Tre milioni di euro all’anno. È quanto costa tenere asciutto il Polesine. Tre milioni su un bilancio complessivo di nove, spesi dal Consorzio di bonifica Delta del Po in energia elettrica per alimentare le idrovore che pompano acqua giorno e notte da un territorio che giace, in media, due metri sotto il livello del mare. Una bolletta che il Polesine paga da oltre sessant’anni, da quando le estrazioni massicce di gas naturale, condotte tra gli anni Trenta e l’inizio dei Sessanta, provocarono una subsidenza senza precedenti: in alcune zone il terreno si abbassò fino a quattro metri. Poi le trivelle furono fermate, nel 1965, perché i danni erano diventati troppo evidenti per essere ignorati. Ora, sessant’anni dopo, il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica ha sbloccato 34 nuove licenze di esplorazione ed estrazione di idrocarburi. E il Polesine è tornato in piazza.
Il 21 febbraio scorso, alcune centinaia di persone hanno marciato per le vie di Adria, in provincia di Rovigo. È stata la sesta manifestazione contro le trivelle nel Polesine, promossa dal comune di Adria, dall’Ente Parco Delta del Po veneto e dal Coordinamento Polesine no trivelle. A sfilare, questa volta, non solo ambientalisti e comitati. Più di trenta sindaci sui cinquanta della provincia erano presenti, insieme a rappresentanti di tutti gli schieramenti politici. Dal palco, il presidente della provincia Enrico Ferrarese, della Lega, ha sottolineato come “questo no sia il no di tutto il Polesine”. Accanto a lui, l’assessora regionale di Fratelli d’Italia Valeria Mantovan ha ribadito: “Non siamo per il no a prescindere, ma siamo per il no a un'attività di trivellazione in un territorio come il Polesine, che ha già dato”.
Una trasversalità che racconta quanto il tema tocchi nervi profondi, ben al di là delle appartenenze politiche. A rompere il fronte è stata una sola voce, quella della sindaca di Rovigo Valeria Cittadin, di centrodestra, assente al corteo: “Non sono né a favore né contro. È un tema che va sviscerato e approfondito”, ha dichiarato, aprendo alla possibilità di estrazioni “con le dovute tutele” in nome dell’autonomia energetica. Ma la sua storia parla per sé: ex sindacalista, della fazione “le fossili portano lavoro”. Tanto che è sempre stata una fervente sostenitrice della conversione a carbone della centrale di Porto Tolle.
Perché si protesta contro le trivelle nel Polesine
La miccia che ha riacceso la protesta è normativa. A febbraio 2024, il TAR del Lazio ha annullato il PITESAI, il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, varato nel 2021 sotto il governo Draghi per limitare le trivellazioni. Il ricorso, presentato da Gas Plus e Padana Energie, è stato accolto per vizi procedurali nella valutazione ambientale strategica. La sentenza ha riaperto la strada a decine di concessioni rimaste congelate dal 2019, tra cui il progetto "La Risorta", che interessa i comuni di Gavello, Villanova Marchesana, Adria e altri centri tra le province di Rovigo e Ferrara.
“È come se ci fosse stata un’ibernazione per anni, adesso nell’assenza di normativa c’è un via libera tutti. La nostra presenza in strada, compatti, è un messaggio chiaro al ministero e a tutta la filiera. Le trivelle non arriveranno nel Polesine.” A parlare con Materia Rinnovabile è Vanni Destro, da trent’anni anima dei movimenti per la tutela del territorio e oggi coordinatore del fronte No Trivelle. “Insieme con l’avvocato Matteo Cerruti da anni teniamo acceso il faro per difendere il territorio da tutte le aggressioni ambientali. La nostra non è una posizione ideologica, ma basata su dati scientifici e conoscenza del territorio.”
Il paradosso politico è evidente: gli stessi partiti che a Roma sostengono la strategia energetica fossile governano gli enti locali che vi si oppongono. “Certe battaglie sono annose, ma vanno combattute resistendo”, continua Destro, ricordando che il movimento è attivo dal 2010, quando le compagnie tornarono a mostrare interesse per il sottosuolo polesano. “Vedere una generale e trasversale levata di scudi che va dalla regione agli amministratori locali non può altro che farci pensare di aver ben seminato nel creare una coscienza civile.”
I problemi ambientali ed energetici
La questione scientifica resta aperta, e non priva di contraddizioni. Da un lato, una commissione di esperti delle Università di Padova e Ca’ Foscari e del CNR, istituita su impulso della regione Veneto, ha concluso che l’interesse legato alle estrazioni “non è compatibile” con la tutela ambientale e socioeconomica del Polesine, e che le carenze conoscitive attuali “non consentono di escludere effetti significativi sull’ambiente marino e costiero”. Dall’altro, Pietro Teatini, docente di costruzioni idrauliche all’Università di Padova e presidente della UNESCO Land Subsidence International Initiative, sostiene che le nuove estrazioni, condotte a profondità maggiori e in mare aperto, non possono replicare i danni del passato: “Si estrae meno, non si estrae da sotto i piedi ma in mezzo al mare, da giacimenti molto più rigidi”, ha dichiarato.
Ma il nodo non è solo ambientale: è anche energetico. Secondo i dati dell’Ufficio minerario del governo, le riserve certe dell’intero Alto Adriatico ammontano a circa 6,5 miliardi di metri cubi di gas, a fronte di un consumo nazionale annuo di 70 miliardi. In altri termini, coprirebbero poco più di un mese di fabbisogno italiano. “Rischieremmo un danno epocale per un beneficio minimo”, ha sintetizzato Giacomo Bovolenta, candidato del centrosinistra alle suppletive in provincia di Rovigo. Legambiente, dal canto suo, denuncia il paradosso di una politica che sblocca le trivelle mentre l’eolico offshore, l’agrivoltaico e le comunità energetiche rinnovabili restano impantanati nella burocrazia: nel 2025, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le rinnovabili hanno rappresentato oltre il 90% della nuova capacità elettrica installata a livello globale.
Virginia Taschini, alla guida del Consorzio di bonifica Delta del Po, lo ha detto dal palco di Adria con la forza dei numeri: “Ma lo sapete che il Polesine è sotto di due metri al livello del mare?”. In un territorio dove isole intere sono scomparse per la subsidenza, dove le idrovore girano senza sosta e il cuneo salino risale lungo il Po e l’Adige danneggiando le colture, la difesa del suolo non è una bandiera. È una necessità quotidiana. Prossimo passo? “I sindaci chiederanno un incontro al MASE e noi saremo con loro”, ci dice Truppi. La richiesta al Ministero è chiara: non solo fermare le 34 licenze, ma una proposta legislativa che sancisca il divieto assoluto di estrazione nel Polesine e nell’Alto Adriatico. Un PITESAI scritto bene, insomma. Un atto che riconosca, una volta per tutte, che ci sono territori il cui valore non si misura in metri cubi di gas.
In copertina: foto di Coordinamento Polesine No Trivelle
