La filiera degli oli e grassi vegetali e animali esausti, provenienti principalmente da cucine domestiche, ristoranti, alberghi, mense e industrie alimentari, è una delle più delicate e, al tempo stesso, strategiche per l’economia circolare italiana: se disperso nell’ambiente, questo rifiuto diventa altamente inquinante, ma, se correttamente raccolto e trattato, può trasformarsi in una risorsa preziosa per la produzione di biocarburanti e nuove materie prime.

Abbiamo approfondito le sfide attuali con Francesco Mancini, direttore generale del CONOE, il consorzio che da oltre vent’anni organizza e monitora la filiera sul territorio nazionale, a tutela dell'ambiente e della salute pubblica.

 

Mancini, a livello normativo, quali sono i temi più rilevanti in questo momento?

Il tema caldo è il recepimento della Direttiva RED III (Renewable Energy Directive III), su cui attendiamo il parere di Camera e Senato. Abbiamo proposto integrazioni per valorizzare gli oli vegetali rigenerati in Italia e frenare le importazioni del POME (Palm Oil Mill Effluent), che, stando anche agli ultimi comunicati di alcune agenzie governative indonesiane, spesso comporta l’ingresso nel nostro paese di risorse vergini (olio di palma) certificate come scarto con pratiche non pienamente trasparenti che competono in maniera sleale con filiere circolari come quella degli oli esausti. È recente la notizia dell’avvio di una serie di indagini da parte delle autorità indonesiane su presunte truffe legate all’esportazione di POME. In particolare, abbiamo chiesto di inserire il RUCO (Regenerated Used Cooking Oil) quale rifiuto cessato nella parte A dell’allegato IX della RED III: vogliamo dargli la stessa condizione di premialità di altri residui per la produzione di biocarburanti, rendendolo non solo double counting, ma anche advanced [biocarburanti che godono di ulteriori e specifici incentivi, ndr]. E ancora, per la produzione dei biocarburanti abbiamo proposto l’aumento dal 2,5% al 5% della quota obbligatoria di materiali double counting provenienti da rifiuti, come già previsto dal PNIEC, mentre per il diesel venduto ai distributori suggeriamo il passaggio dal B7 al B10, quindi una miscela con un contenuto di biodiesel fino al 10% anziché fino al 7%.

Negli ultimi giorni è emersa l’apertura dellItalia allutilizzo del biodiesel FAME (Fatty Acid Methyl Ester) in purezza, tradizionalmente prodotto dagli oli esausti, anche nei motori endotermici delle macchine.

Questo decreto per noi è interessantissimo, perché potrebbe essere un buon volàno di crescita per il mercato dei biocarburanti, ma non solo. Serve a concretizzare il concetto di neutralità tecnologica: fino a oggi l’elettrificazione era considerata l’unico modello di decarbonizzazione del settore dei trasporti su gomma; così, invece, fa finalmente breccia l’idea che in un paniere di tecnologie neutrali vadano considerati anche i biocarburanti. Come Consorzio siamo totalmente favorevoli.

Sul POME (Palm Oil Mill Effluent) la vostra posizione è molto netta. Perché?

Per due motivi. Il primo è il rischio frodi: analizzando i dati degli ultimi cinque anni abbiamo notato anomalie importanti nelle esportazioni di olio di palma e di POME da parte di alcuni paesi ed è piuttosto verosimile che una parte dell’olio di palma venga registrata come “scarto” per poter accedere agli incentivi riservati al solo POME. Sia ben chiaro: non vogliamo demonizzare il POME in quanto tale, posto che i materiali per produrre biocarburanti avanzati scarseggiano rispetto ai target da raggiungere, ma chiediamo un equal level playing field con materiali derivanti da filiere circolari “a km 0” nel rispetto del principio di prossimità. Prima si saturi il materiale disponibile a livello nazionale e comunitario, poi si ricorra all’estero, considerato che c’è anche un tema legato alla produzione di CO₂ emessa per effettuare il trasporto di questo feedstock dall’estero, non sempre opportunamente contabilizzato a nostro avviso.

Come giudica il sistema di incentivi nel nostro paese?

Oggi il 60% dell’olio rigenerato prodotto in Italia viene esportato, soprattutto in Austria e Germania: è un segnale che i meccanismi incentivanti del nostro paese non stanno funzionando a dovere. Se c’è un feedstock la cui tracciabilità è certa, come il nostro, non puoi lasciare che vada via, senza assicurare delle condizioni di utilizzo efficiente sul mercato nazionale.

Perché il materiale rigenerato italiano viene esportato?

All’estero lo pagano di più. È una logica di mercato: non ce la prendiamo con i produttori italiani di biocarburanti, ma invitiamo il legislatore nazionale a intervenire per migliorare questa situazione rivedendo il meccanismo di assegnazione dei certificati di immissione in consumo (CIC), valorizzando i prodotti che derivano da fiere circolari. In altre parole: assegnare un CIC circolarità per i prodotti che derivano dai processi end of waste.

 

In copertina: Francesco Mancini