Mentre nel mondo sembrano moltiplicarsi i conflitti, il design prova a portare la “pace” dentro i parametri con cui si misura la sostenibilità d’impresa. È questa la tesi al centro di un’analisi realizzata da Trending Peace su un campione di 20 aziende del settore, che propone di estendere i criteri ESG aggiungendo una quarta dimensione, la “P” di pace.

Il report, diffuso in esclusiva a Materia Rinnovabile in concomitanza con la Milano Design Week 2026, parte da un presupposto: stabilità, qualità delle relazioni e capacità di gestire il conflitto non sono solo fattori organizzativi, ma possono incidere direttamente su performance economiche e posizionamento industriale.

Nel modello sviluppato dalla startup, la pace non coincide con l’assenza di guerra ma con una condizione strutturale dell’impresa, che attraversa governance, lavoro e filiera. L’obiettivo è trasformarla in una variabile misurabile, integrabile nei sistemi di valutazione e capace di affiancare ambiente, sociale e governance nella lettura della competitività aziendale. Tra le aziende analizzate dalla startup vi sono molti dei campioni del design italiano, come B&B Italia, Cassina, Kartell, Poltrona Frau, Poliform, Molteni&C, Zanotta, Minotti, Flos, Artemide, Natuzzi, Scavolini, Arper, Cappellini ed Edra.

Dalla teoria alla misurazione pratica

“La ‘P’ di pace ha bisogno di essere esplicitata oggi nel framework ESG. Ciò che contribuisce alla costruzione della pace oggi è in parte presente, ma va integrato con nuovi KPI per dare tridimensionalità alla dimensione pace”, spiega a Materia Rinnovabile Raffaella Lebano, co-founder di Trending Peace. “È questo il tempo di aggiungere la ‘P’ di pace, riconoscendo che i conflitti hanno impatti diretti su economia, crescita e opportunità future”.

La parte più ambiziosa risiede nel tentativo di spostare la pace dal piano del linguaggio a quello dei numeri. Trending Peace sostiene che l’impresa possa essere letta come un sistema in cui coerenza organizzativa, fluidità decisionale, qualità delle relazioni e gestione delle frizioni hanno un impatto anche economico. Nel report questo passaggio viene sostenuto attraverso il TP Index, uno strumento proprietario costruito su tre ambiti, 9 categorie, 45 tematiche e 166 indici, pensato per mettere in relazione performance aziendali, contesto socioeconomico e geopolitico e impatti generati direttamente dall’impresa.

La logica è che la pace non sia un elemento decorativo del racconto corporate, ma una chiave per leggere continuità operativa, attrattività, gestione del rischio e capacità di pianificazione. “La pace di cui parliamo è costruzione di valore nel tempo (non coincide quindi con la sola assenza di guerra) e le aziende sono attori attivi di questo processo; generando impatto positivo nei contesti in cui operano, essendo parte integrante dell'ecosistema coinvolto”, dice ancora Lebano.

La pace come strumento operativo

“Il TP Index ha trasformato l’impianto teorico in uno strumento operativo: la pace è misurabile e integrabile nelle strategie aziendali. La misurazione attraversa l’azienda e si riflette direttamente nei risultati economici, con variabili qualitative e indicatori economico-finanziari che hanno impatto direttamente su driver di performance: costi, attraverso inefficienze, conflittualità e turnover; produttività, tramite qualità relazionale e fluidità decisionale; rischio, legato a instabilità interna ed esterna; marginalità, grazie alla continuità operativa e alla capacità di pianificazione”, sottolinea Lebano.

Perché per generare pace “è necessario che l’azienda sia solida. Quindi, la pace è una dimensione trasversale che consente di leggere in modo integrato un’organizzazione e le permette di creare valore”, prosegue. Sullo sfondo c’è un contesto più ampio che il report richiama esplicitamente: il costo economico globale della violenza è indicato in 19.100 miliardi di dollari nel 2023, pari al 13,5% del PIL mondiale. In questa prospettiva i conflitti non restano un tema esterno all’impresa, ma entrano nella valutazione di mercati, filiere e territori.

