governi africani e attenuare le polemiche seguite al primo summit romano, criticato per il limitato coinvolgimento diretto dei leader africani nella fase di definizione del Piano, ma resta la necessità di maggiore trasparenza su criteri, procedure e valutazioni di impatto, sia in termini economici sia ambientali.

La presidente del Consiglio ha evocato un “patto tra nazioni libere” e ha assicurato che l’obiettivo non è “sfruttare la migrazione per avere manodopera a basso costo”, ma “combattere le cause profonde” delle partenze, senza tuttavia entrare nel merito di queste cause. In ogni caso, l’efficacia di tale impostazione dipenderà dalla capacità di generare occupazione stabile, valore aggiunto locale e filiere industriali radicate nei territori, evitando che le economie africane “vengano depredate” delle proprie materie prime.

Il vertice di Addis Abeba si è insomma caricato di una forte valenza simbolica e diplomatica, con la partecipazione dei vertici dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite. Ma sul piano sostanziale il Piano Mattei resta un cantiere aperto. I numeri annunciati delineano una strategia di scala significativa, ma la sua credibilità, intanto, sarà misurata sulla coerenza degli investimenti, sulla trasparenza dei processi decisionali e sulla capacità di produrre benefici ambientali e socioeconomici verificabili nel medio-lungo periodo.

 

In copertina: Giorgia Meloni al Vertice Italia-Africa © Palazzo Chigi