L’aggiornamento normativo in materia di amianto rappresenta un passaggio cruciale per la tutela della salute pubblica e per la gestione responsabile di un’eredità ambientale che continua a incidere sul territorio nazionale. Nonostante il bando del 1992, l’amianto è ancora presente in edifici, infrastrutture e siti produttivi, e la sua rimozione o corretta gestione richiede competenze tecniche, risorse adeguate e un quadro regolatorio chiaro e aggiornato.
Negli ultimi anni, l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e l’esperienza maturata dagli enti di controllo hanno evidenziato la necessità di rafforzare gli strumenti normativi, migliorare i processi di monitoraggio e garantire maggiore uniformità nell’applicazione delle regole su tutto il territorio nazionale. Il Decreto legislativo 213/2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 gennaio 2025, recepisce la direttiva UE 2023/2668 e modifica il Decreto legislativo 81/2008, testo unico sulla sicurezza sul lavoro. Le nuove disposizioni entrano in vigore oggi, sabato 24 gennaio 2026, con modifiche che riguardano valutazione del rischio, notifica, prevenzione, controllo dell’esposizione e gestione delle attività di bonifica.
In questo scenario, il ruolo dello Sportello amianto nazionale diventa centrale: un punto di riferimento per cittadini, amministrazioni e operatori, chiamato a fornire chiarimenti, orientamento e supporto tecnico su una materia complessa e in continua evoluzione. Per comprendere meglio questo tema, abbiamo intervistato Fabrizio Protti, presidente dello Sportello nazionale amianto.
Protti, qual è, a suo avviso, la novità più rilevante introdotta dal nuovo Decreto amianto?
Una novità è innanzitutto il recepimento di una direttiva europea (la UE 2023/2668) che armonizza per la prima volta in modo sostanziale l’approccio alla gestione del rischio amianto in tutta Europa. Lo Sportello amianto nazionale ha contribuito dal 2021 ai lavori che hanno portato alla direttiva europea recepita dal nuovo decreto italiano. L’UE ha scelto una gestione comune dell’amianto, ma armonizzazione non significa automaticamente standard più elevati. L’Italia, che ha vietato l’amianto nel 1992, possiede già norme più avanzate della media europea. Un’altra novità da rilevare riguarda l’approccio: da reattivo a preventivo e proattivo. Questo perché il decreto rafforza conoscenza, misurazione dell’esposizione e priorità alla rimozione. Questo nuovo modello richiederà una revisione coordinata delle norme nazionali e regionali. In tale prospettiva è fondamentale la ricostituzione del Tavolo interistituzionale amianto come sede stabile di coordinamento strategico.
Cambia qualcosa per le regioni in termini di responsabilità e tempistiche?
Sì, cambia tutto, approccio, responsabilità, tempi e metodo. Le regioni devono ora operare entro una linea nazionale unitaria, ruolo rafforzato dal nuovo Tavolo interistituzionale amianto. A oggi emergono forti disallineamenti tra norme nazionali e regionali. Senza un coordinamento efficace, la frammentazione normativa regionale rischia di creare incoerenze, sovrapposizioni e confusione applicativa.
Con quali tempi si registreranno questi cambiamenti?
La direttiva europea ha iniziato il suo iter nel 2021, è stata emanata nel 2023 e da quel momento l’Unione Europea ha concesso due anni agli stati membri per armonizzare i processi legislativi. L’Italia quei due anni li ha sostanzialmente persi, non per responsabilità politiche, ma per dinamiche intuibili di campanilismo, protagonismo burocratico e incomunicabilità sistemica tra apparati. Oggi, di fatto, dobbiamo recuperare tempo. Proprio per questo confido molto nella ricostituzione del Tavolo interistituzionale amianto e nel cambio di paradigma che la politica ha voluto imprimere.
Sono previsti strumenti più rapidi per intervenire nei siti ad alto rischio?
Più che di “strumenti più rapidi”, parlerei di responsabilità molto più chiare e molto più cogenti. Il Decreto legislativo 31 dicembre 2025 n. 213, che discende direttamente dalla direttiva europea, rafforza in modo netto gli obblighi dei datori di lavoro in materia di salute e sicurezza, rendendo la catena delle responsabilità meno ambigua e molto più difficilmente eludibile. Quando parliamo di scuole, ospedali e edifici pubblici, parliamo a tutti gli effetti di luoghi di lavoro pubblici. E il messaggio che arriva dall’Europa è chiaro: non si gioca più. La tutela della salute non è più rimandabile a valutazioni discrezionali o a tempi amministrativi indefiniti.
Gli enti locali sono pronti a adeguarsi o serviranno linee guida aggiuntive?
Gli enti locali sono pienamente chiamati in causa. Ricordiamolo con chiarezza: il sindaco è da sempre il primo responsabile della salute pubblica ed è ufficiale di protezione civile. Non è una novità introdotta oggi, è un principio consolidato dell’ordinamento italiano. Già prima, quindi, il sindaco aveva l’obbligo di informare cittadini e imprese su tutte le questioni legate alla gestione del rischio amianto sul territorio. La differenza è che oggi questo obbligo non è più interpretabile: l’informazione diventa strutturale, permanente e parte integrante del sistema di prevenzione. In questo senso, gli enti locali non sono lasciati soli. A differenza di molti altri paesi europei, l’Italia dispone già di una struttura nazionale pronta, efficiente ed efficace, in grado di fare sintesi attorno ai due concetti chiave della direttiva e della nuova legge: informazione e formazione. Questa struttura è lo Sportello amianto nazionale, che la presidenza del Consiglio dei ministri ha definito, in occasione dell’ultimo Asbestos International Forum di Roma, complementare e necessaria in questa nuova fase della gestione del rischio amianto. Oggi siamo presenti in circa quattromila comuni italiani, pari a quasi il 50% delle amministrazioni locali. Questo significa una cosa molto semplice: non ci sono più scuse. Entro il 2026 l’obiettivo deve essere arrivare al 100% dei comuni attivi. Noi siamo pronti. Ora la responsabilità è in capo ai sindaci.
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In copertina: Fabrizio Protti
