Il 17 Gennaio è entrato in vigore il Trattato sull’Alto Mare (Biodiversity Beyond National Jurisdiction, BBNJ) che mira a proteggere l’oceano e ad assumere la gestione delle attività marittime nelle acque internazionali per conto delle generazioni presenti e future. Con la possibilità di istituire aree marine protette e altri strumenti di pianificazione spaziale delle attività economiche nelle acque non soggette a giurisdizione nazionale, il Trattato potrebbe facilitare il raggiungimento dell’obiettivo di protezione del 30% dell’oceano entro il 2030 stabilito dal Quadro globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal (Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework). Ma conservare i sistemi naturali e proteggere i benefici che l’oceano offre all’umanità sarà difficile perché a oggi persistono gravi lacune nella rendicontazione aziendale degli impatti delle attività marittime sull’oceano, che è incompleta, non omogenea e non trasparente.
Il report sulla blue economy
Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha analizzato i rapporti di sostenibilità e i rapporti annuali di 75 delle maggiori imprese operanti nella blue economy (turismo crocieristico, attrezzature e costruzioni navali, petrolio e gas offshore, energia eolica offshore, attività portuali, prodotti ittici, costruzione e riparazione navale, trasporto container), esaminando quali impatti sono riportati, se sono misurati quantitativamente, e se le aziende si siano date o meno degli obiettivi di mitigazione a breve, medio e lungo periodo. L’analisi mostra che le più grandi aziende marittime divulgano solo pochi dati degli impatti delle loro attività sulla biodiversità e gli ecosistemi marini e che i dati riportati dalle varie aziende non sono comparabili tra loro.
“Il problema principale è quanto sia limitato l'attuale ambito di rendicontazione dell'impatto sugli oceani. Le aziende menzionano principalmente il loro consumo energetico e le loro emissioni, ma raramente misurano o stabiliscono obiettivi per impatti più specifici sugli oceani, come l'alterazione degli habitat, la pesca eccessiva, il rumore sottomarino o la collisione con la fauna. Le aziende si affidano anche a un'ampia gamma di indicatori (ne abbiamo trovati 443 diversi nel nostro campione), limitando la comparabilità ed evidenziando l'assenza di standard comuni. In particolare, meno di un terzo delle aziende ha rendicontato gli impatti sulla biodiversità e nessun singolo indicatore di biodiversità è stato utilizzato da più di due aziende”, dice a Materia Rinnovabile Jean-Baptiste Jouffray, ricercatore allo Stockholm Resilience Centre presso l’Università di Stoccolma, in Svezia, e primo autore dello studio.
Benefici condivisi, ma non responsabilità
Lo studio mostra che non esistono oggi quadri di riferimento specifici per la rendicontazione per l’oceano, e questo indica che “sebbene l'economia oceanica esista concettualmente, essa descrive un insieme di industrie che condividono i benefici ma non la responsabilità”.
Gli autori notano che oggi è ormai prassi comune per le aziende includere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile SDG nei propri rapporti pubblici. Tuttavia, tali indicatori non sono sufficienti a garantire la conservazione degli ecosistemi marini ed assicurare che le attività marittime siano condotte in modo sostenibile. Gli obiettivi per il 2030 concordati dalle parti della Convenzione sulla diversità biologica nel contesto del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal 2022 fornirebbero invece una base più olistica per raggiungere tale obiettivo.
In particolare l’obiettivo o Target 15, che richiede ai paesi di creare norme che garantiscano che le grandi aziende transnazionali e gli istituti finanziari valutino e rendano noti regolarmente i loro impatti e i rischi legati alle loro attività sulla biodiversità, con l'obiettivo di ridurre i danni e promuovere modelli produttivi sostenibili. Un ampliamento delle informazioni rendicontate, dicono gli autori, sarà necessario anche per una effettiva implementazione del Trattato sull’Alto mare.
L’Ue ha abbandonato il ruolo di promotore della trasparenza
L’articolo su Nature cita cinque esempi di quadri di riferimento per la rendicontazione ambientale, tra cui la Direttiva europea sulla rendicontazione e sostenibilità ambientale (EU’s Corporate Sustainability Reporting Directive, CSRD) e la Global Reporting Initiative (GRI), ciascuno con i suoi punti di forza e le sue limitazioni. “Non sosteniamo né raccomandiamo un quadro specifico. Ne evidenziamo alcuni tra i più importanti e proponiamo di adattare meglio questi quadri esistenti al contesto oceanico”, dice Jouffray.
Fino al dicembre scorso, la Direttiva europea sulla rendicontazione e sostenibilità aziendale CSRD era l’unica ad essere obbligatoria. Ma con il voto del Parlamento europeo del 16 dicembre 2025 e l’accordo Omnibus I, l’UE ha fatto dietrofront sulla sostenibilità, abbandonando il suo ruolo guida di promotore della trasparenza a livello internazionale.
“Prima del primo pacchetto Omnibus, le norme europee sulla rendicontazione della sostenibilità costituivano il punto di riferimento globale per la trasparenza, anche in materia di gestione responsabile delle risorse marine (ad esempio, ghiaia, minerali di profondità, prodotti ittici) e di impatti negativi dell'inquinamento. Eliminando oltre il 70% dei dati la cui comunicazione era obbligatoria, gran parte dei dettagli e della chiarezza che le aziende un tempo dovevano fornire viene eliminata, in particolare per quanto riguarda gli impatti sugli oceani”, dice a Materia Rinnovabile Mariana Ferreira, responsabile delle politiche finanziarie sostenibili presso l'ufficio politico europeo del WWF.
