I miei ricordi d’infanzia si legano – oltre che alle passeggiate sotto i portici di Saronno, una cittadina dell’hinterland milanese – al torrente locale, il Lura. In larga parte tombato, la peculiarità del Lura era che le sue acque cambiavano colore di settimana in settimana. Viola o rossastro più sovente, blu o verde petrolio meno frequentemente, a seconda dei colori in voga tra le tintorie e le aziende tessili del comasco, che riversavano nel torrente impunemente.

Erano gli anni Ottanta, i depuratori erano insufficienti, l’industria tessile ancora trainava l’economia del Nord Italia prima delle delocalizzazioni selvagge degli anni Novanta, la Direttiva quadro sulle acque europea sarebbe arrivata solo nel 2000, gli ambientalisti erano pochi e impotenti. Ecco allora che i miei primi ricordi di un sistema fluviale sono costellati di colori innaturali, rive scure, alvei intasati di rifiuti, spiagge di fango nerastro. Acque tristi, imbrigliate, tossiche, maleodoranti. Un ricordo che rimane vivo nella mente, indelebile. Uno scenario che ancora tante comunità nel mondo vivono in prima persona.

Nel corso della mia vita ho potuto osservare molti altri sistemi fluviali: il Giordano conteso, bellissimo e sacrificato dai prelievi forsennati delle coltivazioni illegali di frutta israeliane nei territori occupati palestinesi; la poesia del Colorado circondato dal deserto dello Utah, fiume selvaggio che alimenta l’immensa diga di Hoover; il Mekong, navigato dal confine cinese a quello vietnamita per raccontare la corsa all’accaparramento delle acque; il fiume Senegal al confine con la Mauritania e il suo sfruttamento per colture da biocarburanti; il Po, quasi invisibile durante la siccità del 2022; il delta del Mississippi, devastato dall’onda nera del disastro petrolifero della Deepwater Horizon nel 2010. Un’infinita lista di bellezza e devastazione, di tracotanza umana e di resistenza ambientale.

Il nuovo numero del magazine sui sistemi fluviali nasce da questi tanti ricordi e vuole portare l’attenzione sullo stato di salute del sistema circolatorio del pianeta. Come ben racconta Alessandro Bratti, gli ecosistemi fluviali sono il cuore della nostra società da cui dipende direttamente o indirettamente tutta l’agricoltura, larga parte dell’industria e anche servizi come l’AI che hanno un’impronta idrica immensa.

Siamo entrati in un’epoca in cui i governi devono mettere le politiche di gestione dell’acqua al centro della propria agenda. Sempre più città e regioni rischiano di raggiungere uno Zero Day, il giorno in cui la disponibilità idrica sarà a zero per un periodo anche prolungato. Come ricorda Eric Tardieu, per la gestione dei sistemi fluviali c’è bisogno del coinvolgimento di tutte le istituzioni e di tutte le realtà economiche, per una governance integrata. Il futuro dei fiumi sarà sempre di più la rinaturalizzazione, la gestione tramite Nature-based Solutions, l’integrazione di ingegneria idraulica e gestione degli ecosistemi.

Nel numero troverete anche approfondimenti sull’inquinamento da plastica, sul complesso rapporto tra produzione energetica e fiumi, sugli impatti del cambiamento climatico, sull’estrazione di sabbia (tema tanto importante quanto sottovalutato), sul turismo fluviale.
Leggetelo con calma, magari lungo il vostro fiume, torrente o rigagnolo dell’anima. Riconnettetevi con esso. Farà bene al vostro spirito. E vi aiuterà a capire quanto i fiumi siano, anche nell’epoca dell’AI e dei viaggi spaziali, fondamento della nostra società e della nostra economia.

 

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In copertina: Fiume Meta, Colombia, foto di U.S. Geological Survey (USGS) via Unsplash