Con il 98,15% dei seggi scrutinati, il risultato delle elezioni del 12 aprile in Ungheria è ormai definito: il partito Tisza guidato da Peter Magyar ha ottenuto 138 seggi su 199 e il 53,56% dei voti, raggiungendo la maggioranza dei due terzi in Parlamento. Fidesz, guidata da Viktor Orbán, si è fermata invece a 55 seggi (37,86%), in una consultazione che registra un’affluenza record che sfiora l’80%, sostenuta sì dalla capitale Budapest, ma soprattutto dalle città medie e dall’elettorato più giovane.

“Insieme abbiamo liberato l'Ungheria, ci siamo riappropriati del nostro paese”, ha proclamato Magyar dal palco delle celebrazioni affacciato sul Danubio davanti al Parlamento, mentre Orbán definiva i risultati “dolorosi ma inequivocabili” e annunciava di aver fatto le sue congratulazioni al vincitore. Eppure, più che un cambio di sostanza, l’Ungheria rischia oggi di cambiare solo pelle. Il sistema illiberale costruito da Viktor Orbán in oltre un decennio attraverso rapporti economici, leggi e riforme di magistratura e media resta intatto nelle sue strutture profonde, come un’edera destinata a continuare ad avvolgere lo stato anche dopo la sconfitta elettorale.

Péter Magyar, 45 anni, figura di centrodestra cresciuta all’interno di Fidesz e a lungo parte di quel sistema, arriva del resto al governo portando con sé questa eredità. Magyar, durante la campagna elettorale è stato spesso definito un “baby Orbán”: un leader che guarda all’Europa e promette discontinuità, ma che è stato anche un insider − e in parte ne incarna ancora i tratti, basti pensare al tema dell’immigrazione, su cui è affine a Orbán − di quell’architettura di potere che oggi si propone di riformare.

La portata della sua vittoria si giocherà proprio su questo terreno, oltre che sulla promessa di recidere i legami con la Russia di Putin. La “super-maggioranza” di cui Magyar dispone gli offre strumenti per intervenire su nodi strutturali, dalla dipendenza energetica alla gestione dei fondi europei, dal settore della difesa alla salute dello stato di diritto. Tuttavia, ogni tentativo di trasformazione dovrà fare i conti con un’infrastruttura politica e industriale consolidata, che difficilmente svanisce con un’elezione. Così come Orbán, che siederà all’opposizione e sarà meno sotto i riflettori.

L’evoluzione di Péter Magyar e la nascita di Tisza

La traiettoria personale di Péter Magyar aiuta a capire perché il nuovo premier sia percepito al tempo stesso come riformatore e come figura cresciuta dentro l’establishment ungherese, doppio profilo che ha contribuito al successo elettorale. Nato il 16 marzo 1981 a Budapest in una famiglia di giuristi, si laurea in legge presso l’università cattolica della capitale e rivendica apertamente la propria fede.

Dopo un primo impegno in Fidesz, entra gradualmente nei circuiti del potere politico fino al 2006, anno in cui sposa la collega di partito Judit Varga, futura ministra della Giustizia, e la affianca nell’esperienza a Bruxelles all’interno delle istituzioni europee. Rientrato in patria, sceglie incarichi tecnici in aziende pubbliche e nell’amministrazione, ma i vertici di Fidesz lo giudicano troppo indipendente e poco allineato, mentre lui assume sempre più il ruolo di stratega comunicativo della moglie. Quando nel 2023 il matrimonio si rompe, si incrinano anche i suoi legami con il sistema di Orbán: Magyar viene progressivamente messo ai margini e questa rottura personale diventa il presupposto della sua narrazione pubblica di ex insider che prende le distanze dal vecchio partito.

Il nuovo partito Tisza (dalle iniziali di Tisztelet és Szabadság Párt, Partito del rispetto e della libertà) nasce così nel 2024 in tempi rapidissimi, sull’onda dello scandalo per la grazia concessa a un condannato per abusi su minori che porta alle dimissioni dell’allora presidente dell’Ungheria Katalin Novák e travolge politicamente anche l’ex moglie di Magyar, Judit Varga. In questo clima di crisi, Tisza si propone come strumento di discontinuità con il sistema di potere esistente più che come rottura totale con la tradizione conservatrice di Fidesz. Il messaggio centrale di Tisza è quello di un risanamento etico delle istituzioni e di maggiore trasparenza, mantenendo però saldi riferimenti a patria, sovranità e identità nazionale che parlano a un elettorato di destra moderata e patriottica.

A Orbán non è bastata l’“internazionale sovranista”

Il cambio di fase in Ungheria giunge al termine di una lunga stagione segnata da tensioni con Bruxelles, da una crescente dipendenza del paese da petrolio e gas russi e da un progressivo allineamento politico con l’asse Washington-Mosca. Non è un caso che, durante gli ultimi giorni di campagna elettorale, Orbán abbia ricevuto a Budapest la visita altamente simbolica del vicepresidente statunitense JD Vance, che ha parlato di presunte interferenze dell’Unione Europea nelle elezioni definendole “disgraceful” (vergognose), e schierandosi apertamente per la rielezione del premier uscente, alleato tanto di Donald Trump quanto di Vladimir Putin.

