Ci sono aziende con lunghissime catene di fornitori: dalla GDO all’hi-tech, dall’automotive alla moda, si possono avere fino a ventimila supplier nei casi delle grandi multinazionali come Walmart. Sempre di più i rischi e la vulnerabilità sorgono nelle lunghe interazioni con fornitori, e fornitori di fornitori, in un complesso labirinto non sempre facile da tracciare, di merci, servizi, persone. Dalle violazioni dei diritti umani (come recentemente accaduto per alcuni noti marchi della moda di lusso), agli impatti ambientali (deforestazione, contaminazioni, emissioni climalteranti), all’esposizione a catastrofi naturali ed eventi sociopolitici. Oggi, dunque, mappare e misurare gli impatti e i rischi della propria supply chain diventa un imperativo per le grandi aziende e un’opportunità per fornitori e PMI.
In Europa si è cercato di regolare la questione introducendo la CSDDD, Corporate Sustainability Due Diligence Directive nota anche come Supply Chain Directive. Recentemente ridimensionata dalla Omnibus I, la CSDDD ha un obiettivo preciso: promuovere un comportamento aziendale sostenibile e responsabile nelle attività delle aziende e lungo le loro catene del valore globali.
“Tali norme sono volte a garantire che le aziende interessate identifichino e affrontino gli impatti negativi delle proprie azioni sui diritti umani e sull’ambiente all’interno e all’esterno dell’Europa con l’intento di favorire la gestione responsabile lungo una supply chain sostenibile”, spiega Elena Rangoni Gargano, consulente di Terra Institute, organizzazione specializzata nell’advisory anche su tematiche di supply chain. “Con la variazione della Omnibus la CSDDD entrerà in vigore gradualmente: dal 2027 per le grandi aziende UE ed extra UE con fatturato superiore agli 1,5 miliardi e oltre 5.000 dipendenti, dal 2028 per quelle con più di 900 milioni di fatturato e 3.000 dipendenti, e dal 2029 per tutte le altre società in ambito normativo. Attenzione, però: anche aziende più piccole ne saranno in ogni caso interessate. Una grande azienda come Carrefour avrà l’obbligo di rispettare la CSDDD e richiederà anche ai suoi fornitori più piccoli di fornire tutte le informazioni necessarie, coinvolgendoli direttamente.”
Dunque, a cascata ci sarà un’implementazione necessaria di criteri ESG lungo tutta la catena europea e internazionale. “Molte aziende stanno apprezzando l’inquadramento della CSDDD perché aiuta a individuare rischi di approvvigionamento, sistemici e reputazionali, che possono causare gravi danni economici”, aggiunge Francesca Ierace, Country Manager Italia per Terra Institute. “Un meccanismo che vede anche aziende non interessate dalla Direttiva adottare volontariamente strategie di valutazione della supply chain. E questo coinvolge anche aziende non coperte dalla CSDDD.”
Sono tanti i risvolti: dall’accounting non finanziario alle assicurazioni, fino al commercio internazionale. “Ad esempio, il Carbon Border Adjustment Mechanism, entrato in vigore dal 1° gennaio 2026, che tassa le importazioni in base alle emissioni di CO₂, per evitare la delocalizzazione industriale e garantire concorrenza equa richiede una rendicontazione accurata della supply chain”, spiega Elena Rangoni Gargano. “Chi importa acciaio, fertilizzanti, alluminio, idrogeno, eccetera, deve sapere con chiarezza le emissioni dei propri fornitori per pagare meno dazi all’ingresso dei confini europei. Agire ora sulla catena di fornitura costa meno che pagare domani la mancata gestione di oggi.”
“A Terra Institute accompagniamo da anni le aziende nella comprensione e nella gestione responsabile della propria catena di fornitura, traducendo i requisiti normativi e le aspettative ESG in azioni concrete e misurabili”, racconta Francesca Ierace. “Supportiamo i nostri clienti nello sviluppo di strategie di approvvigionamento sostenibile, nella definizione di codici di condotta per i fornitori, nella realizzazione di analisi dei rischi ESG lungo la supply chain e nell’accompagnamento a strumenti di valutazione come EcoVadis. Il nostro approccio integra inoltre formazione interna e per gli stakeholder, workshop tematici dedicati e il supporto all’implementazione di misure correttive, anche in presenza di violazioni o non conformità normative, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza, la trasparenza e la responsabilità delle catene del valore. Attività che si possono approfondire fissando un appuntamento Calendly e visitando il sito di Terra Institute”. Insomma, il ridimensionamento della Direttiva non ha certo ridotto obblighi e opportunità legate alla misurazione degli impatti della supply chain, specie quando ci si approvvigiona da fuori Europa.