Il caso design tra lavoro, filiera e durata

L’applicazione al design italiano serve proprio a verificare se questo schema regge in un comparto che, per caratteristiche produttive e posizionamento, intreccia manifattura, reputazione, filiera e valore di lungo periodo. Secondo la simulazione di Trending Peace, le 20 aziende osservate mostrano nel complesso uno stato di salute positivo, con una media di 6,5 su 10, accompagnata da basso indebitamento e buona redditività. I punteggi più alti arrivano sulle tutele del lavoro, pari a 8,5 su 10, e sulla salute e sicurezza, a 7,1 su 10. È qui che il discorso sulla pace prova a uscire dall’astrazione.

Per la startup, infatti, il design presenta già alcune caratteristiche che possono essere lette come condizioni di “pace positiva”: attenzione alla qualità del lavoro, tenuta organizzativa, centralità della filiera e valore attribuito alla durata dei prodotti. “In concreto, le aziende possono intervenire su tre livelli”, osserva Lebano. “Il primo è interno. Le condizioni di lavoro: tutela degli artigiani e dei dipendenti, sicurezza, stabilità e riconoscimento del contributo delle persone. Un ambiente più equilibrato e meno conflittuale si traduce direttamente in maggiore cura, precisione e qualità nel prodotto.”

Il secondo livello riguarda “la filiera. Qui la differenza si gioca sulla trasparenza: scegliere fornitori non solo per il prezzo, ma per come lavorano e per l’impatto che generano nei territori. Rendere visibili i processi, tracciare le scelte, raccontare il valore lungo tutta la catena”, ricorda. Il terzo, nel caso del design, “riguarda il prodotto. Nel design, creare oggetti pensati per durare non è solo una scelta progettuale: è una posizione. Significa ridurre lo spreco, ma anche ridefinire il rapporto tra azienda, prodotto e consumatore, spostandolo dal consumo al valore. Elementi presenti nel settore, ma che, con intenzionalità e tempo, possono diventare leva di posizionamento e competitività”.

Allargare l’analisi a nuovi settori

Quella proposta da Trending Peace resta, per ora, una prima lettura del comparto. Il campione non è costruito con criteri statistici in senso stretto, ma selezionato tra le aziende con maggiore fatturato e quelle più riconoscibili nel definire il profilo del design italiano. “Abbiamo scelto di partire da una mappatura delle aziende italiane, costruita attraverso simulazioni basate su dati pubblicamente disponibili fatte con l’AI che permea e ottimizza i nostri processi. L’obiettivo? Osservare il livello di consapevolezza e di integrazione della dimensione della pace in Italia”, spiega Lebano. “Nel caso del design, il campione è stato selezionato guardando alle aziende con il fatturato più elevato, quindi in grado di incidere concretamente sul sistema, e a quelle più riconoscibili, che contribuiscono a definire l’identità e il posizionamento del design italiano nel mondo”.

Il modello integra performance aziendali, contesto socioeconomico e impatti generati dall’impresa, mettendoli in relazione in un unico indice. “Il sistema di scoring è stato progettato per integrare dimensioni diverse − in parte già presenti in altre metriche − in un unico indice sintetico, lette attraverso la lente della pace positiva. Nello score si valutano: le performance aziendali, il contesto socioeconomico e geopolitico in cui l’azienda opera e le azioni e gli impatti diretti generati dall’impresa. Questi elementi non vengono considerati separatamente, ma messi in relazione e pesati tra loro”.

La natura del lavoro resta però esplorativa e l’obiettivo è estendere progressivamente l’analisi ad altri settori produttivi. Questa simulazione, conclude Lebano, “rappresenta un primo livello di lettura del settore. La misurazione completa avviene lavorando insieme alle aziende e trasformando l’analisi in uno strumento operativo e decisionale”.

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In copertina: courtesy of Salone Internazionale del Mobile, Fiera Milano, Rho, Kartell, Salone del Mobile.Milano 2026 ©Saverio Lombardi Vallauri