Immaginate di scoprire ogni mattina, aprendo il giornale, che da qualche parte in Italia è stato scoperto un nuovo sito contaminato. Poi un altro nel pomeriggio. E un terzo ancora, prima di andare a dormire. Tre al giorno, ogni giorno: è il ritmo con cui il nostro paese scopre i suoi veleni sepolti. Nel 2024 sono stati avviati in media 1.190 nuovi procedimenti di bonifica, uno ogni due giorni e mezzo. E, mentre si aprono nuovi fascicoli, altri 16.365 procedimenti sono ancora in corso, sparsi in 3.619 comuni: quasi la metà dei municipi italiani ha infatti almeno un pezzo di terra da ripulire. E parliamo solo dei SIR, i siti di interesse regionali.

È la fotografia che emerge dal Quarto rapporto ISPRA sulle bonifiche dei SIR, pubblicato il 14 gennaio e basato sui dati aggiornati al primo gennaio 2024 raccolti dal Sistema nazionale per la protezione ambientale (SNPA) nella banca dati MOSAICO. Un’istantanea dell’Italia inquinata che racconta decenni di industrializzazione selvaggia, discariche abusive, capannoni dismessi che hanno lasciato in eredità terreni avvelenati.

MOSAICO, la banca dati delle regioni (meno una)

MOSAICO è la banca dati nazionale sui procedimenti di bonifica, alimentata da regioni e province autonome attraverso il Sistema nazionale per la protezione ambientale. È lo strumento che per la prima volta consente di avere un quadro complessivo – seppur ancora incompleto – dello stato delle bonifiche in Italia. Prima di MOSAICO, ogni regione gestiva i propri dati in modo autonomo, rendendo impossibile una visione d’insieme, mentre questo sistema raccoglie informazioni su decine di migliaia di procedimenti: dalla data di attivazione allo stato della contaminazione, dalle superfici coinvolte alle tecnologie di bonifica utilizzate.

Non è ancora un sistema perfetto: molti campi restano non compilati, le date delle singole fasi procedurali sono disponibili per meno dell’1% dei casi, e la qualità dei dati varia da regione a regione. Alcune regioni non censiscono o non trasmettono certe tipologie di procedimenti, come quelli in fase di notifica o in attesa di accertamenti analitici. E poi c’è la Sardegna, la grande assente tra le rilevazioni, l’unica regione d’Italia che non ha inviato dati e quindi non classificata. Vanno poi considerate le complicazioni ereditate dal passato: quando 17 ex siti di interesse nazionale sono stati riperimetrati e declassati a competenza regionale, alcune regioni si sono ritrovate a gestire centinaia di procedimenti che prima erano di competenza nazionale.

Un sistema di prevenzione e controllo che funziona

Nonostante i limiti, MOSAICO rappresenta un passo avanti fondamentale per capire quanto è grande il problema e dove sono i colli di bottiglia della macchina burocratica italiana. L’avvio di un procedimento di bonifica non significa automaticamente che sotto i piedi ci sia un disastro ambientale.

È questo uno degli aspetti più controintuitivi del sistema italiano delle bonifiche: solo il 30% dei procedimenti conclusi ha richiesto davvero un intervento di bonifica o messa in sicurezza. Nel 70% dei casi, dopo indagini preliminari, caratterizzazione e analisi di rischio, si è scoperto che non serviva fare nulla. Come è possibile? Semplice: per legge (D.Lgs. 152/06), un procedimento di bonifica si attiva non quando c’è la certezza dell’inquinamento, ma quando c’è un evento potenzialmente contaminante o il sospetto di contaminazione.

Un camion che perde gasolio, la demolizione di un vecchio capannone industriale, la chiusura di una tintoria o di un distributore di benzina: in tutti questi casi scatta l’obbligo di verificare. Le indagini partono, si analizzano suolo e acque sotterranee, si misurano le concentrazioni degli inquinanti. E spesso – in sette casi su dieci – si scopre che la contaminazione non c’era, o era sotto i limiti di legge, o il rischio per salute e ambiente era comunque accettabile.

È un sistema di prevenzione e controllo che funziona: meglio verificare e scoprire che va tutto bene, piuttosto che lasciare potenziali bombe ecologiche inesplose. Ma significa anche che i 38.556 procedimenti totali (tra conclusi e in corso) non sono tutti siti inquinati: sono siti che hanno richiesto accertamenti. Detto questo, quando la bonifica si rende davvero necessaria, i numeri diventano pesanti.

