
Il primo carattere cinese che ho imparato a scrivere è stato tiān 天, cielo. Probabilmente perché è semplice da ricordare. È composto dal carattere dà 大 (grande), che rappresenta una persona con le braccia aperte, e da una linea che indica la volta celeste. Una grande persona sovrastata dal cielo: mi ha sempre fatto pensare all’epitaffio di Kant, “la legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me”.
Con le parole del filosofo tedesco, il carattere 天, nella sua splendida sintesi visiva, ha in comune la qualità morale che gli viene attribuita nella cultura cinese, dove ricorre in diversi concetti cardine. Come tiānxià 天下, che vuol dire letteralmente “sotto il cielo”, o anche “tutto ciò che sta sotto il cielo”, cioè il mondo. Elaborato tremila anni fa sotto la dinastia Zhou, il tiānxià è un sistema di pensiero che considera il mondo nella sua interezza come soggetto politico, mirando a integrare i popoli in nome della “grande armonia” confuciana (dàtóng 大同). Ma se allora era la forza centripeta del Celeste Impero a rendere infruttuosa qualsiasi strategia di conflitto, oggi il principio del tiānxià potrebbe offrirci una chiave per immaginare un futuro ordine mondiale multipolare fondato sulla coesistenza. È quello che sostiene Zhao Tingyang, filosofo ancora troppo poco letto al di fuori della Cina, che da una ventina d’anni ha attualizzato e reintrodotto l’antico concetto nel discorso politico e geopolitico contemporaneo.
Superando gli interessi degli Stati-nazione, nella visione di Zhao il progetto del tiānxià oppone alla globalizzazione realizzata da una cultura dominante (quella occidentale, e nella fattispecie americana), una “mondializzazione”, cioè un processo orizzontale di interscambio che non presupponga il primato di un sistema – né democratico né autoritario, né liberale né comunista, né occidentale né orientale – ma che invece prenda il meglio da tutti. Zhao fa l’esempio dei diritti umani, un tema molto sponsorizzato dalle democrazie occidentali e spesso purtroppo usato come baluardo per condurre guerre sante: “Nella filosofia tradizionale cinese non esiste il concetto di diritti umani, ma è stato sviluppato quello dei doveri umani”, di cui invece da noi si parla poco. Presi insieme, i due concetti possono costituire il miglior completamento l’uno dell’altro.
L’idea di fondo è dunque di andare verso “un sistema ibrido che combini i vantaggi di più sistemi, cioè che metta insieme, in reciproco equilibrio, democrazia, libertà, giustizia, responsabilità ed efficienza”. È una sintesi da augurarsi davvero, soprattutto in un momento storico in cui il mondo sembra sopraffatto dall’entropia, e in cui i problemi – crisi climatica, economica, umanitaria – assumono sempre più una dimensione globale. Ma per arrivarci occorre un processo “costruito sull’apprendimento reciproco”.
Su questo numero di Materia siamo allora partiti da qui, dall’apprendimento e dalla reciprocità, lasciando il più possibile che fosse la Cina (i suoi intellettuali, attivisti, giornalisti) a parlare della Cina, e ascoltando, affascinati, quello che ha da dire. Nella consapevolezza che non solo siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma pure, come scriveva Confucio, che “tutto sotto il cielo appartiene a tutti”, a chi è vivo oggi e a chi vivrà domani. E, a proposito, in cinese anche la parola “domani”, míngtiān, contiene il “cielo”, affiancato da un altro meraviglioso carattere: míng 明, luminoso.
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In copertina: l’alba sulle terrazze di riso nello Yunyang, nella provincia dello Yunnan, foto di Martino Cipriani
