Nel panorama delle innovazioni agricole emergono tecnologie che cercano di superare l’approccio esclusivamente chimico alla nutrizione delle piante e alla gestione delle colture. Alcune di queste innovazioni e non solo saranno presenti a MyPlanTech&Garden, la più importante fiera professionale dell'orto-florovivaismo, del garden e del paesaggio in Italia, la cui decima edizione, andrà in scena alla Fiera di Milano tra il 16 e il 18 febbraio.

Una di queste soluzioni presenti a MyPlant & Garden, di cui Materia Rinnovabile è media partner, è Kyminasi Plants, dispositivo biofisico passivo, privo di carica elettrica e di alimentazione, che non eroga energia e non rilascia nessuna sostanza chimica. Sviluppato dalla K Project, Kyminasi Plants è un contenitore di informazioni, sottoforma di onde biofisiche stabilizzate, che l’acqua è in grado di captare entrando in risonanza con esse e di trasportarle al suolo e alle piante. Per comprenderne meglio il funzionamento, le evidenze raccolte e le prospettive future, abbiamo intervistato Alessia Panizza, direttore generale di K Project.

 

Come funziona Kyminasi Plants e in cosa si differenzia da un fertilizzante tradizionale?

Un fertilizzante ha una base chimica e di conseguenza è qualcosa che tu somministri al terreno e alle piante per avere un effetto. Noi interagiamo, invece, non su una base chimica, ma su una base biofisica. Il principio è lo stesso identico che utilizziamo nel campo dell’informatica: come una chiavetta USB o un CD con il suo lettore. Il dispositivo contiene informazioni sotto forma di linguaggio informatico che viene stabilizzato sull’acciaio del dispositivo. Nel momento in cui il dispositivo di acciaio, contenente una molecola con le varie informazioni, viene inserito all’interno del lettore e l’acqua passa attraverso di esso con una certa pressione, si genera un campo elettromagnetico naturale. Questo campo permette all’acqua di assorbire i programmi contenuti nel dispositivo. I programmi, che sono trasportati insieme all’acqua nel terreno, cominciano a lavorare su alcuni fattori legati al suolo e poi sulle piante, che utilizzano queste informazioni nei propri processi naturali. Il fertilizzante tende a integrare una sostanza chimica e spesso bypassa il processo naturale della pianta. Nel nostro caso, invece, diamo una gamma di informazioni che la pianta utilizza in autonomia sui propri punti deboli. È una sorta di self-service: le informazioni sono standard, ma la personalizzazione avviene attraverso il processo biologico. Il principio è legato alla risonanza d’onda. Quando una frequenza non è armonica e risuona in maniera dissonante, assorbe il programma che sistema quella frequenza; a cascata si vede poi l’evidenza biochimica.

Come viene installato il dispositivo?

Cerchiamo di posizionarlo nel punto più vicino possibile al passaggio dell’acqua. Il dispositivo contiene già tutta la gamma di programmi trasferiti attraverso apparecchiature elettromagnetiche. Pensate ai programmi come a schede tecniche con codici ed equazioni, è tutta matematica. Funziona in modo simile all’informatica, ma introduce un concetto nuovo: non è tutta meccanica o chimica, esiste una componente elettronica nei sistemi biologici. Questa componente non sostituisce la parte chimica o meccanica, ma lavora insieme a essa.

Ci sono studi scientifici a supporto del funzionamento del dispositivo?

Abbiamo più di 90 studi già conclusi in 59 nazioni, tra aziende private e università. Altri 50 studi sono a oggi in corso. La validazione scientifica richiederà anni perché si tratta di un concetto completamente nuova per un settore come l’agricoltura, ma stiamo collaborando costantemente con nuovi partner. Una difficoltà è che in agricoltura siamo abituati a pensare che ogni pianta ha esigenze specifiche, quindi gli studi vengono spesso impostati su problemi concreti: carenza d’acqua, condizioni climatiche o tipologie di suolo diverse. Ma quello che noi proponiamo è un approccio che va oltre i singoli settori, un approccio modulare che ingloba i diversi problemi.

Quali benefici avete osservato finora?

I risultati rilevati riguardano numerosi elementi quali crescita e sviluppo delle piante, aumento della percentuale di germinazione, crescita più rapida e maggiore sviluppo radicale. Abbiamo identificato anche una massimizzazione della fotosintesi, aumento della biomassa, del numero di foglie e della clorofilla, riduzione della caduta dei fiori e dei frutti. Per quanto riguarda la qualità, abbiamo evidenziato maggiore durata di conservazione, frutti più grandi, miglior sapore e percentuali di zuccheri più alte. Inoltre, si è rilevato un aumento della densità nutrizionale, che era uno degli obiettivi iniziali del progetto. Sul fronte produttivo abbiamo osservato un aumento della fioritura, ma anche maggiori profitti per gli agricoltori e maggiore peso delle colture. Ci sono anche segnali di miglioramento della resilienza: maggiore resistenza a funghi, parassiti e stress ambientali, riduzione dell’uso di acqua e input chimici.

La tecnologia è più diffusa all’estero che in Italia. Perché?

Abbiamo iniziato questo percorso nel 2010. Intorno al 2015 ci siamo rivolti a una delle università italiane più importanti chiedendo studi e validazioni, ma non siamo stati creduti. Così abbiamo dato mandato a un’azienda statunitense che ha sostenuto lo sviluppo e la diffusione internazionale. Recentemente abbiamo deciso di riprendere in mano il prodotto in Italia e aprire il mercato europeo partendo da qui. In Italia spesso gli studi fatti all’estero non vengono riconosciuti finché non si replicano sul territorio nazionale.

Come reagisce il mercato a una tecnologia così innovativa?

Quando la spieghi rimangono a bocca aperta perché sembra fantascienza. Non abbiamo veri competitor, perché è difficile associare qualcosa di completamente nuovo a qualcosa di già esistente. La sfida è creare un ponte tra biofisica e agricoltura. Se la persona ha sufficiente intelligenza per provarla e vedere coi propri occhi, le evidenze sono quelle che ripagano. Se il prodotto funziona, funziona.

State sviluppando anche nuovi prodotti?

Stiamo sviluppando un fertilizzante liquido completamente biologico caricato con la stessa gamma di programmi come il dispositivo Kyminasi Plants. Sarà una soluzione più accessibile per fare test prima di investire nel dispositivo e potrebbe, in futuro, integrarsi con esso.  Il liquido contiene al suo interno una molecola minerale che a oggi si trova nella mescola dell’acciaio. La stessa identica molecola su cui io vado a sovrascrivere i programmi potrebbe declinarsi in maniera solida all'interno dell'acciaio o in maniera liquida all’interno del fertilizzante.

Qual è la vostra visione per il futuro dell’agricoltura?

I governi stanno spingendo verso un cambio di paradigma. Questa è una cosa molto positiva, perché è arrivato il momento finalmente di affrontare una problematica che ci coinvolge tutti. Noi speriamo di riuscire a far comprendere che la soluzione c'è già, che non bisogna cercare troppo lontano, anzi che non solo c'è già ma è nata addirittura nel nostro territorio, e oggi è  distribuita in tutto il mondo, studiata scientificamente per risolvere diversi problemi agricoli. Il nostro obiettivo non nasce da un aspetto commerciale, il commercio per noi è un veicolo di divulgazione e di distribuzione della tecnologia, ma nasciamo dalla ricerca. Crediamo di avere tra le mani qualcosa che può cambiare in meglio il futuro dell’umanità.

 

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In copertina: immagine Envato