Gli oceani assorbono circa un quarto delle emissioni globali di CO₂, regolano il clima, garantiscono la sicurezza alimentare e custodiscono una biodiversità essenziale per l’equilibrio del pianeta. Eppure, restano sotto forte pressione a causa dell’azione umana: inquinamento, sfruttamento intensivo, pesca distruttiva e cambiamento climatico stanno compromettendo ecosistemi sempre più fragili. Una condizione che rende urgente la transizione verso un modello di sviluppo capace di coniugare crescita economica e tutela del mare.

È questo il filo conduttore emerso al Blue Economy Summit 2026, organizzato il 21 maggio alla Torre Allianz di Milano, durante il quale scienza, istituzioni, finanza e imprese si sono confrontate sul futuro del capitale naturale blu, ovvero l’insieme degli ecosistemi marini e costieri che forniscono benefici essenziali all’uomo e all’economia globale. Questo è stato anche l’evento inaugurale della One Ocean Week, organizzata annualmente da One Ocean Foundation (OOF), associazione che dal 2018 opera a livello internazionale per la protezione e il ripristino degli ecosistemi marini attraverso progetti scientifici e iniziative di collaborazione tra pubblico e privato.

Più volte durante il summit è emerso un messaggio chiave: la sostenibilità non è più una scelta, ma l’unica scelta possibile. Un cambiamento, che passa dalla conoscenza e dalla consapevolezza: “Le persone proteggono ciò che amano e amano ciò che comprendono”, è stato ricordato nel corso dei lavori, insistendo sulla necessità di un “approccio olistico” che colleghi clima, biodiversità, finanza, innovazione e responsabilità condivisa.

Al centro del dibattito, “la transizione verso un’economia blu trasformativa”, che punta a ripensare il modello economico legato al mare, come ha sottolineato Riccardo Bonadeo, presidente di One Ocean Foundation, in apertura dei lavori. Tra i punti emersi: l’obiettivo di proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030, l’accelerazione degli investimenti in soluzioni nature-based, la riduzione del gap finanziario per i progetti di rigenerazione marina, il ruolo strategico dell’oceano nei sistemi alimentari sostenibili e anche il legame tra ambiente urbano e marino, considerato che l’80% dell’inquinamento di mari e oceani ha origine sulla terraferma.

Finanza e natura: nuovi modelli economici

“Non siamo dove dovremmo essere”, ha avvertito Sylvie Goulard, membro dell’International Advisory Panel on Biodiversity Credits, richiamando alla necessità di portare questi temi al centro delle agende politiche ed economiche. “Bisogna insistere sul nesso tra clima e natura, tra terra e acqua.” Serve ripensare i concetti di base su cui si fondano economia e finanza, “costruendo un framework credibile, basato su integrità e misurabilità, oltre che sul coinvolgimento delle comunità locali”.

Centrale è anche la creazione di un linguaggio comune tra banche, governi e imprese. “La natura è il nostro fornitore di beni e servizi, ma continuiamo a non considerarla come tale”, ha aggiunto Goulard, evidenziando il valore della cooperazione internazionale in un contesto geopolitico instabile come quello che stiamo vivendo. “Abbiamo ereditato qualcosa di straordinario: la capacità di collaborare, basandoci su regole condivise. Se la distruggiamo, perdiamo tutto”, ha detto, invitando l’Europa a fare di più.

Sulla stessa linea Ralph Chami, fondatore di Blue Green Future, organizzazione che fornisce consulenza politica sul valore economico della natura, che ha parlato del passaggio “dai planetary tipping points [i punti di non ritorno, ndr] agli economic turning points”, criticando i modelli economici tradizionali che considerano la natura solo come risorsa da sfruttare.

