
Pochi giorni dopo la rimozione delle quattro dighe sul Klamath, al confine tra California e Oregon, i salmoni argentati sono tornati a risalire il fiume, e trascorso un anno – dopo quasi un secolo – si sono spinti fino alle sorgenti. Nello stesso periodo, i giovani attivisti delle tribù Yurok percorrevano il corso d'acqua in canoa con studenti indigeni da tutto il mondo. Il messaggio era chiaro: restituire libertà ai fiumi è possibile.
In diverse altre parti del mondo, la rinaturalizzazione fluviale è entrata nell'agenda politica, trasformandosi sempre più spesso da battaglia ambientalista a realtà concreta. I benefici di un sistema fluviale funzionante sono evidenti: ecologici, paesaggistici, culturali, ma anche per la mitigazione del rischio alluvioni e la resilienza al cambiamento climatico.
Mentre in Europa, con la Nature Restoration Law, il ripristino è diventato obiettivo comune, ambiziosi programmi internazionali seguono la stessa scia. Ma la spinta si scontra con un’antropizzazione crescente e con un clima politico più ostile, proprio quando, in un pianeta sempre più caldo e instabile, queste pratiche diventano più urgenti.
Nessun ritorno all'Eden
Dire che i fiumi sono fonte di vita sarebbe un cliché, se non fosse ostinatamente vero. Nel mondo, però, solo un terzo dei grandi fiumi scorre libero, quasi solo nelle regioni remote dell’Artico e dell’Africa equatoriale. Altrove, la quasi totalità è interrotta da quasi un milione di sbarramenti, tra cui circa 60.000 grandi dighe. Gli ecosistemi d’acqua dolce sono i più danneggiati dalle attività umane, con un calo stimato dell’85% della fauna negli ultimi decenni.
In questo contesto, recuperare un certo grado di salute per i fiumi è una delle Nature-based Solutions più efficaci. Gli interventi sulla morfologia dei corsi d'acqua per restituire dinamiche naturali – libero scorrimento, trasporto dei sedimenti, riconnessioni tra i diversi rami e con gli affluenti – vanno di pari passo con il miglioramento della qualità dell’acqua e la protezione delle specie, dai corridoi ecologici agli scivoli per i pesci.
Ma fino a che punto si può “rinaturalizzare”? La risposta, spiega Andrea Goltara, direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (CIRF), dipende dal contesto. “Tornare a una situazione del tutto naturale, in Italia come nella maggior parte dei casi, è impossibile. Quello che si fa è ricostruire come sarebbe un fiume in assenza di pressioni umane, valutare la distanza da questo riferimento. Ci si dà quindi un obiettivo pragmatico, tenendo conto dei vincoli e valutando i benefici attesi in termini ecologici e di servizi ecosistemici, compresi quelli per le comunità, come la laminazione delle piene.”
Un simbolo potente
Abbattere una diga è un gesto insieme tecnico e simbolico. La mobilitazione contro le barriere trasversali è stata la matrice storica dei movimenti per i fiumi, tanto nei gruppi ambientalisti quanto nelle comunità più marginalizzate che da sempre subiscono gli impatti maggiori.
In Europa, uno dei riferimenti è Dam Removal Europe (DRE). Nato nel 2016 da sei organizzazioni e oggi forte di migliaia di attivisti, mette in contatto le comunità interessate alla rinaturalizzazione e fornisce agli operatori del settore il know-how necessario. “Assistiamo a una crescita consistente del numero di barriere rimosse, 9.000 negli ultimi anni, soprattutto nei paesi settentrionali, mentre l'Europa sudorientale è ancora indietro", spiega Foivos Mouchlianitis, biologo ed esponente di DRE. Molti interventi riguardano barriere piccole e obsolete, ma non mancano dighe medie e grandi, come quella sul Sélune in Francia o le quattro rimosse sul Danubio, che negli ultimi anni hanno permesso di ricreare un piccolo “delta interno” appena a valle di Bratislava.
Smantellare le barriere richiede valutazioni attente: sedimenti accumulati o acque stagnanti possono causare impatti temporanei; qualche volta le stesse dighe, frenando le specie invasive, hanno persino funzioni positive. Casi come il Klamath, dove i danni contenuti e il recupero sorprendentemente rapido mostrano che con analisi accurate la strada è percorribile.
