L'onda è scesa a valle a 188 chilometri orari, la velocità di un'auto lanciata ben oltre i limiti in autostrada, trascinando con sé il ghiaccio e la roccia di un pezzo di ghiacciaio himalayano crollato a monte. Nei distretti nepalesi di Rasuwa, Nuwakot, Dhading, Gorkha e Tanahun, lungo il confine con la Cina, l'alluvione della fine di agosto ha portato via case, strade e ponti e ha isolato villaggi interi: le autorità locali contano più di 1.300 morti e oltre cinquemila dispersi, a cui si aggiungono le vittime registrate da Pechino nella regione autonoma del Tibet.
Secondo le prime analisi di World Weather Attribution, a preparare il disastro hanno contribuito due mesi molto più caldi della media, la pioggia caduta dove di solito cade neve e il degrado del permafrost, il suolo perennemente gelato che faceva da collante alla parete rocciosa. Il Nepal ha chiesto aiuto al Fondo per le perdite e i danni, lo strumento creato dalle Nazioni Unite proprio per eventi di questo tipo, e, quando il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) ha chiuso il suo nuovo rapporto sull'adattamento, il consiglio del Fondo stava ancora discutendo come rispondere, con proposte che ipotizzavano uno stanziamento fino a 20 milioni di dollari.
La vicenda occupa un riquadro dell'Adaptation Gap Report 2026, presentato a Nairobi alla vigilia della COP31 in Turchia, e ne condensa la tesi. Gli autori hanno scelto come titolo Ready? Not., che riprende la formula del nascondino e la trasforma in una risposta. Il riscaldamento globale si avvia a superare la soglia di 1,5° rispetto all'epoca preindustriale e, anche se le emissioni calassero e la temperatura tornasse a scendere entro fine secolo, rischi e impatti continuerebbero ad aumentare per decenni. Adattarsi, cioè alzare argini, cambiare colture, rinforzare reti idriche e ospedali, installare sistemi di allerta, diventa così la condizione per contenere i danni, e il rapporto prova a mettere un prezzo a questa preparazione confrontandolo con il denaro che circola davvero.
Il conto, per i 155 paesi in via di sviluppo, è di circa 305 miliardi di dollari l'anno da qui al 2035. La cifra nasce dall'incrocio di due metodi: da un lato la lettura degli impegni climatici che ogni governo presenta all'ONU (i contributi determinati a livello nazionale, NDC) e dei piani nazionali di adattamento (NAP), che indicano una forbice tra 255 e 328 miliardi; dall'altro i modelli economici, che arrivano a 320. Restano esclusi i bisogni delle imprese private, che secondo l'UNEP porterebbero il totale quasi al doppio. Sul piatto opposto della bilancia ci sono i finanziamenti pubblici internazionali che i paesi ricchi destinano all'adattamento di quelli più poveri, fermi nel 2024 tra 28,2 e 31,7 miliardi, appena un miliardo in più dell'anno precedente. Per farsi un'idea delle proporzioni, è come dover rifare un tetto di dieci tegole avendone in mano una, con la pioggia che intanto aumenta. Abbiamo provato a fare il conto per questo articolo: se i fondi continuassero a crescere di un miliardo l'anno, per colmare la distanza con il fabbisogno servirebbero oltre due secoli e mezzo.
Qualche segnale incoraggiante il rapporto lo registra. L'obiettivo fissato nel 2021 dal Patto di Glasgow, raddoppiare entro il 2025 i fondi del 2019 fino a circa 40 miliardi, è ancora alla portata grazie alle banche multilaterali di sviluppo, che secondo i primi dati hanno aumentato in modo consistente i propri finanziamenti; pesa però l'incognita del taglio agli aiuti pubblici allo sviluppo deciso da molti governi donatori, da cui dipende la quota bilaterale.
Alla COP30 di Belém, poi, la decisione chiamata Global Mutirão (dal portoghese, il lavoro collettivo con cui una comunità costruisce qualcosa insieme) ha invitato a triplicare i fondi per l'adattamento entro il 2035. A seconda della base di calcolo, i flussi salirebbero a 85 o 120 miliardi l'anno. Il punto è che anche il fabbisogno cresce con l'inflazione, e i 305 miliardi di oggi diventano 420 nel 2035: la triplicazione coprirebbe quindi tra il 20 e il 29% di quello che serve, come una diga costruita per un quarto dell'altezza prevista. Inger Andersen, direttrice esecutiva dell'UNEP, ha chiesto ai governi riuniti in Turchia di rispettare l'impegno di Belém sapendo che occorrerà spingersi oltre.