Uno dei casi più recenti di shock lungo la filiera di approvvigionamento è stata la scoperta di casi diffusi di caporalato nella rete di fornitori di tredici marchi della moda – da Prada a Gucci, da Versace a Ferragamo, fino a Missoni, Adidas e Dolce & Gabbana. La procura di Milano a inizio dicembre ha denunciato numerose imprese “Made in Italy” che sfruttavano oltre duecento lavoratori trovati in condizioni critiche nelle aziende finite sotto sequestro. E così le borse da migliaia di euro e brand da sfilate scintillanti si sono rivelati essere oggetti frutto di turni estenuanti e subappalti opachi. Con un danno micidiale ai brand in causa.
Cosa fare dunque? “La fase uno è definire i fornitori strategici, le materie e i componenti critici. Questo passaggio avviene definendo le categorie di rischio (esempio: volume, ubicazione, certificazioni, rischi ESG)”, spiega Ierace. “Parallelamente si può iniziare a fare una breve richiesta sui punti ESG ai principali fornitori per capire come si posizionano su tematiche ambientali e sociali. Questo processo permette di rendere visibili eventuali red flag, ovvero dove c’è un rischio. L’assunto è sempre: finché non sali sulla bilancia non puoi capire che dieta fare. Sembra assurdo ma molti imprenditori e imprenditrici conoscono la propria catena di fornitura meramente dal punto di vista del costo. Invece quando si inizia a mappare le aziende e le aree di provenienza, incrociandole con database internazionali e ricerca avanzata si possono ‘scoprire’ i rischi nascosti. Ad esempio, se i miei tessuti provengono da un distretto industriale in un paese, che è già stato segnalato per violazione dei diritti umani, lavoro minorile o pratiche ecocide, vale la pena approfondire con il fornitore.”
Una volta mappate le eventuali red flag è possibile procedere in vari modi: innanzitutto la verifica delle certificazioni rilasciate da parti terze (come una ISO14001 o 45001) costituisce una prima comprovante, che può essere approfondita in caso di ulteriori dubbi. “Lo step importante, quando ci sono elementi davvero critici, è fare audit direttamente presso i fornitori strategici, per valutare insieme come ridurre possibili rischi e verificare eventuali violazioni. In questo anche il giornalismo o la società civile possono avere un ruolo, svolgendo il servizio di watchdog, dovere delle testate di inchiesta ed economiche o dei gruppi di pressione per i diritti umani e ambientali.”
Ci sono poi certificazioni emergenti come EcoVadis, di cui Terra Institute è training partner, una piattaforma che monitora e certifica i propri fornitori o certifica l’azienda come fornitore. La piattaforma EcoVadis ha preso il via dieci anni fa, ma negli ultimi due anni ha avuto un boom. “Noi stiamo seguendo sempre più aziende di medie dimensioni a cui i buyer hanno richiesto di raggiungere un determinato score con EcoVadis”, spiega Ierace. “Chi ha già un report di sostenibilità può utilizzarlo per rispondere ad alcune richieste dalla piattaforma, per coloro che non hanno ancora iniziato un percorso di sostenibilità sarà necessario produrre documenti specifici che includono una strategia di sostenibilità, delle politiche, delle azioni e prove sulla formazione di tematiche riguardanti i temi ESG.”
EcoVadis assegna un punteggio basandosi su questionari personalizzati in funzione di settore, dimensione e paese dell’azienda. Le imprese devono fornire documentazione verificabile (policy, report, certificazioni, procedure) che dimostri le pratiche adottate. “Sono quattro le aree principali: ambiente (emissioni, risorse, gestione rifiuti); lavoro e diritti umani (salute e sicurezza, condizioni di lavoro, inclusione); etica (anticorruzione, trasparenza); acquisti sostenibili (gestione dei fornitori). In base ai documenti caricati, lo strumento assegna un punteggio da 0 a 100 e, se si raggiungono determinate soglie, si ottengono dei riconoscimenti, detti medaglie (Bronze, Silver, Gold, Platinum). Ma non è un processo facile, e può mettere in difficoltà anche grandi aziende, che hanno esperienza ma hanno fatto meno di aziende giovani ma più agguerrite sui criteri ESG.”
Importante per le aziende è non ritenere questi impegni come un obbligo da subire ma come un cruciale investimento nella resilienza aziendale, nella competitività economica e in generale un contributo alla crescita economica, sociale e ambientale delle comunità dove si lavora. Valori, conclude Ierace, “che sono alla base di qualsiasi impresa che vuole durare e generare valore di lungo termine”, e migliorare i propri profitti.
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In copertina: immagine Envato
