La biodiversità non riguarda solo agricoltura, pesca o foreste. Riguarda tutte le imprese, anche quelle che non lo sanno. È uno dei messaggi più netti del nuovo Business and Biodiversity Assessment di IPBES, un report che prova a posizionare la natura al cuore delle strategie industriali. Ne parliamo con Massimo Labra, biologo e direttore scientifico del National Biodiversity Future Center, per capire perché il mondo economico non deve ignorare questo report.

“Dal report emerge chiaramente come la biodiversità sia oggi un rischio sistemico per l’economia globale e dunque anche quella italiana. Agire significa ridurre i rischi anche di quei settori che non sono direttamente interessati, e i dati del report lo dimostrano chiaramente”, esordisce Labra. “Un report che dovrebbe avere le prime pagine su tutti i giornali, di grande rilievo politico e civile, la biodiversità garantisce che i nostri figli possano avere un futuro prospero.”

All’interno del report si parla di sussidi ambientalmente dannosi, di protezione della biodiversità, degli impatti negativi. Ma c’è anche un lato di opportunità nella tutela della natura. “Per anni abbiamo ragionato solo in termini di impatto negativo”, spiega lo scienziato. “Quanto inquino, quanto consumo, quanto distruggo. Ma raramente ci siamo chiesti quale valore produca la biodiversità per un’impresa.” È qui che, secondo lui, sta l’equivoco di fondo: la biodiversità non è solo un limite, è una fonte di opportunità. “Non parliamo solo di dipendenze dirette, come l’esaurimento di una risorsa naturale. Dobbiamo pensare in termini di servizi e di innovazione: nuovi processi produttivi, bio-ispirazione, bio-materiali, filiere alternative. La biodiversità è una miniera di possibilità, ma serve una visione di lungo periodo.”

Se è chiaro che la perdita di biodiversità mette a rischio la stabilità economica e finanziaria, perché questa consapevolezza fatica a entrare nel mondo delle imprese e nelle decisioni dei governi? “C’è un tema culturale enorme”, risponde Labra. “Si dà per scontato che le risorse siano infinite. È lo stesso meccanismo che abbiamo visto per decenni con i combustibili fossili. Inoltre, la biodiversità viene ancora trattata come un tema ‘soft’, da CSR o comunicazione sostenibile. Finché resta lì, non diventerà mai una leva strategica.”

Eppure, qualcosa si muove. “Alcuni settori stanno iniziando a capire che la biodiversità può generare valore economico”, osserva. “Pensiamo al fotovoltaico: si fanno sempre più impianti progettati per aumentare la biodiversità locale, che possono produrre co-benefici ambientali ed economici, sia in termini di servizi naturali che di crediti di biodiversità. Ma per arrivarci serve una visione economica chiara, non solo narrativa.”

La biodiversità è profondamente locale. Quali sono i territori e i settori più vulnerabili a livello regionale? “Le isole sono le più a rischio”, spiega Labra. “Hanno un’altissima percentuale di endemismi: specie che esistono solo lì. Se le perdi, le perdi per sempre. Lo stesso vale per molti contesti montani, dove il cambiamento climatico sta alterando pascoli, produzioni lattiero-casearie, equilibri ecosistemici. Le pianure, paradossalmente, sono più resilienti, ma non per questo immuni. Delle colture, quella più a rischio è il vino: basta modificare il profilo podologico del microbiota per alterare lo stile e il gusto di un prodotto.” E poi ci sono i mari. “La pesca è uno dei settori più vulnerabili. Di fatto Il vero problema riguarda i territori marginali e le produzioni di qualità: lì biodiversità e valore economico coincidono. Anzi sono il fondamento di tanto Made in Italy alimentare.” Ma il settore agroalimentare non è l’unico estremamente vulnerabile in Italia. “Ci sono anche farmaceutica, cosmetica, nutraceutica: i settori coinvolti sono molti più di quanto si pensi. Basti ricordare che il 25-35% dei farmaci deriva dallo studio della natura”, specifica Labra. “E l’Italia è leader europea nei medical device e nei metaboliti secondari. Alimentazione, cosmetica, benessere, vino: tutto ciò che oggi definiamo ‘qualità della vita’ ha una base biologica.”

Uno dei punti più critici del report riguarda il concetto di nature-positive. Molte aziende credono di agire positivamente, ma in realtà stanno solo riducendo il danno. “Negli ultimi anni abbiamo visto una corsa a iniziative scollegate”, racconta Labra. “Alveari qua, piantumazioni là, progetti educativi senza una strategia. Mancava una visione organica: partire dalle vere pressioni sulla biodiversità. Ridurre l’agrochimica è importante, ma non basta. Serve un approccio di custodia integrale del territorio dove si opera. Custodia è una parola chiave. Un’impresa agricola che lavora un territorio da cinquant’anni non è solo un produttore: è un custode. La vera domanda dovrebbe essere: come garantisco che questo suolo sia fertile tra vent’anni? Non piantando cento alberi altrove, ma cambiando il modello produttivo oggi sui propri territori.”

E il mondo finanziario? “C’è un interesse crescente”, conferma Labra. “Soprattutto sui crediti di biodiversità. Possiamo imparare dagli errori del carbon market e creare un mercato solido dei biodiversity credits.” In Italia si stanno muovendo i primi passi: stanno per nascere le prime piattaforme di trading che impiegano sperimentazioni su blockchain, con attori di primo piano convolti come MASE, ISPRA, Accredia e lo stesso NBCF. “Siamo nella fase di ricerca, ma le opportunità sono enormi.”

Qual è allora il messaggio finale del report IPBES per l’Italia? “Siamo il paese della biodiversità”, conclude Labra. “Dovremmo farne il nostro vero asset competitivo. Non possiamo competere sulla quantità, ma sulla qualità, sull’identità dei territori, sull’autenticità dei biomi. La biodiversità deve uscire dal green marketing ed entrare nello sviluppo industriale. Non è un costo. È valore.”

 

In copertina: immagine Envato