Dall’impollinazione alla regolazione del clima, dalla disponibilità di acqua alla fornitura di materie prime, più della metà del PIL globale dipende dai servizi ecosistemici, in un contesto caratterizzato dal rapido deterioramento della biodiversità. Funzioni naturali date per scontate sono messe sempre più sotto pressione, come conferma il superamento di sette dei nove planetary boundaries individuati dalla comunità scientifica. Un rischio ambientale, ma anche economico e finanziario, che può compromettere la produttività, mettere in difficoltà le catene di approvvigionamento, aumentare i costi operativi.

Nasce così l’approccio Business in nature, che invita le imprese a vedersi come parti integranti, anziché soggetti esterni, dei sistemi ecologici da cui esse stesse dipendono. Il tema è stato al centro dell’evento The Biodiversity Strategy Playbook, organizzato l’8 luglio 2026 presso SDA Bocconi a Milano, in collaborazione con Groupe Caisse des Dépôts (CDC) e CDC Biodiversité.

L’iniziativa rappresenta una delle prime attività del nuovo Nature Lab / Monitor Climate & Nature di SDA Bocconi, nato con l’obiettivo di favorire il confronto sul ruolo della biodiversità nelle strategie economiche. Guidate da Sylvie Goulard, Professor of Practice in Global Affairs (Sustainability, Green Finance and Geopolitics) di SDA Bocconi, imprese, istituzioni e mondo della ricerca si sono confrontate su teorie e best practice da mettere a punto per inserire la natura nei processi decisionali, anziché considerarla un’esternalità da rendicontare.

Ripensare il rapporto tra impresa e natura

“Le aziende sono inserite all’interno di sistemi socio-ecologici complessi, nei quali ambiente, società ed economia sono profondamente interconnessi”, ha spiegato Stefano Pogutz, Professor of Practice and Director of the Full Time MBA di SDA Bocconi, introducendo il concetto di system thinking. “È necessario un cambio di approccio, perché il mondo corporate troppo spesso opera secondo logiche di breve periodo e all’interno di confini amministrativi definiti, mentre i processi naturali si sviluppano su tempi molto più lunghi e su scala ecosistemica.” Le conseguenze di questa distanza sono evidenti in molte filiere strategiche: “Il settore del caffè, ad esempio, mostra come il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi possano tradursi rapidamente in rischi produttivi ed economici”.

Per integrare la natura nelle proprie strategie, però, non  basta ridurre gli impatti diretti: “Bisogna guardare all’intera catena del valore, investire in innovazione e sviluppare modelli operativi che integrino la conservazione e il ripristino della biodiversità”, ha sottolineato Pogutz, autore con Monika I. Winn dello studio Business, Ecosystems, and Biodiversity: New Horizons for Management Research.

La collaborazione tra soggetti diversi

L’importanza della collaborazione tra istituzioni, imprese e ricerca è stata sottolineata da Marguerite Culot, Biodiversity Expert di Groupe Caisse des Dépôts (CDC): “Come principale gruppo finanziario pubblico francese, siamo chiamati a innovare e sperimentare, contribuendo alla nascita di nuovi modelli capaci di mobilitare investimenti per la natura”.

Dopo aver sviluppato negli anni un impegno specifico sul clima, dal 2022 CDC ha esteso il proprio approccio alla biodiversità, definendo quattro principali direttrici di intervento: misurare gli impatti, integrare le informazioni nelle decisioni di investimento attraverso criteri ESG, escludere attività particolarmente dannose (come deforestazione e deep sea mining) e accompagnare imprese ed enti locali nell’integrazione della natura nei propri progetti.

Parallelamente, il gruppo sostiene iniziative di ripristino ambientale e nature-based solutions, come il programma Nature 2050, e lavora allo sviluppo di nuovi strumenti finanziari dedicati alla biodiversità.

Misurare gli impatti: Global Biodiversity Score

Per valutare la pressione esercitata dalle attività economiche sugli ecosistemi, CDC Biodiversité, filiale del Gruppo CDC creata nel 2008, ha messo a punto il Global Biodiversity Score (GBS). “La biodiversità sta entrando nella gestione d’impresa con specifici strumenti di misurazione, analoghi a quelli utilizzati per le emissioni di CO₂, in linea con il Global Biodiversity Framework, adottato alla COP15 di Montréal nel 2022”, ha spiegato Émilie Ohlmann-Lehmann, project manager di CDC Biodiversité. “Il GBS analizza l’intera catena del valore aziendale, prendendo in considerazione vari fattori, tra cui cambiamento climatico, consumo di suolo, inquinamento e sfruttamento delle risorse naturali.”

La metrica utilizzata è il Mean Species Abundance (MSA), che misura l’integrità degli ecosistemi: un ambiente naturale integro corrisponde a un valore del 100%, mentre un ecosistema fortemente degradato si avvicina allo zero. Il risultato viene espresso in MSA·km², una misura che consente di tradurre l’impatto sulla biodiversità in una superficie equivalente.

Dalla misurazione al piano d’azione

La sfida successiva è definire obiettivi concreti per imprese e istituzioni. Su questo aspetto si è concentrato Arthur Campredon, Director Footprint Measurement di CDC Biodiversité, secondo cui indicatori complessi come il MSA, indispensabili dal punto di vista scientifico, devono essere tradotti in elementi più facilmente utilizzabili dalle aziende: per esempio, riduzione dei consumi idrici, cambiamento delle pratiche produttive, scelta di materie prime meno impattanti.

“In questo modo, in linea con il sistema sviluppato per il clima, l’idea è quella di definire un budget per la biodiversità, da declinare a livello macro e micro, su scala globale, nazionale, settoriale e aziendale”, ha spiegato Campredon.

