Il Golfo Persico è tornato a essere il centro di gravità dell’economia mondiale. A tre settimane dall’inizio della terza guerra del Golfo, i prezzi del petrolio continuano a salire mentre i mercati non vedono una fine all’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa quasi un quinto del greggio globale. Il Brent, il benchmark più importante per le quotazioni globali, domenica 15 marzo ha superato i 106 dollari al barile, per poi ripiegare leggermente all’inizio di lunedì 16 marzo. Dall’inizio della guerra, le quotazioni globali sono cresciute di oltre il 40%, spingendo in alto i costi dei carburanti e alimentando i timori di un rallentamento dell’economia mondiale.

L’Iran ha di fatto bloccato il traffico navale in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele, provocando quella che l’Agenzia internazionale dell’energia ha definito la maggiore interruzione delle forniture energetiche globali nella storia, a cui è seguito il più grande rilascio di riserve strategiche mai autorizzato dall’agenzia. Per i paesi membri della IEA questo significa immettere sul mercato, in modo coordinato, parte del petrolio accumulato nei depositi di emergenza − scorte obbligatorie pari ad almeno 90 giorni di importazioni − così da compensare temporaneamente il crollo dei flussi dal Golfo.

La decisione, approvata all’unanimità, comporta il rilascio totale di circa 400 milioni di barili di greggio, a fronte dei 20 milioni di barili al giorno che transitavano quotidianamente attraverso lo Stretto prima del blocco iraniano. In termini concreti si tratta quindi di un’operazione straordinaria ma limitata nel tempo, pensata per attenuare l’urto immediato sul mercato più che per sostituire in modo duraturo le forniture provenienti dal Golfo.

Riaprirà lo stretto di Hormuz?

Lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia da cui transitano petrolio e gas di Iran, Iraq, Arabia Saudita, Emirati e Kuwait, uno spazio ristretto in cui ogni minaccia di chiusura, esplicita o implicita, si traduce in un premio di rischio sul barile, in un aumento dei costi di trasporto marittimo e in nuova volatilità sui mercati. “Non permettiamo nemmeno a un singolo litro di petrolio di passare attraverso lo Stretto di Hormuz”, aveva dichiarato l'11 marzo il comando operativo unificato delle forze armate di Teheran, avvertendo che qualsiasi nave appartenente agli Stati Uniti, a Israele o ai loro alleati sarebbe stata considerata un obiettivo legittimo. Secondo il centro United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), dallo scoppio del conflitto non più di cinque navi al giorno hanno attraversato lo Stretto, contro una media storica di 138 transiti quotidiani.

Martedì 17 marzo, riporta Al Jazeera, il ministro del petrolio iracheno, Hayan Abdul‑Ghani, ha annunciato un'intesa tra Baghdad e Teheran per consentire alle petroliere irachene di continuare a transitare in sicurezza nello Stretto di Hormuz. Intesa che colloca l'Iraq nel ristretto gruppo di paesi considerati amici e a cui sono stati quindi concessi dei  “lascia passare”: Turchia, India e Pakistan. Restano invece in vigore i divieti imposti alle imbarcazioni legate a Stati Uniti, Israele e loro alleati.

Saranno quindi da monitorare le reazioni dei mercati. L’ultimo rialzo di prezzo è infatti arrivato nonostante la richiesta del presidente statunitense Donald Trump ad altri paesi di aiutare Washington a riaprire lo Stretto, che normalmente trasporta circa un quinto dell’offerta petrolifera mondiale. La proposta ha finora ricevuto una risposta tiepida: nessuno dei paesi citati per nome – tra cui Cina, Giappone, Francia e Regno Unito – si è impegnato pubblicamente a dispiegare le proprie marine militari per mettere in sicurezza il passaggio. In un’intervista al Financial Times, Trump ha dichiarato che la NATO avrebbe davanti a sé un futuro “molto negativo” se la sua proposta non ricevesse risposta, o se la risposta fosse negativa.

Giappone e Australia hanno già fatto sapere di non avere piani per inviare navi verso questo snodo cruciale. I ministri degli esteri dell'Unione Europea lunedì 16 marzo hanno bocciato l'idea dell'alta rappresentante UE Kaja Kallas di estendere il mandato della missione navale Aspides fino allo Stretto di Hormuz. Aspides (dal greco "scudo") è una missione europea a guida greca istituita nel 2024 con l’obiettivo, come spiega il Ministero della difesa, di contribuire alla salvaguardia della libera navigazione e alla protezione del naviglio mercantile in transito nell'area che include Mar Rosso, Golfo di Aden e Golfo Persico, con compiti eminentemente difensivi, estesi alla difesa del naviglio mercantile nella sola area del sud Mar Rosso e del Golfo di Aden occidentale, quindi in particolare durante il transito davanti alle coste dello Yemen. Da Bruxelles si attendono quindi ancora decisioni su come contribuire alla sicurezza del traffico commerciale senza trasformarsi in parte diretta del conflitto.

Elio, alluminio, fertilizzanti: le altre materie prime coinvolte

Mentre crescono le preoccupazioni per i fertilizzanti, con milioni di tonnellate di prodotti azotati – ammoniaca e urea in testa, quest’ultima pari al 45% dell’offerta globale – legati alle esportazioni dell’area, è nel settore delle materie prime critiche che il Golfo rivela un’altra dimensione del proprio potere economico.

L’industria dei semiconduttori sta monitorando attentamente l’andamento dei prezzi dell’elio, materiale fondamentale per i processi di raffreddamento dei wafer di silicio durante la produzione di microchip. Il Qatar rappresenta circa il 38% dell'offerta globale di elio. Secondo un rapporto di Korea Times, i produttori nazionali di chip in Corea del Sud dispongono di scorte di elio sufficienti per circa sei mesi. L'anno scorso la Corea del Sud ha importato il 64,7% del proprio elio proprio dal Qatar, secondo quanto riportato dall'articolo, che cita l'Associazione coreana per il commercio internazionale. L'elio, che nasce come sottoprodotto degli impianti di GNL, vede il Qatar come un hub centrale nella catena di approvvigionamento globale, e la sua interruzione svela così già effetti immediati sulle industrie.

Una dinamica analoga riguarda l’alluminio prodotto in Medio Oriente, che vale circa il 9% dell’output mondiale, quota che sale al 22% se si esclude la Cina: poiché gran parte di questi volumi è destinata all’export verso Europa e Stati Uniti, le tensioni nello Stretto di Hormuz possono avere effetti diretti su disponibilità e prezzi globali. Secondo un’analisi di ING Think del 6 marzo, i grandi produttori del Golfo sono particolarmente esposti, e un’ulteriore escalation potrebbe spingere le quotazioni dell’alluminio oltre i 4.000 dollari a tonnellata. L’elevato grado di concentrazione geografica delle risorse nel Golfo (anche per l’acqua) trasforma così ogni crisi locale in un rischio sistemico.

 

In copertina: la nave thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo un attacco sferrato da un USV iraniano nello Stretto di Hormuz mercoledì 11 marzo 2026. Foto di Royal Thai Navy/EyePress News/Shutterstock (16759400e), Agenzia IPA