Trecentomila tonnellate di carburante diesel, pari a 2,25 milioni di barili. Suona come un numero importante, e Donald Trump lo ha annunciato con la solita pacatezza su Truth Social. Peccato che quelle trecentomila tonnellate equivalgano a circa dodici ore di consumo mondiale di gasolio. Meno di una giornata di fabbisogno del solo settore dei trasporti negli States, un comparto che secondo i dati ufficiali governativi brucia quotidianamente circa 500.000 tonnellate di gasolio.

In altri termini: l'accordo sul carburante diesel annunciato solennemente venerdì 9 ottobre tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin non cambia praticamente nulla, a meno di un mese dalle elezioni di metà mandato che decideranno se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso. Di sicuro, non avrà effetti visibili sui prezzi alla pompa del diesel negli USA, ormai vicini ai massimi storici, a 6,28 dollari al gallone secondo l'associazione automobilistica AAA. Si tratta di un problema serissimo per agricoltori, camionisti e famiglie che riscaldano le case con il gasolio. Un incubo politico per Trump, i cui indici di consenso sono crollati al 32%.

Il presidente ha deciso di muoversi, utilizzando tutte le leve a disposizione. Compresa quella di fare un favore al suo interlocutore preferito al Cremlino, in barba a una legge che lo vieta esplicitamente. L'amministrazione Trump ha temporaneamente revocato le sanzioni sulle importazioni di diesel russo, imposte nel 2022 per privare Mosca dei ricavi necessari a finanziare la guerra in Ucraina. Il Dipartimento del tesoro ha rilasciato una licenza che consente le importazioni fino al 7 aprile prossimo. Oltre alle prime 300.000 tonnellate, Trump ha promesso altre 500.000 tonnellate a novembre e un milione "immediatamente dopo". Anche sommando tutto, si arriva a meno di quattro giorni di fabbisogno del trasporto statunitense. Inoltre, c'è il problema di capire con quali petroliere questo gasolio potrà essere esportato dalla Russia agli Stati Uniti, viste le sanzioni in atto. Navi con bandiera a stelle e strisce?

Gli analisti non hanno usato giri di parole. Rory Johnston, ricercatore petrolifero e fondatore di CommodityContext.com, lo ha definito su X un "nothing burger", un panino vuoto. I future sul diesel sono scesi di quasi il 5% subito dopo l'annuncio, per poi stabilizzarsi. Ieri, lunedì, i prezzi hanno segnato un ribasso dello 0,5%. Non è esattamente la rivoluzione promessa. Già nelle settimane precedenti l'amministrazione Trump aveva premuto con successo sugli alleati tedeschi e francesi per rilasciare riserve strategiche e aveva ampliato l'accesso al diesel rosso esentasse, normalmente riservato alle macchine agricole. Si sta valutando l'uso del Defense Production Act per aumentare la capacità di raffinazione. Niente ha davvero funzionato, almeno per ora.

Il problema è che le cause della crisi del diesel si trovano altrove, e Trump lo sa benissimo. I prezzi sono aumentati del 70%, il 28 febbraio scorso, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra contro l'Iran. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha drasticamente ridotto le forniture dal Golfo Persico. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj lo ha ricordato, con sarcasmo, in un'intervista a Fox News: “Tutti capiscono che i prezzi del diesel non dipendono dai nostri attacchi alle raffinerie russe. Tutti capiscono che dipendono dal blocco dello Stretto di Hormuz”.

Trump ha scelto di cercare un altro colpevole: l'Ucraina e i suoi droni, che da mesi colpiscono le raffinerie russe e danneggiano la capacità di Mosca di esportare carburanti. Sabato 10 ottobre ha intimato a Zelenskyj di fermare “subito” quegli attacchi, e domenica ha annunciato su Truth Social un “cessate il fuoco energetico” tra Russia e Ucraina, “con effetto immediato”. Peccato che Kiev non fosse stata avvisata, e che Mosca non abbia confermato nulla. Nelle ore successive all'annuncio di Trump, i russi hanno continuato a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine, inclusa una centrale termoelettrica a Kharkiv. Gli ucraini, chiaramente, continueranno a render loro pan per focaccia, colpendo duramente le raffinerie russe.

La reazione al Congresso è stata trasversale. Sette senatori − quattro repubblicani e tre democratici − hanno firmato una dichiarazione congiunta chiedendo a Trump di "invertire immediatamente la rotta": sono i repubblicani Susan Collins, Lisa Murkowski, Thom Tillis e John Curtis, e i democratici Jeanne Shaheen, Richard Blumenthal e Ron Wyden. Il senatore Tillis, repubblicano del North Carolina in procinto di ritirarsi, è andato oltre: intervistato da NBC, ha detto che l'accordo “potrebbe essere illegale” e “metterà a rischio vite americane”. Il riferimento è alla legge del 2022, che vieta esplicitamente le importazioni di energia russa fino a quando Mosca non cesserà l'aggressione all'Ucraina. Anche il deputato repubblicano Don Bacon, del Nebraska, ha attaccato: “Sostenere l'economia di guerra di Putin è moralmente sbagliato mentre lui usa quei soldi per bombardare le città”.

Mike Pence, l'ex vicepresidente, ha parlato di "tradimento" dell'eredità del senatore Lindsey Graham, il falco anti-russo morto a luglio, e ha chiesto a Trump di "rescindere" l'accordo. Graham aveva lavorato fino all'ultimo per inasprire le sanzioni contro la Russia, e la legge che porta il suo nome è stata firmata dallo stesso Trump appena a settembre. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha difeso l'accordo su Fox News, sostenendo che l'amministrazione userà "tutte le autorità legali disponibili" per portarlo a termine. Tuttavia, la realtà è che il Congresso potrebbe bloccare tutto, e la base legale dell'operazione è quantomeno traballante.

Dal punto di vista economico, l'accordo rappresenta un regalo per Mosca. Gli analisti citati dall'agenzia Reuters calcolano che le esportazioni di 300.000 tonnellate di diesel porterebbero alla Russia circa 400 milioni di dollari. Non si tratta di una cifra enorme per il budget federale russo, che tassa principalmente l'estrazione di petrolio e non le esportazioni di carburanti, ma rimane comunque una boccata di ossigeno per un'economia che, secondo Putin, ha perso l'1% del suo PIL a causa degli attacchi ucraini alle raffinerie.

 

In copertina: l’incontro tra Trump e Putin ad Anchorage nel 2025, foto di Benjamin Applebaum/Dod/Planet Pix via ZUMA Press Wire/Shutterstock, Agenzia IPA