Nel percorso della civiltà umana, la scoperta tramite esplorazione ha costituito un elemento fondamentale della sua evoluzione culturale, economica, tecnica e spirituale. Dalle coraggiose esplorazioni polinesiane del Pacifico ai viaggi dei vichinghi attraverso l’Atlantico, passando per le lunghe peregrinazioni delle vie della seta fino ai viaggi di Alexander Von Humboldt e alle spedizioni in Antartide di Amundsen, abbiamo sempre cercato nuovi posti dove abitare, nuove parti del mondo da dove estrarre conoscenza (o ricchezza), nuovi luoghi mistici dove cercare il sacro.

Oggi guardiamo sempre più al nostro sistema solare e alla nostra galassia, per capire come attraversare le distanze siderali, colonizzare pianeti, sfruttare energia e minerali da territori extraterrestri. Sogniamo le stelle. Innoviamo le tecnologie di volo, i sistemi di comunicazione interplanetari, i robot che ci aiuteranno a costruire una civiltà intergalattica nel prossimo millennio. Una corsa, quella della space economy, che esplode nello stesso momento in cui la sfida ambientale e climatica si fa più grave e urgente sul pianeta più complesso e bello che ad oggi conosciamo.

In fondo, fu proprio una foto fatta dallo spazio alla Terra, la famosa Earthrise scattata il 24 dicembre 1968 da William Anders, membro della missione Apollo 8, a lanciare i movimenti ambientalisti e le prime leggi sulla tutela del pianeta e della sua natura. Quella delicata sfera blu, vista dall’orbita lunare, ci fece sognare la possibilità di esplorare nuovi mondi ma anche amare ancor di più il nostro pianeta.

La nuova corsa allo spazio oggi sembra però ispirare sentimenti meno nobili. Non è più un’iniziativa esclusivamente pubblica, mossa da interessi scientifici e strategici, bensì una nuova propaggine del mondo privato e del capitale, interessato alle opportunità che le esplorazioni possono comportare. Sull’onda estrattivista delle Compagnie delle Indie nel XVII secolo, SpaceX e una miriade di società della space economy si stanno tuffando nel business di veicoli spaziali, satelliti, telecomunicazioni interplanetarie, space mining, colonie interplanetarie, data center orbitali, robotica spaziale e molto di più. Sviluppo tecnologico, certo, ma soprattutto una marea di soldi da fare.

C’è un intero universo di opportunità da esplorare: ma in che modo? Vogliamo dare vita a un neocolonialismo spaziale, fatto di sfruttamento incontrollato delle risorse, intasando le orbite planetarie di satelliti privati e militari? Oppure vogliamo sfruttare la space economy per migliorare la green economy terrestre, cercando soluzioni innovative che promuovano una civiltà interplanetaria progredita ed etica, dove le regole spaziali siano implementate da un organismo sovranazionale nell’egida dell’ONU, dove la ricerca sia collaborativa e demilitarizzata, dove i frutti dello sviluppo siano condivisi e messi a disposizione dei popoli e non solo delle corporation?

Abbiamo cercato di fare il punto con questo numero di Materia dedicato allo spazio, tra ecologia spaziale, sviluppo interplanetario, corporation con mire intergalattiche e innovazioni delle filiere, intasamento delle orbite terrestri, centri AI spaziali, earth information systems e molto altro. Non possiamo permettere che l’unico modello di sviluppo della nostra civiltà oltre i confini terrestri sia appaltato agli Elon Musk e ai Richard Branson o all’esercito cinese o indiano. Serve una nuova visione ecologista, sociale e anticolonialista della space economy, per far sì che porti davvero prosperità, benessere e sviluppo condiviso. Una lunghissima strada ci attende prima di essere in grado di uscire fisicamente dal nostro sistema solare, magari entrando in contatto con civiltà aliene che al momento rimangono a noi nascoste nella vasta oscurità dell’universo.

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In copertina: Earthrise, fotografia AS8-14-2383HRdella NASA fatta da William Anders il24 dicembre 1968 durante la missione Apollo 8