L’Italia della raccolta differenziata di carta e cartone continua a crescere e si conferma tra i paesi di riferimento in Europa. Nel 2024 ha superato i 3,8 milioni di tonnellate raccolte, oltre 130.000 in più rispetto all’anno precedente. Un dato che acquista ancora più peso se guardato nel tempo: nel 1995 si superavano di poco le 500.000 tonnellate, oggi siamo a quasi sette volte tanto.
Non si tratta però di un traguardo. Il nuovo Regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (PPWR) alza ulteriormente l’asticella, introducendo obiettivi più stringenti su prevenzione, riciclabilità e contenuto riciclato: entro il 2030 tutti gli imballaggi dovranno essere progettati per il riciclo e, entro il 2035, riciclabili su larga scala. Un passaggio che riguarda da vicino anche gli imballaggi compositi a base carta per bevande. Restano poi altre criticità: i rifiuti generati “on the go”, in viaggio, ancora poco intercettati, e i poliaccoppiati, per cui la rete impiantistica è cresciuta ma richiede ulteriori investimenti e tecnologie più avanzate. In occasione della Paper Week 2026, che si svolge a Parma dal 13 al 19 aprile, ne abbiamo parlato con Alberto Celotto, responsabile del progetto poliaccoppiati di COMIECO, Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica, parte del sistema CONAI.
Alla luce anche della recente pubblicazione da parte della Commissione UE delle linee guida sul Regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (PPWR), vi sono impatti concreti sulla filiera degli imballaggi cellulosici e sui cartoni per bevande?
Il cambiamento principale è dato dall’introduzione di un obiettivo specifico: fino a pochi mesi fa, nel 2025, il target coincideva con quello del riciclo del comparto carta, cioè gli obiettivi al 2030 che il Consorzio, fortunatamente, aveva già raggiunto con anticipo da diversi anni. Ora viene introdotta una novità molto importante: un obiettivo dedicato ai cartoni per bevande. C’è finalmente un perimetro chiaro, con un “nome e cognome”, e un target definito del 55%. Anche l’orizzonte temporale è rilevante: il 2035. Non è dietro l’angolo, ma neppure lontanissimo, quindi lascia il tempo per lavorare.
Restano oggi aspetti da chiarire?
La misurazione degli obiettivi, a partire da come verrà conteggiato il riciclo delle componenti in plastica e alluminio presenti, ad esempio, nei cartoni per bevande. Questo avrà un impatto concreto: le soluzioni non sono infinite e gli operatori stanno già lavorando su scenari plausibili, ma è diverso ragionare su ipotesi rispetto a indicazioni formalizzate. Non ci sono stati stravolgimenti, ma questi nuovi target specifici rappresentano un segnale importante. Ora si attende che arrivino anche le ulteriori specifiche in tempi ragionevoli, così da poter lavorare in modo più efficiente e con il massimo anticipo possibile.
Guardando agli obiettivi di riciclo al 2035, qual è la sfida più critica: quella normativa, tecnologica o industriale?
La sfida più critica non è tanto normativa, quanto legata alla tempistica con cui arriveranno queste specifiche. Se arrivassero troppo tardi, resterebbe meno tempo per adeguarsi, rendendo tutto più complesso. È però ragionevole pensare che indicazioni più precise arrivino già a breve. Dal punto di vista tecnologico non siamo di fronte a un problema: oggi esistono molte applicazioni, sia con tecnologie consolidate sia con innovazioni più recenti. I selettori ottici, per esempio, che per anni hanno funzionato con sistemi a infrarossi, sono oggi affiancati da soluzioni basate su intelligenza artificiale, che permettono una riconoscibilità dei materiali molto più elevata e quindi una maggiore efficienza. Si stanno diffondendo anche bracci robotici, collaborativi o vettoriali, utilizzati sia in alternativa sia in combinazione con le cabine di selezione tradizionali e con il lavoro umano. La tecnologia, quindi, è disponibile ed è già utilizzata in modo efficace.