“Tutto ciò che possiamo estrarre ha un prezzo, mentre ciò che ci mantiene in vita è considerato un’esternalità”, ha osservato, evidenziando come la natura sia invece un’infrastruttura vivente fondamentale per l’umanità, capace di regolare il clima e dare stabilità del sistema economico.
Da qui la proposta di integrare il capitale naturale nei bilanci economici e sviluppare un modello di crescita “nature-led”, fino ad arrivare all’introduzione di un reGDP, ovvero un GDP [Gross Domestic Product, Prodotto Interno Lordo, ndr] rigenerativo, in cui la natura diventa un asset economico. “Le Nature-Based Solutions restano una finestra aperta, ma non per sempre”, ha concluso. Oggi le soluzioni basate sulla natura sono ancora una grande opportunità, ma il tempo per usarle efficacemente non è infinito: se gli ecosistemi si degradano troppo, anche queste soluzioni perdono efficacia.

Imprese e rigenerazione: oltre la compliance

Un tema centrale del summit è stato il ruolo delle imprese nella transizione: non si possono più limitare alla compliance normativa, ma devono diventare protagoniste del cambiamento.
Su questo fronte, One Ocean Foundation ha illustrato il proprio lavoro di analisi e misurazione dell’impatto delle attività economiche sugli oceani. Come ha spiegato Ambra Cozzi, blue economy project manager della fondazione, “abbiamo innanzitutto ampliato il concetto di ocean economy, includendo tutte le attività che impattano direttamente e indirettamente sugli ecosistemi marini”. L’economia blu “è davvero una visione potente, in cui la crescita economica va di pari passo con la salute dell'oceano. Crediamo fermamente che quando le aziende sono consapevoli, coinvolte e informate, possono essere i veri agenti del cambiamento. Il settore privato ha una grande responsabilità e, allo stesso tempo, un’enorme opportunità di far avanzare il proprio business proteggendo l’oceano”.

One Ocean Foundation lavora per colmare il divario tra sostenibilità e business, utilizzando la scienza come guida e sviluppando report e analisi settoriali. Da questo lavoro emerge una criticità chiave: nonostante i numerosi framework ESG, manca ancora uno standard condiviso per la rendicontazione della sostenibilità oceanica. Da qui è nata l’Ocean Impact Initiative, presentata alla Conferenza ONU sugli oceani di Nizza nel giugno 2025: si tratta del primo framework globale per misurare l’impatto delle imprese sugli ecosistemi marini e supportare aziende e investitori nella definizione di strategie più trasparenti.

Blue Forest: ripristinare i polmoni del Mediterraneo

Tra gli esempi concreti di tutela e ripristino degli ecosistemi marini, c’è Blue Forest, iniziativa ideata da One Ocean Foundation per la riforestazione della Posidonia oceanica, fondamentale per l’assorbimento del carbonio e la protezione delle coste: oltre il 30% delle praterie del Mediterraneo è già scomparso negli ultimi decenni. “Il progetto si basa su attività misurabili e rendicontabili, finanziate da partner privati e sviluppate lungo le coste italiane, integrando ricerca, tecnologia ed educazione”, ha spiegato Jan Pachner, segretario generale di One Ocean Foundation. “Non è più sufficiente proteggere: bisogna dare un kickstart alla natura”, ovvero innescare la rigenerazione degli ecosistemi naturali, ricordando che “è comunque molto più costoso riparare la natura piuttosto che proteggerla”.

Pachner ha anche sottolineato la necessità di maggiore uniformità normativa tra i paesi europei nella gestione delle aree marine protette: “Tra Spagna, Francia e Italia, guardando all’area del Mediterraneo, esistono differenze significative nella regolamentazione, e anche all'interno del nostro territorio nazionale, per esempio, i parchi nazionali e regionali operano con standard difformi. Servirebbe anche un ascolto più deciso dei dati scientifici nelle decisioni politiche”.

La giornata si è conclusa con una sessione dedicata all'High Seas Treaty, il trattato internazionale per la protezione delle acque internazionali, e con la diffusione di un messaggio condiviso: la tutela dell’oceano non riguarda soltanto l’ambiente, ma la stabilità economica, sociale e climatica del pianeta.

 

In copertina: foto di Benjamin L. Jones, Unsplash