Connettività su diverse scale
La libertà di un fiume non riguarda solo la lunghezza: ripristinare la connettività laterale rimuovendo o spostando gli argini più lontani dall'asta fluviale è altrettanto cruciale. Quando un fiume è libero di espandersi, tornano a prosperare boschi umidi e habitat tipici delle pianure alluvionali. La connettività laterale, laminando le piene, è anche una misura di sicurezza, ma è spesso difficile da attuare perché richiede spazio, oggi spesso occupato dall’agricoltura, e impone di ripensare l’uso del territorio.
All’estremo opposto della scala, soprattutto in città, prevalgono gli stombamenti, o deculverting. La riapertura di tratti intubati o coperti migliora ecologia e qualità della vita. Il caso più celebre è il Cheonggyecheon, a Seoul, riportato alla luce vent'anni fa dopo decenni sotto un'autostrada. Pur essendo più vicino alla riqualificazione urbana che a un ripristino ecologico, le ricadute sulla biodiversità e sulla vivibilità dell'area sono evidenti. “Lo stombamento è efficace anche per ridurre il rischio idraulico: elimina colli di bottiglia che generano disastri”, osserva Goltara.
Soluzioni di sistema
Sempre più spesso i progetti di ripristino vengono pensati a scala di bacino, con un approccio integrato alle diverse dinamiche del territorio. È il caso di MERLIN (Mainstreaming Ecological Restoration of freshwater-related ecosystems in a Landscape context: INnovation, upscaling and transformation), grande programma UE che lavora su tratti fluviali e aree umide rappresentativi, tra cui otto siti sul Danubio tra Austria e Romania. L’obiettivo è rendere la rinaturalizzazione più diffusa e strutturale, sulla scia di esempi come i Paesi Bassi, dove sul Reno la riconnessione laterale ha ridotto drasticamente il rischio di alluvioni.
MERLIN punta a coinvolgere settori tradizionalmente scettici, come agricoltura e navigazione fluviale. “Le Nature-based Solutions sono un vantaggio per tutti: aumentano la resilienza climatica e portano benefici diretti ai comparti che dipendono dall’acqua”, spiega l'ecologo Sebastian Birk, coordinatore del progetto. Ma molti attori faticano a investire in misure i cui benefici emergono lentamente: “Non dopo un anno, ma dopo cinque, e spesso solo in parte. Inoltre, quasi sempre, i finanziamenti per i progetti non contemplano un monitoraggio post-intervento che darebbe dati più certi e incoraggianti”.
Tutti d'accordo, ma solo sulla carta
Nonostante le difficoltà, lentamente, la riqualificazione fluviale è ormai nell'agenda politica. In Europa, la Nature Restoration Law punta a rimuovere barriere, recuperare piane alluvionali e riportare in buone condizioni almeno 25.000 chilometri di fiumi entro il 2030. A livello globale, la Freshwater Challenge (300.000 chilometri entro il 2030), con 54 paesi aderenti, rappresenta forse la più grande iniziativa di ripristino della storia.
Il quadro complessivo, però, è tutt'altro che roseo. Spesso, gli stessi paesi che promuovono ambiziosi progetti di riqualificazione costruiscono nuove barriere e sono soggetti a urbanizzazione incontrollata, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.
“Iniziative come la Nature Restoration Law sono un’occasione epocale, ma le resistenze politiche sono fortissime”, avverte Goltara. L’Italia è particolarmente indietro: l’unico intervento su vasta scala è quello del Po, finanziato dal PNRR, “positivo ma poco ambizioso”. Le difficoltà derivano anche da un’eredità pesante: negli anni Sessanta e Settanta lo spazio intorno ai fiumi è stato ceduto a poco prezzo, rendendo oggi costoso e complesso riacquistarlo.
Eppure, conclude Goltara, molto si potrebbe fare: in Italia e nel mondo molti conflitti sono “artificiali”, frutto della scarsa comprensione dei processi naturali. “Serve fare cultura: spiegare come funzionano davvero i fiumi, così che le comunità chiedano soluzioni diverse dal ritorno al passato che una parte della politica continua a proporre.”
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In copertina: il Danubio a Budapest, immagine Envato
