La crisi climatica è un fenomeno globale, ma i suoi impatti si manifestano in modo profondamente diseguale. Le vulnerabilità individuali dipendono dall'intersezione di fattori geografici, socioeconomici e culturali − come genere, etnia, classe sociale e disabilità − che determinano sia il livello di esposizione ai rischi sia la capacità di adattamento. Riconoscere la dimensione sociale e culturale dell'emergenza climatica è indispensabile: integrare la prospettiva di genere e contrastare le disuguaglianze strutturali (come promosso da UNFCCC e IPCC) è essenziale per evitare che si accentuino le ingiustizie e garantire interventi efficaci. Anche secondo il report della FAO The Unjust Climat il cambiamento climatico amplifica le disuguaglianze sociali, economiche e di genere, evidenziando la necessità di dedicarvi maggiori risorse finanziarie e attenzione politica.
In tutto questo, l’economia femminista − che non è un’altra branca dell’economia politica, ma un modo radicalmente diverso di intendere la società − offre una lente unica per analizzare le interconnessioni tra disuguaglianze di genere e sostenibilità sociale e ambientale. Basta (ri)leggere Emma Holten che, nei suoi scritti, esplora il percorso con cui l’economia, fin dall’Illuminismo, ha di fatto negato il valore del lavoro di cura delle donne (e non solo). Perché quando tutto è definito da un prezzo, si crea una gerarchia dove ciò per cui è più difficile calcolare un valore finisce in fondo.
Ne abbiamo parlato con Marcella Corsi, tra le fondatrici del web-magazine InGenere.it, docente di economia politica ed economia femminista presso Sapienza Università di Roma, dove coordina Minerva – Laboratorio su diversità e disuguaglianze di genere presso il Dipartimento di scienze statistiche. Dal 2025 è presidente della International Association for Feminist Economics (IAFFE).
La crisi climatica è definita “una moltiplicatrice di disuguaglianze”. Cosa ne pensa?
Il riscaldamento globale e il degrado ambientale non sono fenomeni neutri, ma agiscono sulle strutture socioeconomiche preesistenti, esacerbando le disparità e colpendo in modo sproporzionato le donne e le fasce di popolazione più vulnerabili. Per cogliere appieno questo impatto, è fondamentale tracciare un confronto critico tra Nord e Sud globale, individuandone sia i tratti comuni sia le specificità contestuali. In tutto il mondo le donne hanno un ruolo chiave nel rapporto con la natura e l'agricoltura. Nel Sud globale, sono la spina dorsale dell'agricoltura di sussistenza e spesso responsabili dell'approvvigionamento di acqua e cibo. Siccità e alluvioni colpiscono direttamente il loro sostentamento. Nel Nord globale, invece, le disuguaglianze socioeconomiche fanno sì che donne a basso reddito o anziane subiscano maggiormente l'impatto economico e sanitario degli eventi estremi. Pagano dunque il prezzo più alto della crisi climatica, insieme alle persone in condizioni economiche e abitative precarie, a chi ha patologie croniche o disabilità, a popolazioni indigene e comunità rurali, a migranti climatici e sfollati.
Come spiegherebbe, ai non addetti ai lavori, l’economia femminista?
L’economia femminista propone una rilettura radicale del paradigma economico dominante. In primo luogo, mette in discussione categorie, metodologie economiche, contestando la presunta neutralità di una disciplina che favorisce l’accumulo di risorse e potere intorno a un unico soggetto: uomo, borghese, bianco, adulto, sano ed eterosessuale. In secondo luogo, la critica si concentra sulla tendenza del sistema capitalistico a ridurre il concetto di valore al solo prezzo di mercato, ignorando tutto ciò che non rientra nelle sue dinamiche. Così facendo, vengono rese invisibili la vulnerabilità umana e la necessità della cura reciproca. Rendere invisibile l’interdipendenza, subordinare l’affettività all’egoismo individuale e la cooperazione alla competizione sono caratteristiche essenziali delle società patriarcali e di quelle capitalistiche. La sopravvivenza del sistema economico dipende anche da un lavoro di riproduzione sociale a cui non viene conferito alcun valore. Bisogna dunque cambiare approccio.
Le donne come protagoniste del cambiamento e risposta al collasso ecologico?
