Come verranno spesi 865 miliardi di euro di fondi europei nel prossimo settennio, e chi avrà voce in capitolo nel decidere dove andranno? È questa la domanda al centro di uno scontro istituzionale che attraversa Bruxelles, Strasburgo e le capitali nazionali, e che riguarda direttamente la transizione energetica, la coesione territoriale e il futuro delle comunità energetiche in Europa.
La Commissione europea, con la proposta di Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034 presentata nel luglio 2025, ha messo sul tavolo una riforma radicale dell'architettura del bilancio UE. La novità più dirompente è un fondo unico da 865 miliardi che accorpa in un solo strumento politica di coesione, PAC, pesca, migrazione e sicurezza, gestito attraverso 27 Piani di partenariato nazionali e regionali (PPNR), uno per stato membro, negoziato bilateralmente con Bruxelles e approvato dal Consiglio. Il modello è dichiaratamente ispirato al PNRR.
È esattamente questa analogia che ha messo in allarme la società civile italiana. Il 15 aprile ènostra e MIRA Network hanno pubblicato una lettera aperta rivolta ai ministri competenti e ai rappresentanti permanenti italiani presso l’UE, firmata insieme a ECCO, Greenpeace Italia, The Good Lobby Italia, ActionAid Italia, Coordinamento FREE, Forum diseguaglianze e diversità, Legambiente, Fondazione Ecosistemi e WWF Italia. Due settimane dopo, il 28 aprile, il Parlamento europeo ha approvato con 370 voti favorevoli la propria posizione negoziale, bocciando il fondo unico e chiedendo che PAC e coesione restino programmi separati.
Il correlatore Siegfried Mureşan (PPE) ha scandito la linea rossa senza ambiguità: nessun negoziato inizierà senza una chiara distinzione tra le due politiche storiche dell’Unione. Gli eurodeputati propongono un budget complessivo di 2.010 miliardi a prezzi correnti, circa il 10% in più rispetto alla proposta della Commissione. Ma, al di là delle cifre, resta una questione che il voto parlamentare non risolve: come verranno costruiti quei piani?
La domanda che nessuno pone
Chi partecipa alla scrittura dei PPNR? È il punto sollevato dalla lettera delle undici organizzazioni italiane, che si inserisce nella mobilitazione europea promossa da REScoop.eu, la federazione delle cooperative energetiche, con oltre cinquanta firmatari a livello continentale.
L’appello non entra nel merito delle cifre − quello è il terreno dello scontro tra Parlamento e Consiglio − ma pone una domanda diversa e complementare. L’evoluzione verso modelli più accentrati, scrivono i firmatari, “rischia di ridurre gli spazi di coinvolgimento degli attori territoriali e degli stakeholder, e di indebolire la capacità delle politiche di generare impatti diffusi e duraturi”.
La lettera chiede che il principio di partenariato, codificato nel diritto europeo ma spesso ridotto a consultazione pro forma, venga integrato fin dalle prime fasi di redazione dei PPNR, con governance multilivello reale: coinvolgimento tempestivo di regioni, enti locali, società civile, comunità energetiche, rafforzamento dei comitati di sorveglianza, superamento delle barriere che rendono la partecipazione un esercizio rituale.
Per l’Italia il tema è particolarmente bruciante. L’esperienza del Piano nazionale di ripresa e resilienza ha mostrato con chiarezza i rischi di una programmazione centralizzata senza governance partecipata: opacità nei criteri di selezione dei progetti, regioni e comuni relegati a meri esecutori, società civile consultata a cose fatte. MIRA Network, nata nel 2024 da un'iniziativa di ReCommon e CEE Bankwatch per promuovere la partecipazione nella gestione dei fondi europei, conosce queste dinamiche da vicino: il suo lavoro di monitoraggio sul Just Transition Fund a Taranto e nel Sulcis Iglesiente ha documentato ritardi, stalli e il progressivo svuotamento del coinvolgimento civico.
La posizione del governo italiano sul QFP aggiunge un ulteriore livello di complessità. Al vertice informale di Cipro del 23 e 24 aprile, la presidente del Consiglio Meloni ha definito il negoziato “difficilissimo”, indicando come linee rosse italiane i fondi per coesione e la PAC, ma dichiarandosi aperta a finanziare le nuove priorità, e cioè difesa e competitività. In Parlamento europeo, lo scontro è trasversale: Stefano Bonaccini (PD), relatore del file QFP per la Commissione agricoltura, ha definito “inaccettabili i tagli del 20% alla PAC, l’eliminazione dei fondi per lo sviluppo rurale e l’esclusione di enti locali e regioni dalla gestione delle risorse”. Dal M5S, Valentina Palmisano ha chiesto risorse proprie “a partire da una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche”.
Ma al di là delle cifre e delle alleanze parlamentari, resta la questione sollevata dalla lettera di ènostra e MIRA: anche se il fondo unico dovesse essere ridimensionato o scomposto, come il Parlamento chiede, i PPNR resteranno con ogni probabilità lo strumento programmatorio centrale del prossimo settennio. E la qualità di quei piani dipenderà interamente dalla governance con cui verranno costruiti.
L’angolo energia: le CER e il rischio di restare fuori
L’appello è accompagnato dal documento Comunità più forti, territori in crescita, sviluppato con REScoop.eu e firmato da ènostra e MIRA Network, che argomenta come le comunità energetiche rinnovabili (CER) possano contribuire concretamente agli obiettivi di coesione, transizione energetica e governance partecipativa previsti dai nuovi piani.
Non è un argomento teorico. REScoop.eu e Friends of the Earth hanno lanciato un’azione coordinata per collegare le comunità energetiche ai PPNR, producendo schede-paese per 18 stati membri. Il dato di partenza è che i grandi fondi europei, nella programmazione corrente, non raggiungono le comunità energetiche sul territorio. Se i PPNR verranno costruiti senza prevedere spazi per attori dal basso − cooperative energetiche, associazioni locali, prosumer organizzati − il rischio è che la prossima programmazione replichi lo stesso schema.
Il paradosso è evidente: la Commissione, con il Citizens Energy Package pubblicato a marzo, ha fissato l’obiettivo ambizioso di 90 GW di capacità installata in community energy entro il 2030, un aumento di dieci volte rispetto ai livelli attuali. Ma REScoop.eu ha già criticato la natura volontaria del pacchetto, avvertendo che senza meccanismi vincolanti gli obiettivi resteranno sulla carta. E senza un aggancio ai PPNR, da cui passerà la quota più consistente dei fondi strutturali, le CER rischiano di trovarsi con un mandato politico forte e una cassetta degli attrezzi vuota.
Cosa succede adesso
La prossima tappa decisiva è il Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026, dove la presidenza cipriota presenterà una prima negotiation box con cifre indicative, cioè il documento che traduce le priorità politiche in una griglia negoziale. Al vertice informale di Cipro, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha confermato che le nuove risorse proprie avranno un ruolo importante e che c'è disponibilità a considerare le proposte del Parlamento.
Ma la vera partita si giocherà nei mesi successivi: l’obiettivo politico è raggiungere un accordo entro fine 2026, per consentire l’adozione degli atti legislativi nel 2027 e l’avvio dei finanziamenti dal 1° gennaio 2028. Nel 2027 gli stati membri dovranno preparare i PPNR a livello nazionale e definirli con la Commissione. È in quella finestra, quindi tra la chiusura del negoziato sulle cifre e la stesura concreta dei piani, che si giocherà la partita sulla trasparenza e sulla partecipazione. Esattamente la partita che la lettera di ènostra e MIRA Network chiede di non perdere.
In copertina: immagine Envato
