Secondo l’UN Trade & Development, tra il 1995 e il 2020 il settore economico legato alle attività marittime è cresciuto 2,5 volte, una velocità doppia rispetto a quella dell’economia globale. Nel 2023, il commercio legato alle attività marittime ha raggiunto 2,2 migliaia di miliardi di dollari, circa il 7% del commercio mondiale. Ma già da tempo la comunità scientifica ha messo in allarme su questa Blue Acceleration, una corsa per estrarre cibo e materiali e occupare lo spazio marittimo che avviene con una velocità e con una intensità che non hanno precedenti e che al momento non è né sostenibile né equa.
Questa rapida espansione delle industrie marittime avviene infatti di pari passo con il concentrarsi dei benefici nelle mani di pochi attori, mentre gli oneri del loro sviluppo (inquinamento, accesso limitato alle risorse e alle aree protette, impatto sul clima) ricadono sulle comunità locali, le comunità indigene, le donne e i piccoli pescatori, che spesso non sono inclusi nei processi decisionali.
Un articolo scientifico pubblicato il 5 febbraio sulla rivista Nature, propone un nuovo quadro di riferimento per promuove equità nelle iniziative, nei progetti e nelle politiche relative all’oceano. Si chiama Ocean Equity Index e utilizza 12 criteri per valutare in modo trasparente e standardizzato se le attività marittime rispettano tre aspetti della cosiddetta “ocean equity”.
I tre ambiti interconnessi della ocean equity
Il primo aspetto preso in considerazione dal nuovo indice riguarda il rispetto e la promozione dei diritti e dei diversi sistemi di conoscenza, valori e istituzioni di tutti gli attori coinvolti (Recognitional equity). Il secondo verifica se durante il processo decisionale via sia l'opportunità per tutti gli attori coinvolti di partecipare in modo efficace alle decisioni relative alle iniziative oceaniche che li riguardano e la responsabilità di adempiere ai propri doveri (Procedural equity). Infine, il terzo aspetto prende in considerazione se via sia o meno una equa distribuzione dei danni e dei benefici associati alle iniziative oceaniche tra tutti gli attori coinvolti, comprese le generazioni attuali e future (Distributional equity).
“L'oceano svolge un ruolo cruciale per l'umanità, ma le disuguaglianze nelle attività legate all'oceano sono diffuse e in accelerazione", ha dichiarato Joachim Claudet, direttore di ricerca al CNRS e autore corrispondente dell'articolo. “In risposta a ciò, i governi e altre organizzazioni hanno recentemente assunto impegni senza precedenti per promuovere l'equità oceanica. Per sostenere la governance e la gestione, abbiamo sviluppato l'Ocean Equity Index (OEI), un quadro di riferimento per valutare e promuovere l'equità nelle iniziative, nei progetti e nelle politiche oceaniche e per garantire risultati migliori per le persone e gli ecosistemi.”
Uno strumento per valutare le azioni dei privati e dei governi
Per dimostrare l’applicabilità dell’indice, gli autori esaminano sei casi studio, in cui il punteggio massimo che si può ottenere è 100%. Il valore più basso è stato assegnato alla dichiarazione politica della Terza conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano (UNOC3) del giugno 2025 (punteggio del 48%), mentre i valori più alti sono stati assegnati al quadro di valutazione dell'impatto ambientale (EIA) di una società danese che ha costruito un parco eolico marino e alla governance rāhui in Polinesia francese (78% ciascuno).
Iniziative che hanno ricevuto lo stesso punteggio possono differire tra loro in base a come i tre ambiti della ocean equity sono rispettati. Ad esempio il progetto di governance rāhui in Polinesia francese ha raggiunto valori elevati per quello che riguarda la Recognitional equity, ma valori più bassi per la Procedural equity e la Distributional equity mentre per la valutazione di impatto ambientale per il progetto di parco eolico ha avuto valori più bassi per la Recognitional equity ma più alti negli altri due ambiti. Gli altri tre casi studio considerati sono stati un progetto locale di pesca in Tanzania, le politiche nazionali del Messico per i progetti di carbonio blu (61% entrambi) e un progetto di gestione ecosistemica della pesca in Canada (75%).
