Fin dall’antichità l’arredo costituisce una categoria di consumo di materia da parte dell’uomo. Basta studiare il contributo della cultura egizia, che già al tempo delle prime dinastie realizzava suppellettili e mobili di un gusto finissimo, adornando case signorili, templi e tombe. Tavolini, poltrone, seggiole, oltre a vasellame, statue, decori vari. E poi l’arredo romano delle case patrizie, i grandi armadi verticali e le madie medioevali, le cassepanche e i diwan ottomani, gli arredi barocchi finemente decorati, il pesantissimo rococò francese con i suoi trumeau. Oggetti che oggi ci rendono la vita comoda e ci definiscono con il loro stile, riempiendo le nostre case, sempre più stracolme di cose.

Quello dell’arredo e dell’interior design è un settore che in genere si analizza più per lo stile che per l’impatto reale. E proprio per questo Materia Rinnovabile ha deciso di interessarsi a un’industria che oggi ha un valore e un peso rilevanti, ma anche impatti crescenti: dove ai mobili durevoli, di qualità, del grande artigianato mobiliere, si affiancano sempre più oggetti di valore mediocre, dal dubbio gusto estetico e poco circolari.

L’artigianato di qualità dei grandi mobilieri europei, che fabbricavano arredi poi tramandati anche per generazioni, sta lasciando il passo sempre di più al fast forniture, con arredi pensati per durare qualche anno, ma non per seguire una famiglia nelle sempre più complesse peripezie lavorative, fatte di traslochi frequenti e vite che si modificano ogni 5/7 anni. Con l’arrivo dei brand low cost si compra il letto per gli anni dell’università, lo si vende o lo si butta in discarica; poi si fanno un po’ di anni in una grande città, comprando qualcosa di meno cheap, ma non troppo lussuoso, perché si sa che i salari non sono granché per i giovani. A 40 anni si mette su famiglia e si compra qualcosa di più durevole, se il matrimonio tiene, se la coppia non deve cambiare città e paese per inseguire carriere sempre più complesse e dinamiche. E arriva magari la seconda casa in montagna, per fuggire al cambiamento climatico, con mobili in legno del falegname locale (e sì, quelli durano). E la casa del riposo meritato, della pensione, con l’arredo che ci accompagna fino al giorno in cui i nipoti non sapranno bene che farsene del letto con i decor in plastica. Cambiano le dinamiche socioeconomiche e con esse il modo in cui arrediamo e viviamo l’abitare.

E allora il settore dell’arredo di qualità cambia per adattarsi ai nuovi comportamenti e consumi, diventando più sostenibile economicamente e ambientalmente: offre mobili facilmente scomponibili e ricostruibili, favorisce il riuso e la rigenerazione dei vecchi mobili, sostiene schemi per valorizzare l’usato di qualità (si veda l’articolo sull’EPR arredo), decarbonizza i processi produttivi nel settore delle ceramiche, ricicla i materassi. Insomma, cerca il suo posto al tavolo dell’economia circolare in maniera sempre più convinta. E si scopre però che a essere virtuosa non è solo la vecchia Europa, ma anche l’ambiziosa Cina, che aumenta qualità, stile e sostenibilità dei prodotti della filiera arredo.

Il mobile, come vuole la parola stessa, non rimane immobile al cambiamento. E questo numero cerca di cogliere tensioni e opportunità di questo importante settore, troppo spesso dimenticato nelle riflessioni sulla transizione economica.

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In copertina: The Chair Collection Poster © Vitra Design Museum