In un magazzino ci sono diecimila scatole con la scritta "imballaggio ecologico". Da quando quella formula generica non è più consentita, il loro destino si gioca su tre possibilità: il macero, un adesivo che copra la dicitura, una nuova lastra di stampa per le produzioni successive. "Alternative non ce ne sono", riassume Andrea Mecarozzi, presidente dell'Associazione italiana scatolifici.
Una scelta in apparenza banale porta con sé diverse questioni. La prima riguarda le confezioni prodotte prima del cambio di regole, che rischiano di essere distrutte senza essere mai state usate. Poi c'è il materiale aggiunto da ogni correzione, e la ripartizione dei costi lungo una catena in cui la stessa dicitura passa dal fornitore al marchio fino alla grande distribuzione. Infine, contano i tempi: le indicazioni operative arrivano spesso a ridosso delle scadenze, mentre altre modifiche sono già in calendario.
In Italia il mercato del packaging vale oltre 50 miliardi di euro. Il caso nasce dalla direttiva europea contro il greenwashing, nota come EmpCO, che vieta le affermazioni ambientali generiche e non dimostrate anche sugli imballaggi. È stata recepita con il Decreto legislativo 30/2026 e prevede sanzioni fino a 10 milioni di euro, in base al quadro sanzionatorio. La direttiva si aggiunge a un settore che da agosto applica il regolamento europeo su imballaggi e rifiuti di imballaggio (PPWR), e che entro pochi anni dovrà adottare una nuova etichetta comune. Sono tre interventi diversi sulla stessa superficie, quella che il consumatore legge.
Scorte, adesivi e nuove etichette
Sulle confezioni già prodotte la direttiva non prevedeva alcun periodo di esaurimento. Le indicazioni su come gestirle sono arrivate a giugno 2026, con il Common understanding della rete europea delle autorità per la tutela dei consumatori (CPC). Il documento consente di evitare la distruzione o il richiamo dei prodotti quando comporterebbero costi eccessivi o danni ambientali inutili. Permette inoltre di valutare caso per caso i cicli del packaging, la durata dei prodotti e gli ordini già effettuati. Alle imprese chiede passi tempestivi e in buona fede: aggiornare le dichiarazioni online, adattare le confezioni future e, dove possibile, fornire informazioni correttive nel punto vendita. In Italia la vigilanza spetta all'AGCM, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato.
Lungo la catena di fornitura l'adeguamento è arrivato all'ultimo momento. "Ho visto rappresentanti della grande distribuzione inviare richieste di modifica del packaging a quattro o cinque giorni dall'entrata in vigore, per eliminare dichiarazioni ambientali", racconta l'avvocato Elio Enrico Palumbieri, esperto in diritto agroalimentare, che assiste aziende produttrici del food. Le più esposte sono quelle che producono a marchio del distributore, perché i contratti attribuiscono loro la responsabilità delle informazioni in etichetta. Molte, aggiunge, avevano accumulato grandi quantità di film per timore di problemi di approvvigionamento legati alla situazione geopolitica.
Le alternative alla distruzione non valgono per tutti. Secondo il legale, all'impresa conviene dimostrare di conoscere il problema e di avere un piano per risolverlo. "Con un prodotto come la pasta fresca, che ha una durata molto breve, lo smaltimento accelerato non è praticabile: le vendite non aumentano da un giorno all'altro." Nella sua esperienza il grosso delle correzioni ha riguardato siti e social network più che le confezioni. Un testo online si riscrive senza produrre scarti; una scatola stampata, invece, no.
Il film acquistato in questi mesi rischia inoltre di avere vita breve. Oggi gli imballaggi venduti in Italia riportano l'etichettatura ambientale nazionale per la raccolta differenziata. L'articolo 12 del PPWR la sostituirà con un'etichetta europea a pittogrammi sulla composizione dei materiali. Sarà obbligatoria dal 12 agosto 2028, oppure due anni dopo l'atto con cui la Commissione ne definirà il formato, se arriverà più tardi. Quell'atto era previsto entro agosto 2026; ad aprile CONAI lo indicava ancora in attesa, e alla data delle interviste condotte per questo articolo non era ancora stato pubblicato.
"Con l'etichetta armonizzata, almeno nell'alimentare, le confezioni andranno riviste di nuovo", osserva Palumbieri. A questo si aggiunge il lavoro documentale. Per ogni referenza il regolamento chiede le informazioni di conformità di ciascun componente, dal cartone personalizzato al nastro adesivo. Per un'azienda che lavora con 40 o 50 marchi del distributore significa costruire altrettanti fascicoli tecnici.