Secondo gli esperti, l’Ocean Equity Index potrebbe essere utile per le comunità che desiderano intraprendere azioni legali contro soggetti che svolgono attività marittime senza tenere conto dei diritti umani. "L'Ocean Equity Index è uno strumento pratico che aiuta a rafforzare le comunità in prima linea che affrontano la crisi climatica, l'inquinamento e i danni ambientali”, ", ha detto a Materia Rinnovabile Harj Narulla, avvocato e esperto globale di diritto climatico e contenzioso presso Doughty Street Chambers e l'Università di Oxford. “L'Indice può contribuire a promuovere la responsabilità di aziende e governi che violano i diritti delle comunità indigene costiere.” Narulla rappresenta le Isole Salomone nelle procedure consultive della Corte internazionale di giustizia sui cambiamenti climatici, ed è stato incaricato nelle procedure consultive sul cambiamento climatico davanti al Tribunale internazionale per il diritto del mare e alla Corte interamericana dei diritti dell'uomo.
Non sembra facile rispettare i diritti umani legati alle attività marittime
"L'attività economica associata all'oceano è esplosa negli ultimi cinquant’anni ma è difficile rallegrarsene se questa crescita non è sostenibile ed equa", ha detto a Materia Rinnovabile Robert Blasiak, professore associato presso lo Stockholm Resilience Center dell'Università di Stoccolma. La ricerca di Blasiak si concentra sulla gestione sostenibile delle attività marittime e l'uso equo del materiale genetico estratto dagli organismi marini. Insieme ai colleghi, nel 2018 ha pubblicato un articolo incentrato sull'equità che ha suscitato un ampio dibattito. Di fronte al moltiplicarsi dei brevetti di sequenze genetiche di organismi marini in mano a poche corporazioni, i ricercatori si chiedevano a chi appartenesse la biodiversità oceanica e discutevano la questione nell’ambito del Trattato sull’alto mare (Biodiversity Beyond National Jurisdiction, BBNJ) che era allora in fase di discussione.
Il Trattato, entrato in vigore a Gennaio è uno dei dei pochi accordi giuridici internazionali che riconosce i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali. Ma questo non assicura necessariamente che tali diritti siano rispettati. "Le dimensioni di equità dell'attuazione del Trattato dell’alto mare saranno complesse per molte ragioni", ci spiega Blasiak. “Molta attenzione è stata dedicata alle risorse genetiche marine e alle questioni di accesso e condivisione dei benefici, non da ultimo a causa degli elevati ostacoli, economici e di altro tipo, che impediscono un coinvolgimento produttivo nei processi biotecnologici. Ma questa è solo la punta dell'iceberg. Garantire processi decisionali equi per questo bene comune globale, mentre molti paesi non hanno ancora ratificato il Trattato e uomini di potere stanno spingendo altri paesi verso l’unilateralismo, rappresenterà una sfida enorme. L'Ocean Equity Index offre l'opportunità di monitorare l'efficacia della nostra gestione di questa sfida nel tempo.”
Non dare per scontata l’approvazione di tutte le attività marittime
Il rapporto L'oceano e i diritti umani pubblicato a fine 2024 Astrid Puentes Riaño, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile, dimostra che l'attuale degrado dell'oceano viola i diritti umani, incluso il diritto a un ambiente pulito e sano, colpendo in modo sproporzionato persone e comunità storicamente e sistematicamente emarginate.
"Il motivo principale per cui ho redatto il rapporto sui diritti umani e l'oceano è che per lungo tempo la maggior parte del lavoro svolto sull'oceano, che si concentrasse sulla pesca, sulla conservazione o sul BBNJ, è stato svolto principalmente in relazione agli aspetti ambientali e tecnici, senza considerare l'aspetto dei diritti umani delle attività umane nell'oceano", racconta Puentes Riaño a Materia Rinnovabile.
A proposito dell'Ocean Equity Index, Puentes Riaño suggerisce che gli standard delle Nazioni Unite sui diritti umani siano inclusi nella sua applicazione. Ad esempio tramite l’utilizzazione del manuale della FAO sul Free Prior Informed Consent (FPIC), che è un obbligo per gli stati secondo la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni. Oppure rifacendosi al suo rapporto del giugno 2025 all'Assemblea generale delle Nazioni Unite che propone di passare dalle valutazioni di impatto ambientale (Environmental Impact Assessements, EIM) alle valutazioni delgli impatti ambientale, sociale e sui diritti umani (Environmental, social and human rights impact assessments, ESHRIA), per garantire che le valutazioni effettuate prima dell'avvio di attività tengano conto anche di tutti questi aspetti.
“L'ESHRIA deve sempre essere un processo che valuta realmente se un progetto debba essere approvato o meno, piuttosto che dare per scontato che la sua autorizzazione sia automatica” si legge nella sintesi del rapporto. E inoltre, conclude Puentes Riaño, "adottare un approccio basato sui diritti umani nella pianificazione e gestione delle attività marittime è un obbligo, non un favore".
In copertina: pescatori indigeni dello Sri Lanka, foto Envato