E sul lato industriale?
Più che un problema si tratta ancora di una sfida. Negli ultimi tre anni la rete di impianti è cresciuta molto: da poco più di venti piattaforme si è passati a oltre sessanta in tutta Italia, e lo sviluppo continuerà. Tuttavia, si tratta di intercettare un flusso di imballaggi non così abbondante, e questo rende meno immediata la scelta di investire in nuove tecnologie. Per questo il Consorzio continua a svolgere un ruolo di supporto agli impianti. Il percorso è avviato e procede bene, ma c’è ancora strada da fare.
Non resta che parlare dell’altro importante elemento dell’equazione: i consumatori. Dalle vostre rilevazioni, chiedono più sostenibilità? Quanto questa pressione sta davvero modificando le scelte di packaging delle aziende?
Dal lato dei produttori, l’interesse è in crescita costante. Lo dimostrano anche i dati del premio di ecodesign promosso ogni anno da CONAI, che valorizza le imprese che migliorano almeno un aspetto del ciclo di vita degli imballaggi: dall’uso di materia prima seconda alla riduzione dei materiali, dall’efficienza logistica al minor consumo di energia o acqua. Nel 2025 hanno partecipato più di 350 aziende e oltre 200 sono state premiate. Tra i casi più significativi, il progetto di Smurfit Westrock che ha ridotto del 43% il peso di un imballaggio in PET, aumentando al contempo la capacità del 78%. Un risultato che sembra quasi una sfida impossibile, ma che dimostra il livello di innovazione raggiunto. Dal lato dei consumatori emergono segnali contrastanti. Da un lato c’è un interesse crescente, che in alcuni casi si trasforma quasi in un atteggiamento da “tifosi” della sostenibilità. Dall’altro, quando si passa alla pratica, il comportamento non sempre è coerente. Indagini realizzate durante campagne sul territorio mostrano, nelle dichiarazioni, livelli altissimi di attenzione, quasi da “paese ideale” per la raccolta differenziata. Tuttavia, analizzando i rifiuti prodotti durante gli spostamenti − in treno, in aereo, nelle stazioni − emerge un quadro diverso. Nello Studio sulla produzione e gestione di rifiuti da imballaggio nei servizi di trasporto collettivo realizzato a luglio 2025 in collaborazione con Ambiente Italia abbiamo riportato come oltre 60.000 tonnellate di materiali che avrebbero potuto essere differenziati non lo sono stati. Incidono le differenze nelle regole locali, che possono creare confusione, ma anche una minore attenzione da parte delle persone. Inoltre, spesso manca la possibilità concreta di separare i rifiuti, e questo è un aspetto su cui i soggetti responsabili possono migliorare.
In questi giorni a Parma si sta svolgendo la Paper Week. Qual è il messaggio più importante che oggi va portato fuori dal perimetro del settore e dentro le case delle persone?
La Paper Week è un’opportunità per far toccare con mano a cittadini e famiglie cosa accade dopo il gesto quotidiano della raccolta differenziata. Esiste ancora la convinzione, purtroppo diffusa, che “tanto va tutto insieme” e che il riciclo non funzioni. È una percezione sbagliata e dannosa. Dietro quel gesto, davanti a un cassonetto o nel porta a porta, c’è un’intera filiera industriale che lavora ogni giorno con risultati straordinari. La Paper Week serve proprio a rendere visibile questa realtà, a mostrare ciò che normalmente resta nascosto. Chissà, in futuro, se sarà possibile riuscire a visualizzare questo processo in modo immediato: immaginare, ad esempio, che conferendo correttamente un rifiuto si possa vedere, magari con tecnologie avanzate come un’olografia, il percorso che compie, dalle fasi di raccolta agli impianti, fino al ritorno sul mercato sotto forma di nuovo prodotto, anche a distanza di pochi giorni.
In copertina: Alberto Celotto