La personalizzazione moltiplica i volumi coinvolti. Nel cartone ondulato le imprese trasformatrici sono oltre 300 PMI, a fronte di 40-45 gruppi integrati, secondo l'associazione di categoria, e ognuna produce centinaia di modelli per clienti diversi. "Se una linea di scatole per la pasta conta 30 modelli con la stessa dicitura, sono 30 nuovi impianti di stampa da rifare, ognuno con un costo tra i mille e i tremila euro", spiega Mecarozzi. "A questo si aggiunge l'impatto sul magazzino: con diecimila pezzi giacenti per modello, le confezioni da etichettare a mano o mandare al macero diventano 300.000."
In Italia il cartone ha un tasso di riciclo elevato: nel 2025 ha raggiunto il 93,1% degli imballaggi cellulosici, oltre l'obiettivo europeo dell'85% fissato al 2030, secondo il 31° Rapporto Comieco. Una scatola mandata al macero, però, torna in cartiera senza essere mai stata usata. Nel frattempo ha consumato energia, acqua e trasporti, e le sue fibre, riciclabili un numero limitato di volte, hanno perso un ciclo. L'adesivo correttivo evita questo spreco, ma aggiunge materiale a un imballaggio che in alcuni casi diventa più difficile da riciclare.
Le diciture vietate non sono comparse sulle confezioni per caso. Lo stesso Mecarozzi riconosce che per anni le scritte ecologiche generiche sono state usate senza verificarne il significato, a volte anche dai produttori di imballaggi per promuovere il proprio prodotto. Come alternativa indica le certificazioni già esistenti, come le catene di custodia FSC e PEFC, che tracciano la fibra dalla foresta al riciclo. Il costo della correzione, tuttavia, segue spesso i rapporti di forza: quando un grande cliente rinuncia a scorte custodite da un piccolo fornitore, la spesa ricade su quest'ultimo.
Il valore che il mercato non riconosce
Per Flavio Ceravolo, docente di sociologia generale all'Università di Pavia e direttore scientifico della Fondazione PackInPro, gli scarti di questi mesi dipendono anche da come vengono costruite le regole. "Una norma viene proposta, annunciata, definita, e al momento dell'applicazione spesso viene rinviata. Le grandi imprese hanno una rappresentanza in grado di negoziare tempi e contenuti, i piccoli operatori raramente ce l'hanno." Nell'incertezza, osserva, si sceglie la massima prudenza. "Se non so come verrò valutato, faccio più di quanto richiesto, nei limiti delle mie possibilità. L'overstickering è una pratica di difesa." Anche le soluzioni strutturali hanno un costo. Una testina di stampa installata sulla linea per aggiungere un'informazione va ripensata se, dopo due anni, le informazioni richieste cambiano.
Il docente distingue tre situazioni. C'è chi produceva già in modo corretto e deve solo cambiare una scritta. C'è chi era quasi in regola, con imballaggi di impatto simile a quello richiesto ma non allineati su alcuni parametri. In questo caso le scorte di prodotto finito sono limitate, perché la produzione è sempre più just in time, ma restano le bobine di materia prima già acquistate, ed è qui che il rischio di generare rifiuti è più alto. Infine, c'è chi dichiarava qualità ambientali che non aveva, e allora la norma svolge una funzione di pulizia.
A chi sta nel mezzo serve un sostegno. "Le piccole imprese hanno bisogno di accompagnamento: strumenti precompetitivi, costruiti insieme, che le aiutino a capire come produrre in modo più sostenibile e come dimostrarlo." Chi applicherà le sanzioni, auspica, dovrebbe valutare anche il percorso avviato dalle imprese, oltre al risultato.
Il nodo principale, secondo Ceravolo, resta però il mercato. "Quanti consumatori sanno che cosa sono EmpCO e PPWR?" Porta l'esempio della carbonella: esistono impianti che la producono con criteri rigorosi, ma il consumatore non è disposto a pagarla di più. "Se il mercato non riconosce il valore di questi passi avanti, non se ne esce. La norma diventa l'ennesimo obbligo, che le imprese rispetteranno ai minimi termini." Per cambiare direzione, conclude, il costo della sostenibilità deve entrare nel modo in cui si produce e si acquista. Questo passa dall'educazione dei consumatori e da una trasparenza che coinvolga imprese, istituzioni e cittadini.
In copertina: immagine Envato
