Trarre profitto dalla fusione dei ghiacci dell’Artico estraendo petrolio e gas da uno dei suoi mari più ricchi di biodiversità: è il piano di sviluppo fossile che il governo norvegese ha in mente per il Mare di Barents, 540.000 miglia quadrate di acque glaciali spartite da Norvegia e Russia. Il paese scandinavo dei consumi green − tra idroelettrico, pompe di calore e boom di auto elettriche − ha fondato la sua ricchezza sull’esportazione di idrocarburi e vuole spingersi fino all’estremo Nord pur di sfruttare ogni giacimento disponibile. La questione ora è se lo farà anche con l’aiuto e i soldi dell’Europa.
Il no allo sfruttamento dell’Artico non piace alla Norvegia
L'anno scorso l’Unione Europea ha acquistato quasi un terzo del gas e il 14% di greggio dalla Norvegia. Oslo è diventata un fornitore energetico affidabile da quando i paesi membri non possono più importare idrocarburi russi e ora è alla ricerca di partner e potenziali clienti che l’aiutino a rimanere tra i top produttori di oil and gas al mondo.
Secondo alcune stime del governo, la produzione e le esportazioni di petrolio rimarranno stabili almeno fino al 2035, mentre i livelli del gas caleranno significativamente già dopo il 2030. “Considerando l'attuale contesto geopolitico e di sicurezza energetica, ritengo che il proseguimento delle attività nel Mare di Barents risponda agli interessi sia della Norvegia che dell'Europa”, ha dichiarato alla stampa il ministro dell’energia Terje Aasland, accusando la Commissione europea di ipocrisia per aver limitato le trivellazioni nell'Artico, mentre i paesi si rivolgono sempre più alla Norvegia per assicurarsi energia.
È vero che c’è grande richiesta, soprattutto di gas: di recente la polacca Orlen e la tedesca Uniper hanno firmato contratti di lungo termine. Tuttavia, gran parte del gas importato proviene soprattutto da Sud (nel Mare di Norvegia), non dall’Artico. Nel 2025, l’impianto di gas liquefatto di Hammerfest, che si affaccia sul Mare di Barents, ha prodotto solo 4,11 miliardi di metri cubi di gas, pari all’1,42% delle importazioni totali dell’UE.
Per ora Bruxelles non ha abboccato alle pressioni norvegesi: è ancora valido l’impegno preso nel 2021 a tenere il petrolio e il gas dell’Artico sottoterra. Ma da quando la sicurezza energetica ha superato il clima nella lista delle priorità politiche, l’imminente revisione della EU Arctic policy potrebbe portare a ripensamenti. Secondo un funzionario intervistato da Euronews, è molto probabile che la posizione della Commissione rimanga invariata, ma vista la natura non vincolante della strategia, la decisione spetterà esclusivamente ai singoli paesi.
I dubbi che lo sfruttamento dell’Artico porti sicurezza energetica
L’eventuale rinnovo della moratoria non ostacolerebbe comunque i piani di Oslo: la Norvegia non fa parte dell’Unione e il petrolio verrebbe venduto sui mercati globali, mentre il gas potrebbe essere esportato sotto forma di gas naturale liquefatto (GNL) dall'impianto di Equinor a Melkøya, nel Nord del paese. Anche il direttore dell'Agenzia internazionale dell'energia, Fatih Birol, ha esortato Bruxelles a riconsiderare il no ai nuovi progetti di esplorazione nella regione, citando preoccupazioni legate alla sicurezza degli approvvigionamenti.
Ma non tutti sono d’accordo sul fatto che lo sfruttamento dell’Artico assicurerà sonni tranquilli. In due decenni la Norvegia ha investito decine di miliardi di euro in progetti di esplorazione, ottenendo risultati piuttosto deludenti. Le condizioni meteorologiche avverse del Mare di Barents e la carenza di infrastrutture rendono meno probabile la scoperta di giacimenti profittevoli. Le onde possono raggiungere i dieci metri d’altezza, in inverno il buio è totale per 24 ore al giorno e le temperature sotto zero possono danneggiare le attrezzature di bonifica in caso di sversamenti.
“Anche se avvenissero nuove scoperte, le eventuali nuove risorse di petrolio e gas nell'Artico non contribuirebbero a risolvere la crisi energetica europea prima del 2040 e, di fatto, esporrebbero l'UE a rischi per la sua sicurezza”, spiega a Materia Rinnovabile Dina Rui, senior advisor del Nordic Center for Sustainable Finance con sede a Oslo. “I tempi medi di realizzazione sulla piattaforma continentale norvegese sono di 13 anni, mentre nel Mare di Barents arrivano addirittura a 20”.
I rischi ecologici di trivellare il Mare di Barents
A oggi il giacimento di Wisting è l’unico nuovo progetto attualmente in valutazione nel Mar di Barents. Se approvato, diventerà il giacimento petrolifero più a nord del mondo. Alcune simulazioni del colosso energetico Equinor indicano che durante l’inverno oltre il 90% del petrolio fuoriuscito sarebbe impossibile da recuperare.
Wisting si trova a soli 50 chilometri a sud della zona marginale dei ghiacci (MIZ), la regione di transizione che separa la banchisa polare compatta dall'oceano aperto. Viene definita dagli scienziati come uno degli ecosistemi più vulnerabili dell’Artico. È un’area di alimentazione cruciale per specie come balenottere minori, balenottere comuni, megattere, delfini dal becco bianco e foche della Groenlandia.
Il campo si trova inoltre a circa 185 chilometri a sud-est dell’Isola degli orsi (Bjørnøya), una riserva naturale che ospita una delle più grandi colonie di uccelli marini al mondo. L’area compresa tra la zona dei ghiacci e Bjørnøya rappresenta un habitat critico per numerose specie di uccelli marini. Particolarmente vulnerabile è l’uria di Brünnich, un uccello marino che ogni estate accompagna i pulcini dall’Isola degli orsi verso est, attraversando proprio l’area di Wisting. Durante questa migrazione a nuoto, né gli adulti in muta né i pulcini sono in grado di volare. Secondo le organizzazioni ambientaliste, anche uno sversamento di petrolio relativamente limitato potrebbe quindi avere conseguenze gravi per la specie.
La Norvegia è green solo in casa
Ironicamente, la Norvegia consuma una quantità relativamente ridotta di combustibili fossili che produce. Vanta il più alto tasso di diffusione di veicoli elettrici al mondo e circa il 90% della sua elettricità è generata da impianti idroelettrici. “Le emissioni derivanti dal nostro settore petrolifero e del gas sono dieci volte superiori a quelle generate internamente. In altre parole, siamo ben lontani dal raggiungere i nostri obiettivi climatici”, spiega Dina Rui. “Ciò vale sia per l'attuale governo a guida laburista sia per i precedenti esecutivi: tutti hanno mancato di elaborare piani credibili di riduzione delle emissioni che fossero in linea con i traguardi fissati dall'Accordo di Parigi.
Inoltre, le compagnie fossili in Norvegia godono da decenni di un regime fiscale piuttosto vantaggioso, che prevede una deduzione del 78% dei costi di esplorazione. Si tratta di sussidi che per esempio supporteranno Equinor, Eker e Vaar Energi nel perforare circa cinque pozzi ad alto impatto all'anno. Secondo le prime stime, serviranno circa 750 milioni di dollari all’anno. Poco importa se a pagare saranno i contribuenti norvegesi e, indirettamente, le persone più vulnerabili alla crisi climatica.
In copertina: Mar di Norvegia nei pressi di Tromsø, nel nord della Norvegia, foto Envato