Come sottolineato dai recenti rapporti della FAO, dall'ONU e dagli indici sullo sviluppo umano, le donne sono protagoniste e agenti chiave del cambiamento, in prima linea nella risposta al collasso ecologico. Attraverso il loro ruolo nelle famiglie e nelle comunità locali, rappresentano il canale principale di trasmissione dei saperi ecologici, delle pratiche di adattamento e delle strategie di resilienza intergenerazionale. Esiste un’enorme sproporzione tra l'incalcolabile valore prodotto dalle donne in ambito sociale e il loro riconoscimento come soggetti economici formali. Superare questa frattura significa riconoscere la loro autonomia strategica nella tenuta dell'economia reale. Va detto, però, che il genere non è una categoria isolata né sufficiente per comprendere la complessità dei fenomeni climatici. È indispensabile adottare una prospettiva intersezionale, guardando al genere come un costrutto sociale che tenga conto di vari aspetti come la classe sociale, l'etnia, la religione e le identità culturali, la collocazione geografica nell'asse di potere Nord/Sud. A ciò si unisce la necessità di dotarsi di uno sguardo decoloniale, capace di decostruire i modelli dello sviluppo classici e di mettersi in ascolto delle esperienze concrete delle popolazioni del Sud globale. Dalle lotte territoriali delle comunità indigene e contadine emerge l'efficacia di atti come quello con cui le donne mettono fisicamente i propri corpi come barriera contro la devastazione ambientale o la deforestazione. La difesa della natura con il proprio stesso corpo diventa simbolo di un'unica lotta contro la violenza sistemica.
Nel modello economico dominante, il costo sociale e ambientale della produzione viene spesso esternalizzato. Cosa propone l'economia femminista per ridisegnare la contabilità del PIL e includere i costi reali della crisi ecologica e del lavoro sociale?
I modelli economici tradizionali misurano il benessere con il PIL, che contabilizza come "valore" solo ciò che passa attraverso uno scambio monetario di mercato, rendendo del tutto invisibili due pilastri fondanti dell'esistenza umana: il lavoro di cura (riproduzione sociale) e la rigenerazione delle risorse naturali. L'economia femminista e l’ecofemminismo propongono di superare questo approccio miope, ridisegnando la contabilità macroeconomica per integrare i costi reali della crisi ecologica e il valore del lavoro sociale non retribuito. Un nodo centrale della ricerca economica femminista è la quantificazione e il riconoscimento del lavoro domestico e di cura non retribuito. Pioniera di questi studi è Nancy Folbre, che ha mostrato come l'economia di mercato viva di "rendita" sul lavoro di cura informale e gratuito fornito prevalentemente dalle donne. Esperimenti e indagini sull'uso del tempo condotti in vari paesi dimostrano che se il lavoro di cura informale venisse stimato monetariamente, arriverebbe a costituire tra il 20% e il 40% del PIL di una nazione. Importanti, in tale direzione, sono le metodologie del Gender Budgeting e del Gender Accounting: l'adozione del bilancio di genere rappresenta uno strumento utile per analizzare le politiche di bilancio pubblico sotto la lente delle disparità di genere, anche nel mondo universitario.
La “cura”, per lei parola chiave, porta con sé una rivoluzione, un cambiamento radicale del modo di intendere le relazioni tra esseri umani. Ce ne parla?
Dobbiamo andare verso un paradigma economico alternativo, quella che io chiamo "la rivoluzione della cura". Tutto parte dal concetto di cura come “preoccuparsi per il mondo”, in cui l'ecosistema deve diventare l'obiettivo primario dell'agire economico. Il modello neoliberista si basa sul mito dell'individuo (maschio) autonomo e autosufficiente. L'approccio economico femminista riconosce invece la nostra fondamentale interdipendenza (tra esseri umani) ed ecodipendenza (tra essere umano e natura). Nessuno si può dichiarare realmente autonomo dagli altri: le decisioni e le attività produttive di ciascuno generano impatti diretti sull'ambiente e sulla comunità. La dimostrazione che modelli economici e sociali alternativi sono possibili (e che il capitalismo non è l'unica via) emerge con forza dalle pratiche di resistenza comunitaria e dalle esperienze di governo territoriale. L’ho osservato nelle mie esperienze in Argentina, a contatto con cooperative de trabajo che affrontano l'assenza di infrastrutture di base (reti fognarie, scarichi, servizi di nettezza urbana) nelle villas di Buenos Aires. Parlo di donne e lavoratori informali che si fanno carico di servizi essenziali: gestiscono i sistemi di allerta precoce, le mense collettive, raccolgono e smaltiscono i rifiuti. Queste pratiche di solidarietà, resistenza e recupero territoriale ridefiniscono la nozione stessa di lavoro che non è solo la mansione salariata ma ogni attività rivolta alla tutela e al sostentamento della vita della comunità. Perché la cura può fare (davvero) la differenza.
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In copertina: Marcella Corsi
