A Bolzano, l’edizione 2026 di Klimahouse ha confermato una sensazione ormai chiara: l’edilizia sostenibile non è più un laboratorio di nicchia, ma un settore industriale maturo, attraversato da vincoli normativi stringenti, da una forte spinta tecnologica e da un’urgenza climatica che non concede sconti.

Entrando nei padiglioni, il colpo d’occhio è netto. Meno storytelling astratto, più soluzioni concrete. Meno promesse, più dati. Certo, non si sono visti alcuni nomi storici della kermesse tirolese. Ma, al netto di qualche assenza importante, il settore dell’edilizia ad alto valore di sostenibilità aggiunta rimane stabile.

Gli espositori – oltre 400, secondo gli organizzatori – hanno portato in fiera un messaggio condiviso: il 2026 è l’anno in cui efficienza energetica, qualità dell’involucro e riduzione delle emissioni operative smettono di essere “plus” e diventano prerequisiti.

I numeri che contano

Nei convegni tecnici e negli incontri istituzionali, alcuni dati sono tornati con insistenza. Il settore edilizio continua a pesare per circa il 36-37% delle emissioni climalteranti legate all’energia in Europa, con una quota ancora troppo elevata dovuta agli edifici esistenti. Da qui l’attenzione quasi ossessiva – e giustificata – per la riqualificazione profonda, il cosiddetto deep retrofit.

Secondo le stime presentate durante la fiera, gli interventi di ristrutturazione ad alte prestazioni possono ridurre i consumi energetici degli edifici tra il 50 e l’80%, ma solo se accompagnati da una progettazione integrata: involucro, impianti, ventilazione meccanica controllata e materiali a bassa impronta carbonica.

Dal “quanto consuma” al “quanto emette”

Uno dei fili conduttori di Klimahouse 2026 è stato il passaggio concettuale – ormai irreversibile – dal solo bilancio energetico al bilancio climatico dell’edificio. Si è parlato molto di carbon footprint lungo il ciclo di vita, di emissioni incorporate nei materiali, di LCA (Life Cycle Assessment) come strumento progettuale e non solo certificativo.

Il legno strutturale, in questo senso, resta protagonista. Non come soluzione miracolosa, ma come materiale industriale capace di combinare prefabbricazione, rapidità di cantiere e stoccaggio temporaneo di carbonio. Nei talk più seguiti è emerso un punto chiave: il tema non è “legno contro cemento”, ma la capacità di scegliere materiali e sistemi costruttivi in funzione del contesto, della durata e della possibilità di riuso futuro.

Una fiera meno “greenwashing” e più “ingegneria”

Tra gli appuntamenti più affollati, quelli dedicati all’evoluzione normativa. L’aggiornamento della direttiva europea sugli edifici (EPBD) è stato al centro di numerosi panel, con un focus molto concreto su cosa significherà, per progettisti e imprese, portare il patrimonio immobiliare verso edifici a emissioni quasi zero entro il prossimo decennio.

Interessante anche il confronto tra amministrazioni locali e operatori privati sul tema dei costi. Il messaggio emerso è stato pragmatico: costruire e ristrutturare meglio costa di più all’inizio, ma costa meno lungo l’intero ciclo di vita dell’edificio. Un argomento che, a Klimahouse, non viene più trattato come un mantra ideologico, ma come un’equazione economica supportata da dati.

Rispetto a qualche anno fa, Klimahouse 2026 è sembrata meno incline al linguaggio vago della sostenibilità e più orientata alla solidità tecnica. Isolanti, serramenti, sistemi di facciata e impianti erano presentati con curve di prestazione, certificazioni e casi studio verificabili. Una buona notizia per un settore che deve guadagnarsi credibilità, non solo attenzione mediatica.

Uscendo dalla fiera, resta una sensazione precisa: l’edilizia sostenibile non è più una promessa per il futuro. È un campo di scelte difficili, di compromessi tecnologici e di responsabilità concrete. Klimahouse 2026, nel suo pragmatismo altoatesino, ha avuto il merito di ricordarlo senza retorica.

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In copertina: foto di Marco Parisi © Fieramesse