Concretamente, CDC Biodiversité ha misurato l'impronta terrestre della produzione francese, pari a 740.000 MSA.km², individuando i settori maggiormente responsabili (tra cui allevamento, gestione forestale e ciclo dei rifiuti) e fornendo così alle istituzioni una base scientifica per stabilire le priorità d’azione.

Come finanziare la transizione

Dal punto di vista finanziario, le risorse destinate alla tutela della biodiversità crescono, ma sono ancora largamente insufficienti rispetto agli obiettivi internazionali. Gli investimenti attuali oscillano tra 78 e 200 miliardi di dollari, a fronte di una necessità compresa tra 750 e 1.000 miliardi di dollari all'anno (meno dell'1% del PIL globale). La maggior parte proviene da fonti pubbliche (61-92%), mentre il contributo privato, pur in crescita, resta minoritario.

Inoltre, la quasi totalità dei flussi finanziari è di natura domestica: i paesi ad alto reddito investono prevalentemente nella conservazione della biodiversità all'interno dei propri confini, mentre i trasferimenti internazionali verso i paesi più ricchi di biodiversità rimangono limitati. Anche nell’ambito della cooperazione allo sviluppo i progetti dedicati alla biodiversità rappresentano una quota marginale dei finanziamenti complessivi.
“Limitarsi a discutere del gap quantitativo rischia tuttavia di essere fuorviante, perché bisogna pensare anche alla qualità dei finanziamenti”, ha avvertito Romain Svartzman, Head of environmental macroeconomics and policy Unit presso l’IEP (Institute for European Policymaking) dell’università Bocconi. L’obiettivo, quindi, non è semplicemente mobilitare più capitali, ma indirizzarli verso una trasformazione profonda dell’economia, ripensando pratiche agricole, filiere produttive, modelli di consumo e sistemi di incentivazione.

Nuovi strumenti: nature credits

Uno strumento dal grande potenziale, sebbene ancora in fase iniziale, è rappresentato dai nature credits, cioè certificati che attestano risultati positivi e misurabili legati a interventi di conservazione e rigenerazione ambientale. Come ha sottolineato Camille Maclet, Head of Government Affairs & Market Development dell’International Advisory Panel on Biodiversity Credits (IAPB), “l’obiettivo è renderli uno strumento credibile per canalizzare risorse private per la transizione verso un’economia nature-positive. Stiamo lavorando alla definizione di standard internazionali basati su tre principi fondamentali: benefici ecologici, equità per le comunità coinvolte e trasparenza nella governance”.

Tra gli esempi, figurano iniziative di gestione forestale sostenibile e agricoltura rigenerativa sviluppate con imprese come EDF, L’Occitane, Reckitt e Dior, in cui gli investimenti nella biodiversità non solo generano benefici ambientali, ma rafforzano anche la resilienza delle filiere produttive e creano valore economico nel lungo periodo.  

A confermare quanto la credibilità dei futuri mercati dei nature credits dipenderà soprattutto dalla capacità di misurare in modo rigoroso i risultati ottenuti sul campo, è stata Virginia Castellucci, CEO di 3Bee, che ha illustrato il ruolo delle nuove tecnologie nel monitoraggio della biodiversità: “Combinando immagini satellitari, sensori acustici, dispositivi IoT e intelligenza artificiale, raccogliamo dati sugli ecosistemi e valutiamo gli effetti degli interventi di ripristino ambientale. A fronte di una grande disponibilità di informazioni, la vera sfida ora è costruire un quadro comune di regole, standard e indicatori condivisi, così da garantire trasparenza, tracciabilità e accuratezza nella valutazione dei singoli progetti”.

Sul fronte normativo, in Italia è disponibile uno standard volontario (UNI/PDR 179.9), alla cui definizione ha contribuito anche 3Bee, mentre a livello europeo è atteso lo sviluppo di un quadro comune entro il 2027.

La tutela dell’oceano nelle strategie d’impresa

Ocean Impact Initiative è invece il primo framework scientifico internazionale dedicato alla misurazione degli impatti sugli oceani, presentato alla Conferenza ONU di Nizza nel giugno 2025 da One Ocean Foundation (OOF), che promuove una visione della Blue Economy in cui crescita economica e salute degli ecosistemi marini procedono insieme.

Come ha spiegato la project manager Ambra Cozzi, non solo i comparti direttamente legati al mare (come pesca, acquacoltura e trasporto marittimo) ma praticamente tutti i settori produttivi, dall'agricoltura al tessile, dal manifatturiero al food, esercitano pressioni sugli oceani, che racchiudono l’80% della biodiversità globale. Lo strumento messo a punto da OOF raccoglie dati e fornisce indicazioni operative per orientare aziende e investitori verso modelli di business più sostenibili, in coerenza con i principali standard internazionali. L'iniziativa punta inoltre a sfruttare l'intelligenza artificiale per rendere le analisi sempre più rapide, affidabili e dettagliate, offrendo alle imprese un supporto concreto per integrare la tutela degli ecosistemi marini nelle proprie strategie ESG.

A chiudere i lavori sono state le testimonianze di alcune imprese impegnate nell'integrazione della biodiversità nelle proprie strategie aziendali, tra cui Sanpellegrino, SNAM e Aéroport de Paris. Esperienze diverse per settore e approccio, ma accomunate dalla convinzione che la natura sia un asset strategico e che la transizione verso un'economia nature-positive richieda non solo nuovi strumenti finanziari e metriche condivise, ma anche una crescente capacità di fare sistema.

 

In copertina: foto Bocconi