A questa cornice si è affiancata nei mesi precedenti una vera e propria “internazionale sovranista”. Dalla visita di Matteo Salvini a Budapest di fine marzo fino al video elettorale di gennaio in cui il premier ungherese riceveva gli endorsement di Giorgia Meloni, Benjamin Netanyahu, Marine Le Pen, Santiago Abascal, Javier Milei, Alice Weidel e di altri volti della destra radicale globale. La costruzione simbolica di Orbán si è intrecciata così con le frizioni sempre più evidenti con Bruxelles sullo stato di diritto e sui finanziamenti a Kiev. Ne è emersa l’immagine di un’Ungheria ancorata a un doppio asse, atlantico e russo, mentre la dipendenza energetica da Mosca ha raggiunto livelli estremi, superando il 90% delle importazioni di greggio nel 2025. In questo contesto, la scelta di Magyar di accusare Orbán di “allarmismo” orchestrato da “consiglieri russi”, dopo il ritrovamento di esplosivi vicino a un gasdotto in arrivo dalla Serbia, segna una netta presa di distanza dai metodi del passato.

Difesa, energia, clima

È sul terreno strategico della difesa che la discontinuità annunciata dal nuovo governo appare più radicale, con implicazioni dirette per i rapporti con la NATO e per il posizionamento dell’Ungheria tra Russia, Ucraina e partner europei. Tisza promette di portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, investire nell’esercito ungherese, rivedere i contratti dell’industria della difesa alla ricerca di eventuali situazioni di corruzione e avviare una vasta opera di bonifica contro l’influenza russa nei gangli dello stato.

Proprio la combinazione tra crisi climatica, sicurezza energetica e uso dei fondi europei rende le politiche ambientali uno dei banchi di prova più delicati del nuovo corso. L’Ungheria è giuridicamente vincolata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e si è impegnata a ridurre del 50% le emissioni di gas serra entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, con un Piano nazionale di ripresa che destina circa il 67% delle risorse della componente climatica ad azioni legate alla transizione energetica, ben oltre il minimo europeo del 37%.

Sotto i governi Orbán, però, questi obiettivi formali hanno convissuto con una pratica politica che ha rafforzato la dipendenza dai combustibili fossili russi e ha spesso utilizzato i fondi UE in chiave infrastrutturale tradizionale, in alcuni casi con effetti definiti “dannosi” per l’ambiente da organizzazioni della società civile. Solo il tempo dirà quindi se Magyar – con un mandato costruito su promesse di trasparenza, riforme e riallineamento con Bruxelles − utilizzerà le leve europee per spingere efficienza, rinnovabili e innovazione industriale.

L’Europa e il rischio “spin off” di Orbán

La svolta politica a Budapest ha immediatamente risuonato nelle capitali europee, segnalando che il cambio di governo viene letto come un possibile riallineamento dell’Ungheria al mainstream comunitario. “Il cuore dell'Europa stasera batte più forte in Ungheria”. È stato il primo commento della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. A Bruxelles ci si attende che uno dei primi atti del prossimo premier sia lo sblocco del prestito da 90 miliardi di euro per l'Ucraina su cui Orbán aveva posto il veto, un passaggio che avrebbe un impatto immediato sulla credibilità europea di Budapest in materia di politica estera e solidarietà verso Kiev. Anche Parigi ha colto il segnale: Emmanuel Macron è stato tra i primi a congratularsi con Magyar e aprire a un rilancio della cooperazione.

Resta però aperta la questione del destino dell’“infrastruttura egemonica” costruita da Viktor Orbán in oltre un decennio di governo: una rete di potere che va ben oltre i confini nazionali e che, da oggi, potrebbe non dissolversi, ma piuttosto replicarsi altrove, dando origine a una sorta di “spin-off” politico. Come osserva Alberto Alemanno, Jean Monnet Professor of European Union Law alla HEC Paris, “Orbán non scomparirà. Mantiene una rete transnazionale: il CPAC, Patriots for Europe, la cerchia di Trump, i canali vicini al Cremlino. Perdere Budapest non significa perdere Bruxelles o Washington. Si riorganizzerà, ridefinirà la sua strategia e riesporterà il suo modello. La vera domanda è se l’infrastruttura egemonica di Orbán sopravviverà alle elezioni, grazie a stratagemmi e abusi… e alla collaborazione transnazionale all’interno e all’esterno dell’Unione”.

Anche in uno scenario di discontinuità interna, dunque, l’ecosistema di alleanze, think tank, media e piattaforme politiche che ha sostenuto il premier uscente oggi continua a occupare lo spazio del dibattito europeo e dello stesso progetto comunitario.

 

In copertina: Peter Magyar festeggia i risultati elettorali, foto di Attila Husejnow / SOPA / SIPA / Agenzia IPA