La regione Veneto rappresenta oggi il caso più emblematico e studiato d’Europa in materia di contaminazione da PFAS. È qui che, negli ultimi anni, si è sviluppata la cosiddetta zona rossa, un’area in cui la presenza di queste sostanze nelle acque potabili ha raggiunto livelli tali da richiedere interventi straordinari di monitoraggio, bonifica e tutela sanitaria.
Proprio l’esperienza veneta – unica per ampiezza, durata e quantità di dati raccolti – ha spinto la regione a sollecitare lo stato affinché venissero definiti limiti più severi e un quadro normativo più stringente. Questo percorso ha contribuito in modo significativo alla definizione del Decreto legislativo 102/2025, entrato in vigore il 13 gennaio e che introduce un sistema di protezione molto più rigoroso contro la presenza di PFAS nell’acqua potabile.
In questo contesto, il contributo di ARPAV, L’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, è particolarmente rilevante. Materia Rinnovabile ha contattato l’agenzia per comprendere meglio l’evoluzione del fenomeno, le criticità riscontrate e le strategie di controllo adottate nel territorio veneto.
Perché questo aggiornamento è cruciale per il nostro paese e cosa rappresenta la data del 13 gennaio?
Si tratta di un passaggio di grande rilievo, perché recepisce a livello europeo – almeno in parte – le istanze portate avanti con determinazione dalla regione Veneto, che si è trovata suo malgrado in prima linea nella gestione dell’emergenza PFAS causata dall’inquinamento riconducibile alla ditta Miteni di Trissino, un’azienda chimica attiva dal 1965, specializzata nella produzione di composti fluorurati e PFAS destinati a settori come tessile fallita nel 2018, lasciando un sito altamente compromesso. Non rappresenta ancora il traguardo finale, ovvero l’eliminazione totale o quasi totale dell’uso di queste sostanze. Finché i PFAS continueranno a essere impiegati in un’ampia gamma di prodotti, anche di uso quotidiano, esisterà infatti la possibilità che vengano dispersi nell’ambiente. Tuttavia, questo intervento normativo costituisce un passo avanti significativo, che segna un cambiamento concreto nella direzione di una maggiore tutela ambientale e sanitaria
Come avvengono i controlli?
Il Sistema nazionale protezione ambiente (SNPA) raggruppa tutte le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente coordinate da ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Ciascuna agenzia opera i suoi controlli seguendo apposite linee guida nazionali. Tali linee guida vengono prodotte da appositi tavoli tecnici ai quali partecipano le stesse agenzie. Ovviamente, in ragione delle specifiche territoriali, organizzative (ciascuna agenzia ha una propria legge istitutiva), nonché delle capacità ed esperienze, le diverse agenzie dispongono di diversi know-how. Per esempio ARPAV è agenzia leader a livello nazionale e non solo per le determinazioni analitiche dei PFAS. Il sistema SNPA rappresenta anche uno spazio di condivisione, in cui le diverse agenzie mettono a fattor comune le proprie competenze e collaborano attivamente. Non di rado intervengono a supporto reciproco su temi tecnici e altamente specialistici, rafforzando così la capacità complessiva del sistema di affrontare situazioni complesse e garantire un presidio uniforme sul territorio nazionale.
Le caratteristiche chimiche che rendono il TFA così persistente sono il motivo per cui è considerato un indicatore chiave dei PFAS emergenti ed è stato inserito nei piani europei di monitoraggio delle acque. Esistono oggi dati disponibili circa la diffusione del TFA nelle acque italiane?
Il TFA è stato classificato come sostanza persistente sulla base degli studi condotti a livello internazionale. Si tratta di un composto caratterizzato da legami chimici molto forti che sono difficilmente degradabili. Appartiene alla famiglia dei PFAS perché è un composto fluorocarbonico. È detto “a catena corta” perché contiene solo due atomi di carbonio. ARPAV attualmente non dispone di dati a livello nazionale ma il parametro è stato compreso nelle determinazioni che i nostri laboratori producono.
In copertina: foto di Flora Orosz, Unsplash
