Quanto è difficile – e noioso – invertire la rotta del riscaldamento globale. Una volta spenti i riflettori delle grandi conferenze del clima, il lavoro dietro le quinte è roba da nerd: numeri, tabelle, analisi, testi in giuridichese, e poi numeri e ancora numeri. Ma persino le cifre spesso non si parlano. Impossibile? Vediamo.

Linguaggio universale

La tecnologia ha i propri cicli, che di solito cominciano con una guerra di formati. Chi ha qualche anno di più ricorda quella tra VHS e Betamax, vinta dal primo. Anche Mac e Windows si sono guardati in cagnesco per anni: incompatibilità oggi in buona parte accantonata in virtù della coesistenza, ma di cui si vedono ancora bene tracce nel mondo dei cellulari e dei gadget.

I dati non fanno eccezione. La matematica non è un’opinione; la statistica, invece, sì. E per questo c’è bisogno di mettersi d’accordo su cosa misurare, come farlo, e come registrarlo. Non basta raccogliere dati: in anni di digitalizzazione sempre più spinta, bisogna sforzarsi di farli parlare tra loro.

Il tema sta diventando centrale. Diverse sono le iniziative interessanti al riguardo. Tra le ultime in ordine di apparizione, l’IFCMA (Inclusive forum on carbon mitigation approaches). Gemmata dall’OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo) tre anni fa, l’idea è quella di aiutare a ottimizzare l’impatto delle politiche per la riduzione delle emissioni serra migliorando la condivisione di dati e informazioni.

Via le scuse

“Quello che non si può misurare non si può migliorare”, recita un adagio caro agli ingegneri. Ma le informazioni devono essere lavorabili in maniera rapida ed efficiente. In caso contrario, perdono ogni utilità.

Non è sempre un caso. C’è chi se ne approfitta: governi, cioè, che sfruttano la mancanza di “interoperabilità” – questo il termine tecnico – per ritardare l’implementazione degli impegni che hanno assunto. Se chi ci legge sta pensando che quanto detto ricorda tristemente lo studente che non ha fatto i compiti e nasconde la verità alla professoressa, possiamo confermare: è proprio così. Nessuno può controllare i progressi, veri o presunti, di fronte a cifre confuse e disorganiche, con gaudio dei furbi e buona pace dell’ambiente.

Ma non è tutto. Standard differenti e disomogenei introducono complicazioni costose da affrontare, talvolta irrisolvibili per le aziende che devono rendicontare. Soprattutto quelle piccole, che non dispongono di uffici e personale ad hoc, e spesso si lamentano del carico buroratico della transizione. Uniformando le richieste, i costi “potrebbero scendere per le imprese, migliorando la trasparenza ed evitando la frammentazione delle catene di fornitura”, dice un portavoce dell’IFCMA rispondendo a Materia Rinnovabile.

L’ultima nata in casa IFCMA è la Climate Policy Dashboard, che riporta in forma grafica e facilmente accessibile quanto si sa sulle politiche climatiche in atto nei vari paesi. “L’intento primario del climate policy database è quello di ispirare l’attività legislativa e le discussioni sulle politiche”, spiega l’organizzazione. Creare illustrazioni facili da comprendere rende tutto più semplice: perché non sempre i decisori possiedono la preparazione tecnica per interpretare i complicati file Excel che descrivono le emissioni serra. E, se ce l’hanno, a mancare è il tempo.

Ma quanto è difficile arrivare a un lavoro del genere? Le sfide principali per mettere assieme un database organizzato sono due. Innanzitutto, prosegue il portavoce, “si tratta di creare una struttura per l’organizzazione coerente del materiale. In secondo luogo, bisogna dare vita a un processo di raccolta, gestione e validazione dei dati efficace ed efficiente”.

Il tentativo dell’IFCMA, viene spiegato, innanzitutto è quello di fare ordine, creando una chiara tipologia degli strumenti di policy impiegati. “Ci si è basati sulla letteratura esistente, che ha consentito di raggrupparli in categorie dotate di senso”, riprende l’organizzazione. In seguito, è stata delineata una struttura dei dati comprensiva e in grado di descrivere sistematicamente gli strumenti impiegati nelle politiche climatiche sulla base dei loro diversi attributi.  

La fonte utilizzata, precisa l’IFCMA, “sono i database già esistenti dell’OCSE, e la sua expertise, assieme a quella di altri processi in corso come l’Enhanced transparency network sotto l’accordo di Parigi e il Policy measures database della European Environmental Agency. Ma, a differenza di altri database, non sono i singoli paesi a riportare da sé i dati, né il nostro è stato solo un lavoro di scrivania. Nell’ultimo anno, piuttosto, l’OCSE ha lavorato a stretto contatto con gli stati coinvolti per confermare i dettagli e la qualità di ogni strumento validato di  policy descritto nel climate database”.

