Nell’estate del 2026, durante un discorso in un sobborgo di Atlanta, il presidente Trump ha pronunciato le parole “comunismo” o “comunista” quindici volte, a partire da meno di un minuto dall’inizio di un intervento durato un’ora. Allo stesso modo, anche il segretario di stato Marco Rubio ha evocato il “pericolo comunista”. In nessuno dei due casi si tratta semplicemente di una riproposizione del vecchio spauracchio sovietico, sebbene Cuba svolga in parte questa funzione per Rubio, di origine cubano-statunitense, e offra una copertura ideologica per il controllo dei giacimenti petroliferi del Venezuela. Questo perché i comunisti si trovano principalmente in patria.

Si tratta di un tentativo di individuare un nemico interno, identificato, in questo caso, nei democratici in generale e soprattutto nei cosiddetti socialisti democratici, per distogliere l’attenzione dalle cattive notizie sul fronte dell’inflazione e da una guerra contro l’Iran i cui obiettivi non sono stati chiariti. I “rossi sotto il letto” (The Reds under the Bed) sono, in questo caso, gli attivisti politici impegnati in battaglie come quelle per i diritti civili, i diritti riproduttivi, il cambiamento climatico e altre questioni ambientali, nonché a favore di un sistema fiscale che utilizzi le imposte sul reddito per finanziare i beni e i servizi pubblici, anziché sostenere gli stili di vita dei ricchi e famosi. Dipingere gli avversari politici come nemici ideologici mortali è stato un tema centrale nell’ascesa al potere di Trump.

I risultati delle elezioni di metà mandato, concluse il 3 novembre, suggeriscono che questa strategia di branding potrebbe aver esaurito la propria efficacia. I risultati hanno evidenziato una vittoria schiacciante del Partito democratico alle elezioni congressuali a livello nazionale, dal Maine al Texas passando per la Carolina del Nord, l’Ohio, l’Iowa, il Kansas e la Georgia, con risultati altrettanto positivi in molti stati per la carica di governatore. Considerata l’attribuzione dei colori ai due partiti – rosso ai repubblicani e blu ai democratici, in controtendenza rispetto all’associazione tradizionale del rosso con la sinistra nel resto del mondo – il risultato è stato ribattezzato “tsunami blu”.

Neppure i più ottimisti tra gli strateghi democratici avrebbero potuto prevedere una vittoria di simili proporzioni. I commentatori tendono a spiegare la portata del ribaltamento rispetto al 2024 richiamando le preoccupazioni degli elettori per il costo della vita, la mobilitazione dei giovani elettori appartenenti alle minoranze etniche, timorosi per il proprio futuro economico e il calo dell'affluenza tra alcuni elettori storicamente vicini a Trump, scoraggiati dai suoi recenti comportamenti sempre più deliranti durante i comizi e nelle interviste. Credo che tutti questi fattori abbiano probabilmente contribuito al risultato. Ritengo tuttavia che, dietro di essi, si celino preoccupazioni più profonde, quasi esistenziali, riguardo alla direzione complessiva che il paese sta prendendo, tanto sul piano politico e culturale quanto su quello economico.

Molti dei candidati risultati vincitori il 3 novembre hanno indicato il cambiamento climatico, la salute pubblica, l'istruzione e le infrastrutture materiali (strade, fognature, reti idriche, reti elettriche e così via) come questioni politiche fondamentali che il paese deve affrontare e che sono state messe in discussione (“il cambiamento climatico è una bufala”, sostiene Trump) o ignorate dall’attuale governo e dai suoi candidati. Non a caso, tutti i candidati al Senato degli Stati Uniti eletti in Michigan, Ohio, North Carolina e Texas hanno menzionato esplicitamente la sostenibilità e il suo legame con la salute e il benessere come elementi fondamentali dei propri programmi in caso di elezione.

A quanto pare, dunque, la strategia di Trump di etichettare i suoi avversari si è ritorta contro di lui. I “comunisti”, per usare le sue parole, hanno vinto, almeno per il momento. Naturalmente, se una volta conquistato il controllo del Congresso degli Stati Uniti il Partito democratico non riuscirà a fare molto per affrontare i problemi reali che gli sono valsi, in primo luogo, quell'etichetta, e concentrerà invece i propri sforzi, per esempio, esclusivamente sulla punizione di Trump e dei suoi complici corrotti, le elezioni presidenziali del 2028 potrebbero non tradursi in una nuova spinta ad affrontare le autentiche sfide sociali e ambientali del paese. Potrebbero, al contrario, riportare in auge gli insulti reciproci e la logica dello scaricabarile che costituiscono il fulcro della politica-spettacolo in stile trumpiano.

 

In copertina: un manifestante davanti alla Casa Bianca la notte delle elezioni di midterm del 2026 a Washington, DC, il 3 novembre 2026. Foto di Matt Kaminsky/Sipa USA, Agenzia IPA