La transizione ecologica non ha più soltanto bisogno di nuove tecnologie, ma di strutture capaci di portarle fuori dai laboratori, testarle su territori reali e adattarle alle esigenze di imprese e amministrazioni. È su questo passaggio che si gioca una parte della partita aperta dal PNRR: capire se gli ecosistemi dell’innovazione costruiti negli ultimi anni riusciranno a consolidarsi oppure resteranno legati a una fase straordinaria di finanziamenti.

In questo contesto si inserisce il Polo nazionale sul cambiamento climatico, presentato a Milano nell’ambito di e-CHANGES, iniziativa promossa dalla Fondazione Bicocca e dal Consorzio Tech4You. Il progetto nasce attraverso Zephyrus, finanziato dal MUR nell’ambito del PN RIC 2021-2027, e mette in relazione tre ecosistemi dell’innovazione: Tech4You, MUSA ed Ecosister. L’obiettivo è costruire una rete nazionale capace di collegare ricerca avanzata, applicazioni industriali e gestione dei territori, su ambiti che vanno dal monitoraggio ambientale alla sicurezza delle filiere alimentari, fino ai materiali sostenibili e alle soluzioni nature-based.

La definizione stessa di “polo” rischia però di essere fuorviante se interpretata in senso tradizionale. “Più che una singola infrastruttura, il Polo rappresenta una rete integrata di persone, progetti e infrastrutture”, spiega a Materia Rinnovabile Massimo Labra, professore dell’Università di Milano-Bicocca. “Il vero valore sta nella connessione tra competenze: ricercatori, tecnologi, amministrazioni e imprese lavorano insieme, mettendo a sistema conoscenze scientifiche avanzate. Un elemento distintivo è anche la forte presenza di giovani ricercatori e nuove competenze, che contribuiscono a rendere questo ecosistema dinamico e orientato all’innovazione.”

Tecnologie in cerca di applicazione

Il nodo centrale resta quello del trasferimento. Negli ultimi anni sono state sviluppate piattaforme e soluzioni tecnologiche avanzate, ma il punto è capire quali siano effettivamente pronte per essere utilizzate fuori dal contesto della ricerca. Secondo Labra, alcune linee sono già in una fase avanzata. “Le tecnologie più mature sono principalmente quelle legate alla transizione ecologica, già vicine all’applicazione concreta. In particolare: sistemi di monitoraggio, prevenzione e rigenerazione ambientale, sempre più utilizzati anche a supporto delle decisioni pubbliche; strumenti e tecnologie per la produzione alimentare e la sicurezza, inclusi sistemi avanzati e soluzioni robotiche e infine approcci nature-based, come sensori ambientali innovativi, processi biologici e nuovi materiali sostenibili.”

Il tratto comune è il passaggio dal dato all’azione. Il monitoraggio ambientale diventa rilevante quando entra nei processi decisionali delle amministrazioni. Le tecnologie per l’agroalimentare incidono quando modificano concretamente produttività e sicurezza delle filiere. I materiali e i processi biologici assumono un ruolo quando riescono a sostituire soluzioni più impattanti o a rendere più resilienti territori e infrastrutture.

Il rapporto con le imprese

La capacità di portare queste tecnologie sul mercato dipende in larga parte dal coinvolgimento delle imprese. Non solo come finanziatori o partner formali, ma come soggetti che partecipano allo sviluppo e alla sperimentazione. “Le imprese possono entrare nel sistema in diversi modi: come partner di progetto, collaboratori esterni o co-sviluppatori di nuove soluzioni”, prosegue Labra. “Ecosistemi come Tech4You e le iniziative legate alla Fondazione Bicocca hanno già attivato numerose collaborazioni con il mondo produttivo.”

Il professore ricorda che, in questo senso, le aziende possono “partecipare a progetti già in corso; contribuire allo sviluppo di nuove soluzioni, oppure co-progettare iniziative ad hoc, finanziate direttamente o attraverso programmi nazionali e internazionali (come Horizon Europe)”. La differenza tra partecipazione e co-sviluppo è sostanziale. Nel primo caso si tratta di aderire a percorsi già definiti, mentre nel secondo le tecnologie vengono costruite a partire da bisogni concreti. È in questa seconda dimensione che si misura la possibilità di rendere scalabili le soluzioni sviluppate all’interno degli ecosistemi.

La prova della continuità

Il passaggio più critico riguarda però il tempo. Gran parte di queste iniziative nasce nel quadro del PNRR, che ha fornito risorse e strumenti per accelerare la ricerca e le collaborazioni. La loro tenuta dipenderà da ciò che accadrà dopo. “Per garantire continuità e impatto nel lungo periodo, servono tre condizioni fondamentali”, evidenzia Labra. La prima è la valorizzazione del capitale umano: “Investire sui giovani ricercatori non solo nel mondo accademico, ma anche nelle imprese e negli enti pubblici”. La seconda riguarda invece il “credere nell’innovazione applicata: le soluzioni devono essere testate e validate in contesti operativi reali, per generare impatti concreti”, sottolinea il professore. La terza condizione, infine, è rappresentata dal “rafforzare il supporto territoriale e politico: istituzioni, regioni, comuni e associazioni devono sostenere questi ecosistemi come motori di innovazione, formazione e collaborazione. Questo significa costruire una progettualità pluriennale condivisa, capace di mettere in rete tutti gli attori e trasformare queste iniziative in un punto di riferimento stabile per lo sviluppo sostenibile”.

La questione, quindi, non è più soltanto sviluppare nuove tecnologie, ma creare le condizioni perché vengano adottate. Senza un rafforzamento del capitale umano, senza contesti reali di sperimentazione e senza un sostegno stabile da parte delle istituzioni, il rischio è che gli ecosistemi restino confinati alla fase progettuale. La tenuta del Polo nazionale sul cambiamento climatico dipenderà quindi dalla capacità di dare continuità alle reti costruite in questi anni: non solo nuovi progetti, ma strumenti, competenze e collaborazioni che restino disponibili anche dopo la fase dei finanziamenti straordinari.

 

In copertina: immagine Bicocca-Tech4You