“L'innalzamento della soglia per le aziende riduce il numero di aziende del settore ittico tenute a rispettare gli obblighi di due diligence”, continua Ferreira. “Le questioni marine non sono più inquadrate in modo chiaro o esplicitamente prioritarie, ma ridotte a riferimenti sparsi e obiettivi generici. Ciò rende molto più difficile valutare le pressioni aziendali sugli ecosistemi marini e mina impegni globali come il Quadro Globale sulla Biodiversità e il Trattato sull'Alto Mare. Senza informative esplicite e misurabili, una significativa responsabilità aziendale per la sostenibilità degli oceani diventa sempre più irraggiungibile”.
La mancanza dei dati è un problema per gli investimenti
“Le normative potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel passaggio da una divulgazione generica e in gran parte volontaria a una rendicontazione obbligatoria, geolocalizzata e specifica per l'oceano. Esse possono incentivare pratiche migliori e garantire non solo trasparenza, ma anche responsabilità”, dice a Materia Rinnovabile Jouffray. “In definitiva, qualcuno deve agire [per rendere più efficace] la rendicontazione, che si tratti delle autorità di regolamentazione o dei finanziatori di queste aziende”.
Secondo un’analisi promossa dal Nicholas Institute for Energy, Environment & Sustainability della Duke University, a cui ha partecipato anche Jouffray, il settore dei servizi finanziari globali potrebbe, infatti, potenzialmente promuovere un’economia oceanica più sostenibile, influenzando il comportamento delle aziende marittime tramite le scelte di investire, finanziare e assicurare solo attività che non sono dannose per la biodiversità e gli ecosistemi marini. Tuttavia, avvertono i ricercatori, nella pratica ciò non è possibile perché le informazioni necessarie per comprendere l'impatto ecologico delle attività svolte dalle singole aziende che utilizzano le risorse oceaniche non sono disponibili.
L’oceano e i diritti umani
Gli obblighi per le imprese di rendicontazione sulle loro attività marittime esistono già nel diritto internazionale, ma derivano in modo indiretto dagli obblighi degli Stati. “Gli Stati hanno degli obblighi di due diligence in materia di protezione dei diritti umani e prevenzione di danni ambientali significativi. In questi ambiti, la due diligence può essere esercitata attraverso molti mezzi, tra cui la realizzazione di valutazioni di impatto ambientale, che richiedono l'analisi degli effetti di un'attività, il monitoraggio e la rendicontazione”, spiega a Materia Rinnovabile Michelle Bender, consulente legale e responsabile dei diritti oceanici presso Ocean Vision Legal, uno studio legale internazionale specializzato nella protezione dell’oceano e nelle sue interconnessioni con il clima e i diritti umani.
Bender ricorda che il Tribunale internazionale del diritto del mare (ITLOS) ha recentemente confermato che l’obbligo di due diligence riguarda anche l’attuazione e l'applicazione, anche attraverso la supervisione amministrativa degli attori pubblici e privati. Il che significa che “gli obblighi degli Stati si estendono alla regolamentazione della condotta delle imprese private”, spiega Bender. Sempre recentemente, la Relatrice Speciale sul diritto umano a un ambiente sano, Astrid Puentes Riaño, ha pubblicato un rapporto che delinea gli obblighi specifici relativi agli oceani, sottolineando ulteriormente le responsabilità delle imprese nel contesto dei diritti umani. Al paragrafo 88 il rapporto rileva che "le imprese devono attuare la due diligence in materia di diritti umani e ambiente, compresa la valutazione degli impatti ambientali e sui diritti umani effettivi e potenziali delle loro attività o di quelle direttamente collegate alle loro operazioni, prodotti o servizi, e divulgare pubblicamente tali informazioni".
In collaborazione con Ocean Vision Legal e Gallifrey Foundation, Bender lavora al riconoscimento dei diritti intrinseci dell’oceano tramite il movimento Ocean Rights. “In un quadro normativo in cui sono riconosciuti i diritti dell'oceano, la protezione dell'oceano è la norma, non un'opzione”, dice Michelle Bender. “Potrei immaginare un sistema simile a quello necessario per proteggere e garantire i diritti umani. Gli Stati, e per estensione gli attori privati, avrebbero l'obbligo di garantire che le loro azioni non violino i diritti dell'oceano. Le aziende potrebbero dover divulgare in che modo le loro attività influenzano la capacità dell'oceano di esistere, prosperare, rigenerarsi e mantenere l'integrità ecologica (ovvero i diritti intrinseci dell'oceano) e in che modo evitano, riducono al minimo, ripristinano e rimediano alle violazioni dei diritti, anche se tali impatti non sono ‘materiali’ dal punto di vista finanziario. Inoltre, le valutazioni di impatto ambientale diventerebbero un quadro di riferimento per la protezione dell'ambiente, piuttosto che uno strumento che facilita lo sviluppo attraverso compromessi economici”.
Assieme ad altri partner, Ocean Vision Legal sta sviluppando modelli di Blue Governance per la responsabilità aziendale nei confronti dell’oceano. Un primo modello dovrebbe essere disponibile entro la fine dell’anno.
In copertina: foto Envato
