Ammalarsi per l’aria sporca e presentare il conto allo stato: presto in Italia si potrà. È una delle novità della direttiva europea sulla qualità dell’aria, che il governo ha appena recepito con un decreto (Consiglio dei ministri del 5 agosto), e non è un dettaglio da poco in un paese che respira l’aria peggiore d’Europa, con la Pianura padana in testa a tutte le classifiche del particolato e oltre 50.000 morti premature l’anno attribuite allo smog.
Il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo che porta in Italia la direttiva (UE) 2024/2881, quella che Bruxelles ha battezzato “per un’aria più pulita in Europa”. È il testo che nei prossimi anni deciderà quanto potremo respirare inquinanti come il particolato fine e il biossido di azoto, e con quali conseguenze per chi non rispetta le soglie. Il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin lo riassume come “più strumenti per la tutela della salute”. Poche ore dopo, però, dal Veneto, è già arrivata la prima mossa in direzione opposta.
Il cuore del provvedimento è una stretta con una data sopra: primo gennaio 2030. Da quel giorno il valore limite annuale del PM2,5 scende da 25 a 10 microgrammi per metro cubo, la metà di oggi, in avvicinamento ai 5 raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Compaiono limiti giornalieri per il biossido di azoto, l’inquinante che esce soprattutto dai tubi di scarico e che finora sfuggiva a quel tipo di controllo. Si abbassano anche le soglie per PM10 e anidride solforosa. Il recepimento va chiuso entro l’11 dicembre 2026, quindi il conto alla rovescia è già partito.
Cambia anche il modo di gestire gli sforamenti. Le Regioni che superano i limiti dovranno adottare piani di qualità dell’aria entro tempi definiti, con “tabelle di marcia” a scadenze fisse che accompagnano il rientro. Per la prima volta entra nel quadro normativo l’aria degli ambienti chiusi più sensibili, scuole, uffici, ospedali, con valori di riferimento e procedure di valutazione del rischio. La regia resta a regioni ed enti locali, protagonisti dell’attuazione sul territorio.
La novità che pesa di più non riguarda i microgrammi. La direttiva obbliga gli stati a riconoscere ai cittadini il diritto al risarcimento del danno alla salute quando è causato dalla violazione delle regole sull’aria, per condotta volontaria o negligente dell’autorità competente. Fino a ieri lo sforamento era un problema di carte, riunioni e tavoli tecnici tra Roma e Bruxelles. Da domani diventa una possibile causa intentata da chi in quell’aria ci vive e si ammala.
Lo sfondo spiega perché la posta si alza. Nel 2020 la Corte di giustizia europea ha condannato l’Italia per aver sistematicamente superato i limiti di PM10, e la difesa fondata sulla conformazione della pianura padana non è bastata a evitare la sentenza. Restano aperte le procedure di infrazione su biossido di azoto e PM2,5. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente il particolato fine è associato a decine di migliaia di morti premature l’anno in Italia, in buona parte concentrate proprio nel bacino padano. Però è proprio qui che la stretta nazionale, appena varata, incontra la prima resistenza.
Il presidente del Veneto, Alberto Stefani, ha annunciato l’iter per sospendere il blocco dei diesel Euro 5 in vigore dal 1° ottobre nei comuni sopra i centomila abitanti. La giunta ha approvato la delibera, la Seconda commissione l’ha già esaminata, il Consiglio regionale può ratificarla a settembre. Il grimaldello è il decreto-legge 73 del 2025, che permette alle regioni padane di tenere fuori dai piani il divieto sugli Euro 5 se lo sostituiscono con misure di pari effetto. “È inaccettabile impedire a tanti veneti di andare al lavoro solo perché non possono permettersi un’auto nuova”, dice Stefani. Confartigianato e ACI applaudono. In gioco, secondo l’ACI Veneto, ci sono quasi 350.000 persone.
Le alternative allo studio pesano meno delle parole che le annunciano: smart working per i dipendenti pubblici nelle giornate da bollino rosso, anticipo del bando per trasformare gli Euro 5 in Dual Fuel, lavaggio delle strade, limiti alle stufe a legna. Stefani sostiene che l’effetto ambientale sarebbe “persino superiore” a quello dello stop dei mezzi. A metterlo sulla bilancia sarà ARPAV. La proroga vale un anno, e di rinvio in rinvio il blocco degli Euro 5 nel bacino padano si trascina dal 2017.
Qui la partita smette di essere una contabilità di polveri e diventa una questione di automobili e di conti. Massimo Ruffa, presidente di Confartigianato imprese autoriparazione Veneto, l’associazione degli autoriparatori artigiani della regione, lo dice senza parafrasare: l’Europa ha fissato divieti senza costruire la politica industriale per reggerli. “Pensare di risolvere il problema della qualità dell’aria solo con il blocco degli Euro 5 significa tentare di fermare un’onda con le mani”, è l’immagine che usa. “La filiera delle batterie e dell’elettrico è scivolata verso l’Asia. Il mercato dell’auto in Italia si è ristretto, e nel frattempo si chiede a una famiglia di rottamare un veicolo ancora efficiente.”
Il decreto approvato a Roma non tocca questo nodo. Lo rende solo più stringente, perché dal 2030 le soglie caleranno per tutti, e chi salta un blocco oggi lo farà con addosso il rischio nuovo di una richiesta di danni. Il Veneto ha davanti un anno di proroga. I numeri del 2030 non si spostano di un microgrammo.
Leggi anche: Aria inquinata e troppi rifiuti, l’Italia migliora ma deve fare di più: stato dell'ambiente 2025
In copertina: immagine Envato