I pattern che emergono

Nella prima edizione del Climate Policy Report (2025) sono state raccolte 43 tipologie di strumenti di policy: altri si aggiungeranno nelle prossime. Alcuni pattern sono già emersi. Abbiamo chiesto all’IFCMA di spiegarli: “Primo: le politiche di mitigazione sono diffuse in tutti i paesi analizzati. Ogni membro dell’IFCMA ha adottato, in media, 19 differenti tipologie di strumenti di policy,  che si esplicitano in circa 1.600 interventi singoli”. Sono gli interventi regolatori a dominare il mix con il 54% del totale, seguiti da quelli economici e di informazione. “Gli approcci alle policy climatiche sono parecchio eterogenei, e riflettono le differenze nelle capacità istituzionali, organizzative e nelle politiche economiche interne”, prosegue l’organizzazione. “La diversità è anche maggiore di quanto ci si aspettasse, e, se da un lato giustifica analisi ulteriori, dall’altro fornisce già una base per imparare dagli altri.” Allo stesso tempo, però, i punti di convergenza sono definiti “evidenti”.

Le cinque politiche più adottate tra i membri dell’IFCMA, spiegano i ricercatori, sono “innanzitutto limiti di velocità sulle autostrade e incentivi fiscali per le imprese. Seguono, poi, le accise sui carburanti e le etichette energetiche su prodotti e apparecchiature. Quindi è la volta degli standard minimi di performance energetica per l’illuminazione e gli apparecchi elettrici, i cosiddetti MEPS, minimun energy performance standards.

L’IFCMA fa, quindi, un’osservazione interessante: “Molte delle politiche adottate sono rilevanti per l’impatto che hanno sul clima anche se non è questo il loro obiettivo primario”, affermano gli analisti. “Strumenti come i limiti di velocità o le accise sui carburanti sono spesso introdotti per mere ragioni fiscali, di sicurezza dei conducenti o di energetica, ma, nonostante questo, possono condurre a riduzioni rilevanti delle emissioni”. E di conseguenza vanno conteggiati nel totale.  

Molte politiche mettono nel mirino il settore delle costruzioni (43%), seguito dai trasporti (29%), dall’industria energetica (17%) e manifatturiera (9%) oltre che da quella dei rifiiuti (1%). Altro dato interessante: la distribuzione per settore non è necessariamente allineata con il profilo delle emissioni. Significa che non sempre si prendono di mira i settori dove le emissioni sono più alte. Il fatto merita una riflessione, “ma sottolinea il ruolo critico di una mappatura completa delle emissioni serra per allineare meglio lo sforzo politico con le priorità della mitigazione”.

Secondo l’analisi, le differenze regionali sono pronunciate: l’Europa occidentale, per esempio, mette al centro dell’azione “una quota relativamente grande di strumenti rivolti all’industria energetica (20%), mentre l’America Latina e i Caraibi si concentrano di più sui trasporti (36%)”.

Infine, ed è un punto chiave, “nonostante la teoria economica prediliga strumenti basati sul mercato ritenendoli più efficaci sul piano dei costi, in realtà i paesi si affidano prevalentemente a strumenti regolatori. Questo scostamento dalle raccomandazioni standard della teoria economica potrebbe essere indagato in maniera più approfondita, per comprendere se riflette limiti nell’ambito delle capacità [dei governi, ndr], considerazioni di politica economica o se, piuttosto, gli strumenti regolatori sono percepiti come più affidabili o politicamente preferibili per raggiungere praticamente gli obiettivi di mitigazione”.

Gli altri strumenti per analizzare i dati sul clima

Esistono altri strumenti messi a disposizione dall’OCSE. Policymaker, giornalisti, ricercatori e semplici curiosi possono consultare  gli Environment at a glance indicators, una serie di analisi su temi ambientali chiave suddivise per paese. Dal cambiamento climatico alla qualità dell’aria, dalle risorse idriche all’economia circolare, il parco degli indicatori è ricco e forte dell’esperienza  dell’organizzazione e di quarant’anni di raccolta di dati. Le tabelle sono navigabili e scaricabili, così come i dataset.

La Climate Action Dashboard raccoglie, invece, un’altra serie di informazioni, questa volta per tracciare i progressi nell’azione climatica. Si può, per esempio, scoprire a colpo d’occhio quanti paesi hanno promesso di azzerare le emissioni nette (113 ad agosto 2025, di cui 96 si sono dati il termine del 2050), e che percentuale delle emissioni globali coprono (88%). Ma si può anche facilmente rendersi conto che solo trenta paesi (e l’Unione Europea) hanno tradotto queste promesse in leggi. 

A livello italiano, interessante è il cruscotto del centro studi Italy for Climate, che rende in forma grafica molti utili dati sulle emissioni in Italia. Si chiama Atena e, scorrendo le pagine, si scopre, per esempio, che il settore industriale è quello che ha ridotto di più le emissioni dal 1990, dimezzandole. Insomma, è quello che ha contribuito in maniera sostaziale alla decarbonizzazione del paese, soprattutto perché preso di mira da leggi e regolamenti. Maglia nera per quello dei trasporti, che, al contrario, le ha addirittura aumentate. L’inquinamento serra è una questione innanzitutto delle corporation, ma nella mobilità le scelte individuali hanno un peso. Nessuno può chiamarsi fuori.

 

In copertina: immagine Envato