Il quadro cambia per i paesi meno sviluppati e per i piccoli stati insulari, quelli che hanno contribuito meno alle emissioni e sono più esposti. Il loro fabbisogno, tra 40 e 50 miliardi l'anno, vale il 3-4% del prodotto interno lordo, il doppio in proporzione rispetto ai paesi a reddito medio-alto e più o meno la quota che l'Italia destina ogni anno all'istruzione pubblica, dalla scuola dell'infanzia all'università (intorno al 4%, secondo Eurostat). Qui la triplicazione avrebbe un effetto molto più forte, arrivando a coprire tra metà e oltre quattro quinti delle necessità. Eppure i fondi destinati ai paesi meno sviluppati, saliti fino a 12,1 miliardi nel 2022, sono scesi a 10,2 nel 2024, e quelli per le isole sono passati da 1,7 a 1,4 miliardi, proprio negli anni in cui avrebbero dovuto crescere. Almeno la forma del sostegno resta favorevole: per i paesi più poveri quasi il 90% arriva come dono o come prestito a condizioni molto agevolate, per le isole l'80%. Allargando lo sguardo a tutti i paesi in via di sviluppo, i prestiti valgono invece il 55% del totale e metà di questi viene concessa a condizioni di mercato, con il rischio di trasformare la difesa dal clima in nuovo debito.
Due fonti crescono più in fretta delle altre. La prima è la cooperazione tra paesi del Sud del mondo, salita da 3,8 miliardi nel 2019 a 9,6 nel 2024, quasi un terzo di quanto versano i paesi industrializzati, anche se queste somme restano fuori dal calcolo degli impegni dei donatori. La seconda è la finanza privata attivata con denaro pubblico, raddoppiata nello stesso periodo da 1,5 a 3 miliardi, a cui se ne aggiungono altri 3 censiti a fatica. L'UNEP ne ridimensiona il peso: questi capitali servono soprattutto a proteggere stabilimenti, catene di fornitura e mercati delle stesse imprese, oppure a vendere beni e servizi che i paesi in via di sviluppo pagheranno di tasca propria, e potrebbero ridurre il buco nelle opere di interesse pubblico al massimo del 15-20%. La ragione sta nella natura stessa dell'adattamento. Molti interventi rendono alla collettività più di quanto costano, ma un argine o un sistema di allerta sulle piene incassano poco o nulla, e per questo restano affari da stato.
Il rapporto dedica un capitolo intero a ciò che serve perché il denaro si trasformi in cantieri: leggi quadro sul clima che assegnino compiti precisi, coordinamento tra ministeri e livelli di governo, organismi indipendenti che verifichino i risultati. L'esempio più concreto arriva dal Kenya, dove il programma Financing Locally Led Climate Action, avviato nel 2021 e gestito dal Tesoro nazionale, porta fondi direttamente alle contee per pozzi, pascoli, opere contro le alluvioni e infrastrutture rurali. Appoggiandosi a una costituzione che prevede il decentramento e la partecipazione dei cittadini e alla legge sul clima del 2016, a metà del 2026 aveva avviato oltre 1.775 interventi in 45 contee, completandone 1.237. Gli autori osservano che i paesi più rapidi sono quelli che hanno innestato l'adattamento su strutture già esistenti, come si fa con un ramo nuovo su un tronco già radicato.
Resta il capitolo più pesante, quello sui danni che l'adattamento arriva troppo tardi a evitare. Tra il 2020 e il 2025 alluvioni e frane hanno colpito 765 milioni di persone, più dell'intera popolazione europea, e il 99% viveva in paesi a reddito basso o medio. Le morti per caldo registrate nello stesso periodo sono quasi 240.000, e solo un quarto risulta in quei paesi: l'UNEP avverte che il dato riflette la scarsità di statistiche più che la realtà, perché il caldo lascia tracce nei registri soltanto dove qualcuno le annota. Su 118 paesi esaminati, l'89% cita perdite e danni nei propri piani, ma appena il 54% dispone di un sistema per misurarli e il 38% di una legge che li regoli. Sfuggono quasi del tutto alle valutazioni le perdite che hanno un valore difficile da tradurre in moneta, come la salute mentale, l'identità di una comunità, il patrimonio culturale, la biodiversità. In Amazzonia, dove siccità, incendi e alluvioni colpiscono con più forza i municipi abitati dai popoli indigeni, il fumo degli incendi provoca circa 230 morti premature l'anno nei territori indigeni, e il deperimento della foresta su larga scala potrebbe costare tra 957 e 3.600 miliardi di dollari in trent'anni. Il Fondo per le perdite e i danni, alla sua prima tornata, ha ricevuto richieste da 119 paesi per 2,8 miliardi di dollari, a fronte di una dotazione iniziale di 342 milioni: otto volte tanto. Il Nepal, con le sue valli sommerse, aspetta ancora la decisione del consiglio.
In copertina: Bangkok colpita da un’alluvione che ha causato almeno 8 vittime a fine settembre © Captain Jirathummanuwat / JNA Press, Agenzia IPA

