Dopo un attacco con missili e droni nella zona del villaggio di Liadova, nella regione di Vinnytsia, gli ispettori ambientali ucraini hanno trovato tracce di oli tecnici nelle acque del fiume Dnestr. Quella chiazza, rilevata il 10 marzo 2026, è finita negli archivi dell’Ispettorato ambientale statale, l’organismo che in Ucraina accerta e quantifica i danni all’ambiente.

A metà marzo i casi registrati dall’inizio dell’invasione su larga scala erano 10.885. Nel luglio 2025 la ministra dell’ambiente Svitlana Hrynchuk ne citava poco più di novemila: in otto mesi se ne sono aggiunti circa 1.900, sette o otto nuovi episodi al giorno. Da qualche settimana ciascuno di questi casi può compiere un viaggio più lungo e arrivare fino a L’Aia, dove ha sede il Registro dei danni causati dall’aggressione della Federazione russa contro l’Ucraina.

Istituito nel 2023 all’interno del Consiglio d’Europa (l’organizzazione di 46 stati che vigila sui diritti umani nel continente) il Registro funziona come la cancelleria di un tribunale che protocolla le cause prima che si apra il processo: riceve le richieste di risarcimento, verifica che abbiano i requisiti e le mette agli atti, in attesa del giudice che dovrà stabilirne il valore. Il 30 settembre ha aperto le sue ultime tre categorie di domande, e una di queste è dedicata all’ambiente.

Le tre categorie sono riservate allo stato ucraino. La B1.6 raccoglie le perdite di beni pubblici rimaste fuori dalle altre voci, la B3.1 riguarda il danno ambientale e la B3.2 il saccheggio di risorse naturali. Possono presentare domanda lo stato, le autorità centrali, regionali e locali e gli enti pubblici, attraverso il portale governativo DIIA. Con questo passaggio il Registro arriva a 43 categorie (21 per le persone, 11 per le imprese e 11 per lo stato), e completa un edificio costruito un piano alla volta a partire dall’aprile 2024, quando si potevano denunciare soltanto le case danneggiate o distrutte. “Il Registro dei danni per l’Ucraina rappresenta la memoria giuridica di questa guerra ingiusta”, ha dichiarato il segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset.

Quella memoria si riempie in fretta. Le domande arrivate a L’Aia sono 195.000, circa cinquemila in più rispetto ai primi di settembre, e quelle già iscritte sono 65.000, un terzo del totale, con settemila nuove iscrizioni in meno di un mese. All’apertura, il Consiglio d’Europa stimava fra 300.000 e 600.000 domande per la sola voce delle case, e oggi a quel volume si sommano le richieste di imprese, enti locali e ministeri.

Dopo la cancelleria, il percorso prevede altre due tappe. La seconda è la Commissione internazionale dei reclami, il giudice vero e proprio, la cui convenzione istitutiva risultava firmata a inizio settembre da 39 stati e dall’Unione Europea. La terza è il Fondo di compensazione, la cassa da cui dovranno uscire i pagamenti. Il direttore esecutivo del Registro, Markiyan Kliuchkovskyi, ha chiesto alla comunità internazionale di completare Commissione e Fondo “perché i diritti registrati diventino decisioni e pagamenti”. Sui tempi, in un’intervista precedente, era stato esplicito: “Parliamo di anni”.

La questione delle risorse resta aperta. L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa aveva proposto di destinare al risarcimento circa 200 miliardi di euro di beni russi congelati in Europa, guardati però anche per altre forme di sostegno a Kiev. Mosca, dal canto suo, ha inserito il Registro nell’elenco delle organizzazioni indesiderate.

Il cuore della novità sta nel modulo della categoria B3.1, approvato nella versione definitiva nel febbraio 2026, sette mesi prima dell’apertura. Il testo definisce il danno ambientale come qualsiasi impatto negativo su fauna, flora, suolo, acqua, aria e sugli ecosistemi che questi elementi formano, sui tratti caratteristici del paesaggio e sui servizi che l’ambiente offre. Dentro la definizione rientrano anche elementi plasmati dall’uomo, come i terreni agricoli, l’acqua potabile e il bestiame.

Le voci che lo stato può mettere in conto sono quattro. Le prime tre riguardano spese concrete, purché ragionevoli e proporzionate: quelle per prevenire e contenere il danno, quelle per monitorarlo e valutarlo, quelle per bonificare e ripristinare. La quarta è la compromissione dell’ambiente in sé, che il modulo estende ai servizi ambientali privi di valore commerciale e alla perdita di valore ecologico intrinseco. È il passaggio più delicato sul piano giuridico. Una zona umida che filtrava l’acqua o un bosco che ospitava specie protette producevano un beneficio collettivo assente da qualsiasi bilancio, e la loro distruzione entra comunque nel conto, come se la natura avesse finalmente una contabilità propria. I danni alle persone e ai beni causati dall’inquinamento, le spese umanitarie e lo sminamento seguono le rispettive categorie, così che la B3.1 resti dedicata all’ambiente in quanto tale.

Il modulo chiede allo Stato di descrivere com’era il luogo colpito prima dell’evento e quali benefici offriva, una fotografia del prima da mettere accanto a quella del dopo. Servono poi le prove del danno, le misure adottate, la cifra richiesta scomposta voce per voce e la metodologia di calcolo. Un’ultima sezione domanda se sul caso siano aperte indagini o procedimenti giudiziari, legando il registro dei risarcimenti alle inchieste per crimini ambientali.

La categoria B3.2 copre lo sfruttamento o l’appropriazione di risorse naturali per il loro valore commerciale, rinnovabili e non rinnovabili, dal legname ai minerali. Per le prime il modulo chiede il tasso annuo di ricrescita precedente al saccheggio, un dato che serve a misurare quanto tempo occorrerà a una foresta per tornare com’era. Secondo la ministra Hrynchuk circa metà delle materie prime critiche dell’Ucraina si trova nelle regioni occupate.

Le stime del danno ambientale prodotte da Kiev sono cresciute insieme alla guerra. Dopo sette mesi di conflitto il ministero parlava di oltre 37 miliardi di euro, nell’ottobre 2023 il governo indicava 55,6 miliardi, e nel luglio 2025 la ministra Hrynchuk ha alzato la cifra: “Il danno ambientale causato dalla guerra ha già raggiunto i 108 miliardi di euro”. In meno di tre anni la valutazione si è quasi triplicata. Sarà la Commissione a dire quanto di quella somma reggerà alla prova delle metodologie richieste, terreno storicamente fragile per i casi ambientali: il Conflict and Environment Observatory ha osservato che questi procedimenti sono stati a lungo ostacolati dalla debolezza nella raccolta dei dati e nella custodia delle prove.

L’apertura della B3.1 è anche il risultato di una pressione dal basso. L’organizzazione ucraina Environment-People-Law aveva chiesto formalmente, attraverso il Ministero della giustizia di Kiev, di inserire proprio la categoria del danno ambientale nel Registro. Il precedente a cui molti guardano è la Commissione di compensazione delle Nazioni Unite istituita dopo l’invasione irachena del Kuwait, che prevedeva una categoria per le richieste dei governi sui danni ai beni pubblici e all’ambiente. Allora furono presentate oltre 2,6 milioni di domande per più di 350 miliardi di dollari, e il 57% ottenne una qualche forma di indennizzo.

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In copertina: le conseguenze di un attacco russo a Kramatorsk, nella regione di Donetsk, 8 ottobre 2026, foto di Ori Aviram/MEI/SIPA, Agenzia IPA