Dove le bonifiche servono ma la burocrazia non funziona

Al primo gennaio 2024, l’ISPRA censisce 3.243 procedimenti in fase di intervento attivo: 2.601 con lavori in corso e altri 642 con interventi terminati ma ancora in attesa della certificazione finale. Un limbo amministrativo che testimonia quanto sia complicato chiudere davvero una bonifica in Italia.

La geografia dell’inquinamento ha epicentri precisi e pesanti. Lombardia, Campania e Toscana concentrano da sole il 53% dei procedimenti di bonifica in corso a livello nazionale. Nessun’altra regione o provincia autonoma supera il 10% del totale. E quando si guarda ai procedimenti conclusi, il quadro non cambia molto: Lombardia e Toscana ne hanno chiusi il 56%, lasciando alle altre regioni le briciole sotto il 10%. Non è un caso, perché sono le aree dove l’industrializzazione è stata più intensa e dove, oggi, si pagano i conti di un passato in cui l’ambiente non era una priorità.

Ma c’è anche un dato positivo nascosto in questi numeri: significa che queste regioni hanno costruito strutture amministrative e tecniche più efficienti nel gestire e monitorare i procedimenti di bonifica. La maggior parte dei siti contaminati censiti da questo rapporto ha dimensioni ridotte, quasi domestiche: il 70% delle superfici amministrative non supera i 10.000 metri quadrati, il 30% sta addirittura sotto i mille. Piccole ferite urbane, spesso nascoste nelle periferie industriali o in aree dismesse: un ex distributore di benzina, un deposito abbandonato, un’officina chiusa da anni. Solo nel 18% dei casi la superficie da bonificare supera i 20 ettari, entrando nella categoria dei grandi siti inquinati.

Se si guarda invece agli interventi di bonifica veri e propri – quelli in cui si scava, si pompa, si rimuove – la concentrazione territoriale è ancora più netta: il 28% dei procedimenti in fase di intervento si trova in Lombardia, il 12% in Piemonte, l’11% in Toscana. Tre regioni del Nord che da sole gestiscono oltre la metà delle bonifiche attive del paese.

Poi ci sono loro: i 484 siti “orfani”. Luoghi per cui nessun soggetto – pubblico o privato – ha mai provveduto agli adempimenti previsti dalla legge. Sono prevalentemente eredità di aziende fallite, proprietari scomparsi, responsabilità diluite nel tempo. Per decenni sono rimasti lì, dimenticati. Fino a quando non è arrivato il decreto che li ha riconosciuti e istituiti (firmato dall’allora ministro dell’ambiente Sergio Costa, nella legge di Bilancio 2019) e il PNRR ne ha rifinanziato la bonifica.

Ma anche qui i numeri raccontano ritardi e inefficienze: dei 484 siti orfani, solo 225 hanno ottenuto un finanziamento. E, di questi, appena 55 hanno concluso il procedimento di bonifica al primo gennaio 2024. Significa che per 429 siti orfani – l’88% del totale – il destino è ancora incerto: senza soldi o con i soldi bloccati da qualche parte tra Roma e le regioni.

Quattro anni per bonificare (quando va bene)

Quanto tempo serve per bonificare un sito in Italia? La risposta è: troppo. Secondo i dati ISPRA, la metà dei procedimenti che richiedono interventi di bonifica o messa in sicurezza si conclude in meno di quattro anni. Sembra accettabile, ma è solo la punta dell’iceberg. Il 25% dei casi richiede almeno otto anni. Otto anni in cui chi vive accanto a quei siti continua a convivere con l’incertezza, con i cantieri, con la paura. E questi sono solo i dati dei procedimenti conclusi.

Il rapporto ISPRA è esplicito nel sottolineare che si tratta di una sottostima: l’analisi esclude infatti tutti i procedimenti ancora in corso, molti dei quali sono fermi da anni o addirittura da decenni. I procedimenti più vecchi e complicati – quelli che trascinano da più tempo – non compaiono nelle statistiche perché non sono mai arrivati alla conclusione. Dal 2020 al 2024, i procedimenti in corso sono passati da circa 13.000 a oltre 16.000. Più si cerca, più si trova. Più si trova, più si capisce quanto sia stata pesante l’eredità industriale del Novecento. E quanto sarà lungo il cammino per liberarsene.

 

In copertina: foto di Quino Al, Unsplash